La guerra in Ucraina
La Palestina e la repressione del dissenso in Italia
Il voto in Sardegna

Intervista a Franco Bartolomei
Coordinatore nazionale di Risorgimento Socialista

Facciamo il punto della situazione sull’attualità politica. Iniziamo dalla questione ucraina. Si parla tanto dell’invio di truppe da parte dei paesi europei e c’è stata, soprattutto, la proposta di Macron di un intervento diretto che, per fortuna, è stata rispedita al mittente più o meno da tutti i partner europei tranne che da Ursula Von Der Leyen. Che appare la più guerrafondaia di tutti.
La situazione in Ucraina si è evoluta come noi di Risorgimento Socialista pensavamo. La nostra previsione era che, alla lunga, la Russia avrebbe ottenuto un risultato consistente nell’area del Donbass e che la strategia delle sanzioni e quella dell’isolamento internazionale sarebbero fallite. Mosca ha dimostrato ampiamente di avere la capacità di riconvertire un’economia di pace in una economia di guerra, potenziando sé stessa e, attraverso lo scontro bellico, di risolvere anche alcune sue contraddizioni politiche interne, ricompattandosi sulla linea politica.

L’Europa non è nelle condizioni economiche e non ha la volontà politica per poter rifornire ulteriormente l’Ucraina in modo da poterle ancora far reggere lo scontro con la Russia.

Vale la pena ricordare che la NATO e l’Europa hanno preconizzato, quotidianamente, un crollo imminente e disastroso di Mosca. Crollo che non c’è stato. Il risultato sul campo, moderatamente favorevole alla Russia, che comunque è avanzata nei territori ad Est, fa scattare nei leader occidentali una logica confusamente e rabbiosamente revanchista.

La proposta del presidente francese è figlia di questo clima di nervosismo che è originato dalla mancata egemonia occidentale. Oltretutto riporta ad uno scenario di già visto e foriero di sciagure: gli accordi tra paesi contro altri paesi. Un po’ come gli accordi di Francia e Inghilterra con la Polonia in funzione anti tedesca, che si tradussero nella seconda guerra mondiale.

 

Non si capisce il perché di questo revanchismo. Gli Stati Uniti si ritirano dalla questione ucraina. Biden non riesce ad avere ulteriori finanziamenti dal Congresso: i repubblicani, che hanno piena coscienza di essere in campagna elettorale, si sono messi di traverso chiedendo, in cambio del via libera ad altri aiuti a Kiev, politiche restrittive nei confronti dei migranti al confine con il Messico. Cosa che Biden non può concedere, pena la perdita dell’elettorato progressista. Trump ha già dichiarato che con lui la guerra in Ucraina si sarebbe risolta subito. L’Europa è rimasta sola con il cerino in mano, ma la Von Der Layen si intestardisce. Perché?
C’è da distinguere tra Macron e Von Der Leyen. Macron ha un problema di presenzialismo e di iniziativa rispetto alla politica interna che sta franando sotto i colpi delle contraddizioni sociali ed economiche. Il suo è un governo fragile e lui cerca di distrarre l’opinione pubblica dalle questioni interne. Lo fa in maniera confusa e frettolosa, prendendo la questione dalla coda: invece di porre il problema della fisionomia europea e del ruolo internazionale dell’Unione partendo dalla struttura istituzionale e dalla risoluzione delle contraddizioni interne, in primis i meccanismi finanziari, si avventura su di un crinale complesso come quello ucraino, che andrebbe risolto con una trattativa, brandendo l’opzione militare. Si è reso conto dell’errore e ha fatto marcia indietro, anche con molto imbarazzo.

Diverso è il caso di Ursula Von Der Leyen. Più passa il tempo più mostra la sua vera natura di persona di destra, militarista, filosionista ed anti russa. Legata ad interessi forti, ha un legame con l’Ucraina che nasce condizionato dai rapporti economici tra le élite di Berlino e Kiev. Per non parlare degli interessi della Monsanto Bayer sul terreno agricolo. Molto aggressiva, lei pare più una rappresentante dei paesi slavi ex sovietici, che ad ogni costo vogliono uno scontro con la Russia. Sembra quasi che, con la Von Der Leyen, si rispolverino le peggiori tradizioni politiche della Germania. Di certo lei non rappresenta gli interessi del nucleo fondativo dell’Unione: Francia, Germania, Italia, Spagna, che invece avrebbero tutto l’interesse a tranquillizzare il clima e ad operare per la distensione e la pace, recuperando rapporti commerciali sopratutto sul terreno delle materie prime.

Da notare che la Von Der Layen non rappresenta gli umori dell’opinione pubblica europea e non è espressione di un voto dei cittadini del vecchio continente, quindi non li rappresenta su nessuno di questi due piani. Contro di lei sta iniziando a montare una opposizione significativa: gli spagnoli e gli irlandesi sulla Palestina, ad esempio.

Sul genocidio di Gaza la Von Der Leyen è tristemente ed acriticamente schiacciata sulle posizioni di Israele.

Esiste un problema Von Der Leyen nel nostro continente. Lei è un corpo estraneo rispetto sia alle reali necessità dell’Europa che all’orientamento della sua opinione pubblica, che non vuole né il prosieguo della guerra in Ucraina, né il prosieguo del massacro del popolo palestinese.

 

Ursula Von Der Leyen sopravvivrà a se stessa?
No. Credo di no. È una personalità con molte ombre, a partire dei vaccini sovra pagati alla Pfizer. Spesso ha dimostrato di essere un grumo di potere e di interessi. La forza della sua posizione, onestamente, non riesco a capirla. Probabilmente lei deve la sua fortuna al fatto che ha interpretato per bene gli interessi strategici della NATO e degli Stati Uniti, introiettando, facendo propria e amplificando, una caparbia linea anti russa. Non so quanto sia lei possa essere funzionale sullo scacchiere Medio Orientale … 

 

Ti sottopongo un’altra chiave di lettura. La Von Der Leyen ha avuto gioco e vita facile grazie alla subalternità, nata ancora prima della faccenda ucraina, del Partito Socialista Europeo ai liberali e alla sua persona … 
Quello del PSE è un problema grave, gravissimo, che va affrontato e risolto. Il PSE è diventato una stampella, un formidabile supporto al modello liberista e allo schema monetarista e finanziario dell’Europa. Un partito che non identifica più sé stesso nemmeno nella tutela dei “pesi forti”. Anche in quelle realtà inizia ad essere marginale. In altri paesi, come la Francia e la Grecia, è molto debole. In Europa è un continuo nascere di alternative politiche ai partiti del PSE, alternative più o meno chiare, più o meno solide, ma comunque alternative. Syriza e France Insoumise, ad esempio. In Italia la nascita del Movimento Cinque Stelle rientra in questa dinamica: una contestazione a sinistra del PD che, pur non avendo una connotazione di classe, interpreta posizioni pacifiste, di equilibro sociale, proponendo misure al di fuori dei parametri economici europei come reddito di cittadinanza e superbonus. Regge il PSOE in Spagna che però ha costruito un’alleanza di governo con una formazione politica di sinistra anti atlantista e filo palestinese ed ha dovuto, giocoforza, spostare il proprio baricentro politico. Il PSOE Ha marcato una differenza profonda con la Von Der Leyen sulla Palestina, ha migliorato i propri rapporti con la sinistra sud americana. Lo stesso è capitato con il partito socialista portoghese. Ambedue devono il loro ottimo stato di salute al fatto che si sono smarcato dal modello dominante dell’Europa.

 

Torniamo alle faccende di casa nostra parlando delle elezioni regionali in Sardegna. Molti hanno detto: spira un vento forte e di sinistra. Io mi sono fatto due conti e sono giunto alla conclusione che la vittoria della Todde è dovuta molto alle liste civiche che l’hanno sostenuta più che alle performance della sinistra. Le civiche “pesano” circa il 13%. Il “vento di sinistra” forse andrebbe meglio analizzato …
Se ne parla perché è una vittoria che interrompe una lunga serie di sconfitte. E’ un centro sinistra a trazione cinque stelle e non Pd e gran parte del merito va attribuito ad una persona nuova, fresca, che i cinque stelle hanno messo in campo come candidata presidente. Da considerare che questo risultato elettorale è anche una reazione a quanto successo a Pisa. Le manganellate agli studenti non sono un incidente di percorso, ma il precipitato di una politica autoritaria del governo in merito alla gestione dell’ordine pubblico. Una politica messa in campo per due finalità, ereditate da Mario Draghi: la compressione della conflittualità sociale e l’allineamento totale alle scelte di politica internazionale dell’Occidente, in primis sullo scacchiere ucraino e su quello palestinese. L’input che il governo ha dato a prefetti e questori è un input repressivo riguardo a conflittualità sociale e a manifestazioni per la pace. Se questo schema ha avuto gioco facile con la Russia, per la quale sono impossibili grandi manifestazioni di piazza, scricchiola per la Palestina che è presente e radicata nel sentimento nazionale, sentimento che si è rafforzato dopo i fatti di Gaza e al tentativo di genocidio perpetrato da Israele. Quel che ha scioccato il governo è stata la reazione, popolare e di massa, che c’è stata di fronte ai fatti di Pisa. Fatti gravissimi perché parliamo di violenze perpetrate ai danni di studenti liceali inermi.

Il voto a favore dello schieramento di centro sinistra è da considerarsi come una reazione, immediata e forte, contro le linee del governo in materia di ordine pubblico. Se analizziamo la geografia del voto ci rendiamo conto di come le città “di sinistra”, con forte tradizioni operaie e di battaglie sociali, abbiano reagito recuperando un voto di bandiera soprattutto nei quartieri popolari. Il centro sinistra non si era presentato alle regionali sarde in posizioni di forza. Tutt’altro. I candidati a sinistra erano due: Alessandra Todde e Renato Soru, su cui c’è stata una curiosa convergenza di Azione, + Europa e Rifondazione comunista. Il centro sinistra aveva tutte le carte in regola per perdere. E invece ha recuperato e vinto.