LA PROTESTA DEGLI AGRICOLTORI CI INSEGNA CHE RIBELLARSI PAGA

di Manfredi Mangano

La protesta degli agricoltori, che vede protagonisti i trattori, le macchine agricole per eccellenza, pervade l’Europa arrivando fin sotto gli uffici della Commissione europea.
L’immagine è potentissima: i trattori che assediano la sede della Commissione Europea, fino a portare a un passo indietro su alcune norme del Green New Deal, il piano di leggi e investimenti che dovrebbe rendere l’Europa più ecologica.
La sommossa dei contadini viene da lontano: in Olanda, paese piccolo ma dove gli agricoltori sono tantissimi, la protesta contro le limitazioni contro l’uso di nitrati è partita già nel 2019, e ha portato alla nascita di un partito (il BBB) che ha addirittura vinto una tornata di elezioni regionali.

In Germania e in Francia, le proteste hanno iniziato a dilagare verso la fine del 2023, mettendo in seria difficoltà sia il governo socialdemocratico-verde-liberale di Olaf Scholz sia il mutevole Macron (che in questi mesi si è scoperto più di destra del solito).
In Italia, le proteste sono iniziate a gennaio 2024, replicando il copione degli altri paesi europei, con le strade invase da trattori: meno impressionanti delle scene berlinesi, con forche improvvisate erette sui trattori, o di quelle parigine, con la capitale rimasta per alcuni giorni tagliata fuori dai rifornimenti alimentari, ma sufficienti a guadagnare l’attenzione dei politici, e ad arrivare fino alle soglie del Festival di Sanremo.

Le rivendicazioni degli agricoltori sono tante e diverse:

  • I prezzi da strozzini imposti dalla grande distribuzione, che spesso non coprono i costi di produzione;
  • Le nuove norme della Politica Agricola Comune (PAC) dell’Unione europea, che impongono una rotazione dei terreni che lasci incolto il 4% dei terreni seminati sopra i 10 ettari;
  • I nuovi vincoli ambientali del Green Deal europeo, che non riguardano solo l’uso di fertilizzanti o pesticidi meno impattanti, ma anche appunto il taglio dei contributi ai combustibili;
  • La burocrazia, presente a ogni livello, dalla necessità di ottenere i tanti contributi previsti per il settore alle tante certificazioni e controlli necessari.

Le associazioni di categoria sono state colte impreparate dall’auto-organizzazione degli agricoltori, il che è ancora più grave se consideriamo che il ministero dell’Agricoltura, dal 2007 ad oggi, è sempre stato controllato direttamente o indirettamente da personalità espressione della Coldiretti, l’associazione di categoria più potente, che ha sempre espresso o il Ministro o i suoi collaboratori più importanti (sottosegretari o alti funzionari).
Le proteste si sono allargate man mano in Lombardia, Toscana, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo, e il 31 gennaio alla Fieragricola di Verona gli agricoltori si sono radunati per chiedere un incontro con il governo.

Le proteste hanno preso segni politici diversi: nei Paesi Bassi, al centro della protesta ci sono le norme ambientaliste e il BBB si è rapidamente qualificato come movimento di destra radicale.
In Germania, l’insoddisfazione è trasversale e si è rivolta in particolare contro i tagli agli incentivi sull’acquisto di carburanti e veicoli; in Francia sono scesi in piazza anche gli agricoltori del biologico: ovviamente, le forze di destra radicale come la Le Pen e l’AFD tedesca hanno cercato subito di capitalizzare sulle proteste, ma anche le sinistre radicali di Melenchon e Sarah Wagenknecht si sono mostrate solidali con gli agricoltori.

In Italia, Lega e Fratelli D’Italia si sono proposte negli anni come le rappresentanti naturali del mondo agricolo (ricorderete la storica battaglia della Lega sulle quote latte, e le più recenti e martellanti campagne contro la carne sintetica o la farina di insetto), e devono aver decisamente sudato freddo all’inizio delle proteste.
I loro esponenti si sono sbracciati a sostenere gli agricoltori, con cui hanno usato il guanto di velluto sia verbalmente sia in termini di uso della polizia ( a differenza di quanto accaduto a Napoli e Pisa con gli studenti che protestavano per la Palestina), ma scontano il loro rapporto strettissimo con Coldiretti: la protesta italiana è molto spontanea, e le associazioni di categoria non sono molto popolari tra i dimostranti, scontando l’accusa di essere diventate ormai sostanzialmente dei CAF.

Va anche detto che in pratica è dal 2007 che Coldiretti controlla, direttamente o indirettamente, il Ministero dell’Agricoltura, esprimendo o direttamente il Ministro (Paolo De Castro, ai tempi di Prodi) o almeno i suoi più stretti collaboratori, e di conseguenza le associazioni di rappresentanza del mondo agricolo (e i loro alleati politici) devono dare più di qualche spiegazione sul perchè la situazione degli agricoltori si sia fatta così complicata nel tempo.

Quello degli agricoltori è un movimento eminentemente rivendicativo, con richieste di taglio estremamente pratico.
La messa a riposo dei campi sembra una norma di buonsenso agricolo (tutti studiamo la rotazione delle colture fin dalle elementari), ma si scontra con la realtà produttiva del mondo agricolo: non si trova in difficoltà solo chi fa colture estensive, come il mais, ma anche tutti quei contadini, e sono tanti, che affittano, o prendono in affitto, i loro campi.
Allo stesso tempo, va considerato che l’agricoltura europea è controllata strettamente, a livello di quanto si produce e di come si produce, almeno dagli anni ‘50: la Politica Agricola Comune cerca di mantenere i prezzi dei prodotti agricoli sopra una certa soglia, e sussidia gli agricoltori in tantissimi modi diversi, al prezzo di una grande dose di burocrazia.
Man mano che questa burocrazia aumenta di complessità, e al contempo vengono penalizzati fertilizzanti e pesticidi, gli agricoltori europei si trovano comunque svantaggiati rispetto a paesi esteri in cui si produce a prezzi più bassi e con meno riguardo per la salute del pianeta o dei consumatori.

Un altro aspetto molto controverso della politica green riguarda la produzione di energia e il prezzo dei carburanti: si contesta l’utilizzo dei terreni agricoli per l’installazione del fotovoltaico, che oggi avviene praticamente sulla testa dei Comuni, con ben poche possibilità di intervento, e l’esplosione dei prezzi dei carburanti. L’elettrico e l’ibrido, infatti, non supportano la potenza necessaria alle macchine movimento terra, e ad oggi i trattori alimentati con combustibili tradizionali sembrano insostituibili.
A fianco dei sussidi, l’altro elemento dirimente delle proteste sono i  prezzi: lo scarto tra il prezzo finale sugli scaffali dei negozi e il compenso bassissimo pagato ai produttori è esorbitante.

La Commissione Europea di Ursula  Von Der Leyen ha gestito malissimo il dossier agricoltura, visto come un costo esoso su cui tagliare per recuperare risorse sulla transizione green.
Il problema è che il sistema PAC è ormai del tutto inadeguato: è evidente che le norme in vigore sono un peso enorme per gli agricoltori senza tutelarli in alcun modo da un mercato che è tutto sbilanciato in favore dei distributori, e delle grandi catene di supermercati in particolare.

A complicare il quadro, ci si mettono anche i problemi geopolitici: la guerra in Ucraina e le successive super-sanzioni alla Russia hanno fatto esplodere i prezzi del carburante e dei fertilizzanti, e ora il conflitto medio-orientale promette di far saltare per aria anche i prezzi dei trasporti internazionali.

Come si esce da questo dilemma? Non possiamo considerare l’agricoltura né un costo né un semplice mercato. La garanzia di cibo di qualità e accessibile a tutti è indirettamente una misura di Stato Sociale, ed è anche una questione di sicurezza nazionale.
Allo stesso tempo, non si può ignorare l’emergenza ambientale: le aberrazioni climatiche, come le alluvioni, le grandinate devastanti, il caldo impazzito devastano non solo le comunità, ma le stesse coltivazioni agricole, che hanno sofferto moltissimo gli eventi climatici estremi.
La scomparsa dell’agricoltura sta già avendo, del resto, un impatto diretto sul dissesto idrogeologico: i consorzi di bonifica si sono mostrati enti sostanzialmente inutili, molto meno efficaci del controllo diretto da parte degli agricoltori sul territorio.

Le contraddizioni della filiera agricola riguardano ovviamente anche fenomeni come l’abuso di lavoro nero, fino allo sfruttamento bestiale organizzato dalle agro-mafie (ricordate i braccianti di Rosarno?).
La ribellione degli agricoltori ci insegna comunque che ribellarsi paga: la protesta ha ottenuto un’enorme copertura mediatica e in tutto il Continente, i governi sono corsi al riparo, annunciando revisioni delle politiche, in particolare quelle relative a carburanti e veicoli agricoli.

L’Unione Europea, dopo l’assedio alle sedi istituzionali, ha annunciato una revisione delle norme sui pesticidi e i fertilizzanti: probabilmente, tra tutte le decisioni, quella più sbagliata e a buon mercato, rispetto a mettere in discussione il fallimenti del mercato.

Gli agricoltori meritano il sostegno di tutta la comunità nazionale, nella loro lotta contro lo sfruttamento imposto dalla Grande Distribuzione, e la transizione ecologica non si può fare ammazzando l’agricoltura, come non si poteva fare ai tempi dei Gilets Jaunes prendendosela con i pendolari di provincia.
Con loro, bisogna parlare il linguaggio dell’onestà: chi gli prospetta il ritorno al puro e semplice libero mercato, come i “latteliberisti” leghisti, vende agli agricoltori la corda per impiccarsi, di fronte alla concorrenza internazionale durissima.
Ma agli agricoltori bisogna riconoscere un nuovo e diverso ruolo sociale, dando forma compiuta a quello che già la Politica Agricola sottintende: l’agricoltura è una componente vitale della sicurezza di uno Stato, di una comunità, e chi ci lavora svolge un servizio pubblico.

Agli agricoltori dobbiamo garantire energia a buon mercato, con sussidi mirati e con comunità energetiche che mettono pannelli solari sui capannoni e condividono l’energia con loro, invece di mega-campi di pannelli che mangiano la superficie arativa.
Dobbiamo organizzarli meglio in filiere e consorzi che si rapportino direttamente col consumatore, con mercati agricoli ed estendendo la logica dei Gruppi di Acquisto Solidale a livello di sistema agricolo, e non come hobby di chi è attento al km 0: non possiamo alzare ancora i prezzi ai danni del consumatore finale, dobbiamo tagliare i passaggi nella distribuzione.
Dobbiamo restituire agli agricoltori il compito di tutelare e organizzare la sicurezza del territorio, di modo che anziché essere un balzello inutile, la bonifica diventi una funzione sociale e anche un’opportunità di lavoro per gli agricoltori.

Si tratta dell’unica via percorribile per restituire dignità al mondo agricolo e per non affossare il nostro stesso Paese, e da socialisti siamo e saremo a fianco degli agricoltori che sapranno riconoscere il nesso tra le condizioni disastrose del mondo contadino e il sistema di sfruttamento liberista che ci opprime tutti.