Timidi trattori
per le strade italiane

Le contradizioni dell'Unione Europea sull'agricoltura sono profonde. Ma restano assenti dalla piattaforma rivendicativa, la qualità del lavoro e i diritti dei lavoratori

di Massimo Mazzarini

Dopo il Nord Europa, anche in Italia si muove il movimento dei trattori, a rivendicare nuove e più vantaggiose politiche economiche per il comparto agricolo italiano.

Prima di procedere con i fatti, bisogna fare un passo indietro nel tempo, a come è nata l’agricoltura moderna in Italia: con il frazionamento del latifondismo e l’assegnazione dei terreni ai contadini si sviluppa nel nostro paese un’agricoltura frastagliata, di piccola estensione e sostanzialmente povera. Solamente le zone più fertili della pianura padana vedono la nascita di una diffusa cooperazione tra i piccoli proprietari per la costituzione di filiere produttive ben definite, come quella del parmigiano reggiano, del grana padano, del prosciutto di Parma e del san Daniele. Tali forme di cooperazione permettevano di fare sistema ed avere una capacità economica per l’investimento in attrezzature, macchinari, costruzione di opifici di trasformazione e di stoccaggio, nonché la creazione di strutture finanziare che permettevano di autofinanziare l’anticipazione fondiaria. Anche a causa di politiche nazionali, il Sud Italia resta generalmente indietro, con mezzi di scarso valore economico, scarsa produttività, una ridotta preparazione tecnico-scientifica per l’utilizzo dei nuovi prodotti chimici. Contemporaneamente, l’industria italiana, con il gruppo FIAT a capo, ha bisogno di manodopera, richiamando giovani leve dal Sud e generando un fenomeno di immigrazione interno senza precedenti nella storia della nostra penisola. Per cinquant’anni le generazioni in età produttiva si sposteranno in Lombardia e Piemonte, lasciando in Sicilia, Calabria, Lucania e Puglia comunità di età media più anziana, in genere scarsamente produttive e poco avvezze al cambiamento tecnologico. L’agricoltura in Italia è scientemente distrutta, volta al cambiamento industriale, il nuovo volto di un’Italia quarta potenza economica mondiale.

Nel 1992, con l’ingresso nella UE, dobbiamo stravolgere nuovamente la nostra anima. Germania e Francia si rendono conto che l’Italia, rappresentata dall’IRI, è una potente economia nel mondo. Un’Unione Europea fatta con un partner così forte creerebbe disequilibri per le aspirazioni di altri stati. Da qui inizia lo smantellamento dell’apparato centralizzato dell’IRI e la privatizzazione delle più grandi aziende di stato. Con questo veniamo privati della nostra autonoma moneta, la Lira, sostituita dall’Euro.

La nostra agricoltura perde dei grandi centri di accentramento economico, specialmente nel settore cerealicolo e legumi. Come conseguenza si ripiega su produzioni di estrema qualità e di nicchia. Cosa evidente durante Expo 2015, svoltasi a Milano, che pone a confronto tutte le eccellenze alimentari del pianeta. Dal confronto ne usciamo vincenti per qualità dei prodotti.

Arriviamo ad oggi. Per l’agenda 2030, la famosa agenda green, vengono posti dei paletti e delle condizioni dal Parlamento europeo nella nuova PAC (Politica Agricola Comunitaria), insostenibili dal punto di vista economico e produttivo: sopra i dieci ettari di estensione il 25% del terreno deve essere lasciato improduttivo per due anni per la ricostituzione del suolo, la vecchia pratica del maggese. Vengono ridotte le quote di assegnazione per i carburanti agricoli. Viene chiesto di acquistare trattrici ibride (dove è richiesta una enorme quantità di forza e di coppia motrice, l’elettrico non è attualmente ancora adatto, allo stato delle tecnologie in commercio), viene di fatto richiesto uno sforzo economico ulteriore ad un settore che già è al limite della sopravvivenza.

Bruxelles, contemporaneamente a queste richieste, dovrebbe interessarsi anche del settore dell’ingrosso alimentare. Infatti la vendita dei beni alimentari è in mano a grandi catene di distribuzione di proprietà francese, tedesca e anglo-olandese. Si tratta di centri di potere economico, capaci di fare cartello e di obbligare il produttore primario a vendere ad un prezzo esiguo, per poi ricaricare oltre venti volte il prezzo finale sullo scaffale.

Il produttore ricava poco, l’acquirente finale paga molto, i benefici economici della nostra agricoltura restano nelle casse dei marchi della grande distribuzione. A ciò si aggiunga che l’alimentazione, ad oggi, non è più democratica ma regolamentata dal censo. Chi è ricco può permettersi cibi di qualità, biologici, senza residui chimici. Chi è povero dovrà nutrire i suoi figli con prodotti di fascia qualitativa inferiore e più dannosi per la salute.

La miopia politica dei nostri governanti sta creando disastri socio-economici, le agende di transizione ecologiche possono anche essere giuste in linea di principio, ma sono errate nelle tempistiche applicative. Non possiamo stravolgere un sistema già in un equilibrio precario senza aver prima studiato le eventuali azioni di salvaguardia economiche, come incentivi o ristori al cambiamento colturale delle terre.

Una particolarità del movimento dei trattori in Italia, fatto principalmente dai proprietari di aziende agricole, è che nelle loro richieste economiche non viene mai menzionata la dignità e il reddito minimo dei lavoratori, non viene mai fatta menzione di investimenti nel campo della sicurezza del lavoro o nel campo della sperimentazione tecnologica. C’è solo una mera richiesta economica basata su sgravi e compensazioni a fondo perduto.

Per un’agricoltura frammentata come quella italiana diventa vitale l’investimento in nuove tecnologie. Come l’idroponico che permetterebbe rese dieci volte superiori a parità di estensione agricola, o nel campo delle rinnovabili, per rendere più efficienti gli impianti di trasformazione secondari. Se così non fosse, il movimento dei trattori potrebbero essere una celata e malriuscita rievocazione dei forconi del 2014.