Stupidità e malafede, il pensiero unico e la guerra in Ucraina

di Alberto Benzoni

Il titolo del bellissimo libro di Santo Antonio Prontera sulla guerra in Ucraina è “Storia di un inganno”. Titolo quanto mai appropriato. Con la relativa consapevolezza che si tratta di un reato collettivo e continuato, reso possibile dal generale occultamento dei fatti e delle testimonianze.

Siamo, tanto per chiarire i termini della questione, in una situazione esattamente opposta a quella del conflitto mediorientale. Lì sappiamo tutto di quello che avviene; anche, ma non solo, perché abbiamo grandi tifoserie (nel senso più neutro del termine) a sostegno delle due cause. Ma la stessa notizia viene commentata in modo esattamente opposto; anche se la capacità di pressione o, come diceva Saragat ai suoi tempi, di “terrorismo ideologico” di una delle due parti è infinitamente superiore a quella dell’altra. Nel nostro caso vige la regola, creata per l’occasione, secondo la quale meno notizie si danno meglio è; con l’aggiunta che, relativamente al medesimo fatto, la versione ucraina è data per “oro colato”, mentre quella russa è ritenuta subdola disinformazione.

E’, dunque, sulla base di queste premesse, che ci ripromettiamo di sintetizzare la sequenza di inganni descritta per filo e per segno da Prontera nel suo libro.

Secondo i guerrafondai da tastiera che ci affliggono, non c’è nessun documento scritto a sostegno dell’impegno di non allargare la Nato ad Est, sino a circondare la Russia con una rete di paesi ostili. Dimenticandosi di aggiungere che stiamo parlando dei primissimi anni Novanta e sotto la presidenza di Gorbaciov. Il Nostro, convinto che, dopo la caduta del Muro, l’allora Unione Sovietica sarebbe stata riconosciuta come partner del nuovo ordine mondiale; Bush senior sulla stessa lunghezza d’onda.

Dopo sarebbe arrivato Clinton, impegnato a considerare la Russia un paese sconfitto, cui si dovesse insegnare come comportarsi, rinnegando tutto il suo passato, prima di essere riammesso in società. Operazione che si conclude con esiti propriamente catastrofici. A porvi rimedio Putin, non certo piovuto dal nulla ma scelto di comune accordo dai rispettivi servizi segreti, una volta tanto uniti nella lotta.

Il nuovo presidente, in attesa di diventare zar, anzi redivivo Hitler, oltre vent’anni dopo, comincia con il far presente a chi di dovere che l’arrivo della Nato alle frontiere stesse della Russia, con il relativo carico di armamenti, verrebbe considerato dalla Russia una minaccia esistenziale. Gli si risponde o con panzane provocatorie (“i missili alla frontiera polacca sono contro l’Iran”) o con indifferenza infastidita. Quella con cui Obama, sì Obama, ascolta le rimostranze di Putin, in un incontro di cui avrebbe volentieri fatto a meno ma che gli è stato richiesto dall’allora presidente Medvedev. Esempio lampante, questo, dell’incapacità manifesta, insita nel Dna americano, non dico di accettare ma almeno di capire il punto di vista dell’Altro da sé.

Con la possibilità per l’Ucraina di entrare nella Nato, con le relative manovre militari congiunte, il vaso diventa poi colmo, sino a straboccare. E allora il futuro Hitler comunica, sempre a chi di dovere, la richiesta di rivedere, in tutto o in parte, le politiche che avevano portato a questo punto. Richieste magari eccessive; tornare indietro era impossibile. Ma fermarsi, con l’aggiunte di opportune garanzie per il futuro, era non solo possibile ma anche doveroso. La risposta sarà, invece, al tempo stesso ipocrita e sprezzante: “l’Ucraina è uno stato sovrano e perciò libero di decidere cosa farà in futuro”.

Tutto ciò, e qui entriamo nel vivo, mentre i servizi americani – siamo nel novembre del 2O21 – comunicano “urbi et orbi” l’esistenza e anche la presumibile data dell’aggressione russa all’Ucraina. Il tempo necessario per impedirla con qualche concessione. Ma non c’è stata nessuna concessione. Ciò che non toglie nulla alle responsabilità della Russia nell’averla scatenata; ma aggiunge molto alle responsabilità americane nel non averla impedita.

Ma siamo solo all’inizio. Perché, immediatamente dopo, una guerra che è, a tutti gli effetti, un conflitto geopolitico, viene definita da Biden “guerra per la democrazia”.

Che si tratti di un totale travisamento della realtà, lo capirebbe chiunque. Perché, se fosse così, la Russia sarebbe intervenuta per contrastare “manu militari” il fascino che il modello ucraino eserciterebbe sul suo popolo; una roba che non sta né in cielo né in terra. A prescindere dal fatto che, se avevamo di fronte all’inizio della guerra un sistema violento e corrotto, questo si è trasformato in questo periodo in una dittatura personale in cui le opposizioni sono fuori legge, chiedere la fine del conflitto un reato e chi la pensa diversamente viene estromesso e messo all’indice, se non peggio. Fino ad escludere la tenuta di elezioni; e proprio quando questo esercizio, formale quanto si vuole ma non irrilevante, si svolge in Russia.

E ancora, se fosse così, assisteremmo, in Occidente e altrove, a un fiorire della democrazia; mentre i processi in corso vanno, qui da noi e altrove, in senso esattamente opposto. E proprio a causa della guerra e della cultura della guerra. E del suo uso spregiudicato da parte delle classi dominanti.

Si aggiunga, a falsare il quadro, la visione distorta, propria dei democratici americani, della missione del loro paese nel mondo: educatori, propagandisti, legislatori ma anche poliziotti, giudici e boia; incarnazione del Bene e perciò automaticamente portati a considerare l’Altro come espressione del Male.

Con l’andar del tempo e il moltiplicarsi dei reprobi, questo ruolo diventa, però, sempre più impegnativo. E, soprattutto, più costoso. E quindi, sempre più difficile da vendere a una opinione pubblica tendenzialmente isolazionista.  E che, in ogni caso, non consente più che i boys continuino a morire combattendo in prima persona, se non sostanzialmente da soli in nome della democrazia e dell’Occidente (questo punto, per inciso, è l’unico in cui Biden e Trump la pensano allo stesso modo, anche se si guardano bene dal dirlo); e tendono quindi a delegare quest’incombenza ai diretti interessati. Ieri, l’Ucraina. Oggi, Israele. E domani, chissà, un’Europa allineata e superarmata. Nessuno dei quali sarà, tra l’altro, modello di democrazia.

L’accordo ha bisogno, però, per essere venduto sul mercato, di essere coperto dal silenzio e dall’inganno; un inganno nella presentazione all’opinione pubblica ma anche un inganno che, con l’andar del tempo, coinvolge i suoi stessi autori.

Si parte con il cancellare il ruolo autonomo del corrispondente di guerra (unica eccezione la bravissima Francesca Mannocchi, ieri sulla linea del fronte, oggi nella Cisgiordania occupata) e, contemporaneamente, si prende per oro colato la presentazione del conflitto offerta da Kiev catalogando preventivamente come disinformazione le notizie e i commenti che vengono da Mosca. Così si parla della guerra in Ucraina mentre il conflitto si svolge nel Donbass e ai bordi della Crimea. Così, ancora, ci si dilunga sulle stragi di civili mentre a morire in centinaia di migliaia sono i soldati, russi come ucraini, mentre i morti civili, dopo 2 anni di guerra, sono pari a circa un terzo delle vittime di Gaza nel corso di 4 mesi. Così, ancora, si condanna Mosca per crimini di guerra (deportazione di bimbi), mentre è, da ogni punto di vista, più credibile l’ipotesi che questi bambini, abitanti anch’essi del Donbass, siano stati trasferiti  in Russia avendo perso i loro genitori; magari non per cause naturali.  Così, infine, si suonano le trombe per la controffensiva decisiva che avrebbe portato alla riconquista dei territori perduti nel 2OI4 e al collasso del regime di Putin; salvo a rendersi conto che questa controffensiva era fallita sin dall’inizio.

Tutto questo mentre si presenta il conflitto come uno scontro tra Bene e Male. Una vicenda che esclude in partenza il negoziato e il compromesso mentre prevede la sconfitta totale del Malvagio e la messa al bando del suo regime, con annesso processo internazionale allo stesso popolo russo. Così almeno sostiene Zhelenskyi con il silenzio/assenso di chi l’ascolta, se non con la sua adesione convinta. Tutto questo mentre l’ineffabile von der Leyen si affretta a rilasciare cambiali (entrata nella Ue; grande e megagalattico piano di ricostruzione a spese della Russia), pur sapendo perfettamente che, se la guerra continua, nessuna di queste cambiali può essere passata all’incasso. E questo, in base alle regole che la stessa Ue si è data.

A porre fine a questa fantasmagoria tre fattori. Primo in ordine di tempo, la piena consapevolezza, condivisa dai vertici militari americani e ucraini, che la guerra non può essere vinta e che il suo stesso proseguimento si rivelerà ben presto insopportabile per lo stesso popolo ucraino, come dimostrato dalla renitenza crescente alla leva. Secondo, lo scoppio della crisi mediorientale (dove Zhelensky ha tentato di inserirsi offrendo la sua solidarietà a Netanyahu salvo a vedere rinviata la sua visita a data da destinarsi). Terzo, e forse decisivo, la presa d’atto da parte dei sostenitori di Biden che presentarsi alle presidenziali con due conflitti aperti renderebbe la sua sconfitta assolutamente certa. Tanto più in un contesto in cui Trump annuncia che, una volta eletto, risolverà la crisi in 24 ore; arruolando a suo sostegno lo stesso Putin che, in un’intervista vista da oltre cento milioni di persone chiarisce che i suoi obbiettivi di guerra riguardano il Donbass e la messa in sicurezza della Crimea; che non ha la minima intenzione di attaccare un paese Nato; e che, a partire da queste richieste, è disponibile ad un “cessate il fuoco” e all’apertura di un negoziato. Liberi tutti di credergli, oppure no. Ma obbligati ad andare a vedere, questo sì.

Ciò basterà, comunque, per fare definitivamente i conti con l’ultima e più grossolana menzogna dei nostri guerrafondai da tastiera. Perché, andare a vedere significa, appunto, collegare in un’unica sequenza fine della fornitura di armi, cessate-il-fuoco e apertura del negoziato. Mentre ci hanno raccontato sino ad ora l’esatto contrario; che i pacifisti/putiniani intendevano semplicemente toglier agli ucraini la capacità di difendersi, per consegnarli, mani e piedi legati, all’orso russo. Con tutte le conseguenze del caso.

In realtà, il futuro che ci aspetta è l’esatto contrario di quello che ci viene prospettato. Perché è il bellicismo europeo a legare le mani a Biden. Negandogli la possibilità di chiudere la partita ucraina: nel migliore dei casi con una trattativa a tutto campo suscettibile di chiudersi nel triplice segno dell’entrata di Kiev nella Ue, di garanzie collettive alla sicurezza della Russia come dell’Ucraina e, infine, del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, tramite referendum garantito e internazionalmente controllato, ai cittadini del Donbass e della Crimea. E, nel peggiore, con un armistizio a tempo indeterminato, modello Corea.

Oggi, a due anni data, sono comunque scomparse le fantasmagorie. Ma per far emergere una realtà molto diversa e più gravida di pericoli di quella che ci è stata sinora prospettata. Dove il “deus ex machina” americano appare confuso e in gravi difficoltà, mentre un’Europa, le cui forniture di armi sono già ora più consistenti di quelle made-in-Usa, sfoggia un oltranzismo bellicista del tutto inaspettato.

A motivarlo, in prima battuta, il bisogno del nemico esterno e quindi anche interno e della cultura della guerra, per affermare la propria autorità in un futuro prossimo caratterizzato da difficoltà di ogni genere e dall’impossibilità di farvi fronte in modo soddisfacente. Ma, al fondo, troviamo il timore sempre più forte che gli americani così come tutti i componenti della Nato non siano più disposti a “morire per Vilnius”; leggi a intervenire automaticamente a sostegno di un paese oggetto di un attacco, come previsto dall’art.5 del trattato.

Dubbio che diventerebbe certezza nel caso di Trump. Ma che vale anche per Biden. Che, in una recente presa di posizione, ha, come sempre, detto ciò che pensava senza però pensare a quello che diceva: sostenendo che la guerra in Ucraina doveva continuare perché, in caso contrario, la Russia avrebbe vinto e sarebbe stata indotta ad attaccare un altro paese europeo, coinvolgendo così gli Usa in quel nuovo conflitto mondiale che intendeva evitare ad ogni costo.

Resta però da domandarci, concludendo questo riepilogo delle vicende ucraine sulle orme del compagno e amico Santo Prontera , se continuare a gridare “al lupo al lupo”, come fanno, con enfasi assolutamente fastidiosa, generali tedeschi, inglesi, baltici e chi più ne ha più ne metta, così da spingere verso nuove provocazioni e sempre più alte spese militari (Stoltenberg ha prospettato, a partire dall’Ucraina, una guerra di dieci anni; “nomen omen”), sia una linea condivisibile dai nostri popoli e scevra da rischi sempre più rilevanti nel corso del tempo. Mentre è vero il contrario.

Oggi, continuare a ingannare e a ingannarsi non è più possibile. E, allora, delle due l’una: o si reagisce a questa nuova condizione lavorando, a partire da un accordo generalizzato sulla soluzione della crisi ucraina o, comunque, per un suo condiviso congelamento, per arrivare a un sistema di sicurezza condiviso e garantito da tutti e per tutti. O, nel caso contrario, ci si avvia lungo una strada dove i rischi di guerra esterna e interna saranno sempre più alti e le garanzie di sicurezza sempre più aleatorie.

Non siamo, come nella prima guerra mondiale, dei sonnambuli avviati a occhi chiusi verso un conflitto di cui non siamo in grado di prevedere né la natura né le conseguenze. Ma non siamo diventati, per questo motivo più razionali e attenti al punto di vista dei nostri interlocutori. Per questo, mai come oggi, la battaglia delle idee è inseparabile dal confronto politico vero e proprio. Non dimentichiamocelo mai.

ALBERTO BENZONI