di Antonino Gulisano

Smart factory e socialismo, una nuova rivoluzione tecnologica

La vicenda economica degli ultimi decenni impone alla Sinistra Europea e Italiana una seria riflessione sulla sua cultura, la sua identità e il suo progetto.
Il rapporto tra democrazia e capitalismo si è dimostrato inscindibile.
Il capitalismo a cui faccio riferimento è quello odierno, globalizzato, finanziarizzato e liberista, come si è configurato negli ultimi trenta anni.
La Democrazia non è riferita alla separazione dei poteri al pluralismo politico o alla libera espressione, ma quella che si esprime sul terreno economico, dalla partecipazione e capacità di incisione che i singoli hanno nei suoi destini individuali o collettivi.
Capitalismo e Democrazia sono due modi di organizzazione della convivenza umana.
Il capitalismo nelle società occidentali si regge su due piani: verticale e orizzontale. Il piano verticale è dato dal mercato, esso determina le ragioni della concorrenza e del profitto. Il piano orizzontale è dato dalla democrazia, il piano democratico attiene alla capacità di integrazione sistematicamente la società attraverso il consenso e la coesione.
Al centro del principio democratico vi è lo Stato pluralista. Con lo svuotamento di alcuni lineamenti democratici dello Stato è la stessa politica a commettere la propria eutanasia.

Essa ha perso gran parte del suo potere di guida dell’economia, alienando gran parte dell’industria strategica pubblica.  Anche negli ambiti più tradizionali dell’azione statale, si è espresso un modus operandi dei valori privati. Due per tutti nelle funzioni dei servizi pubblici: la sanità e l’istruzione.
Una alterazione del rapporto tra capitalismo e democrazia è la dispersione del mondo del lavoro e la sua scomparsa come soggetto politico. A dissolversi è la stessa cultura della “società del lavoro” o la cultura del “valore del lavoro”.
La globalizzazione ha prodotto un forte acuirsi delle diseguaglianze nella società occidentale, aumentando sempre più la distanza, all’interno della piramide sociale tra strati benestanti (top della piramide) e la massa popolare (base della piramide); uno sconvolgimento sociale che ha trascinato verso il basso anche il ceto medio, toccato in pieno dalla insicurezza sul lavoro e dalla paura del futuro.

Diseguaglianza: perchè la piramide non crolla ?


Una domanda va posta: perché la piramide non si è spaccata politicamente in due? Perché le diseguaglianze sociali non sono divenute catalizzatore sociale, generando in motore di domanda collettiva? Il mancato raccordo orizzontale (sociale) alla base della piramide è dato dalla mancanza di una identificazione reciproca tra le varie figure che la compongono.
Le grandi svolte politiche sono sempre accompagnate da rivoluzioni scientifiche e culturali sia nelle scienze sociali che umane e spesso ne anticipano l’avvento e sempre ne legittimano l’affermazione. Max Weber ne parlanel suo testo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”.
L’errore della Sinistra è quello di non aver capito che a un formidabile apparato di pensiero si risponde solo con un formidabile apparato di pensiero alternativo e che faccia riferimento a una visione paradigmatica da cui trarre analisi, giudizi e indirizzi d’azione e linee di orientamento da presentare alla pubblica opinione.
La ricostruzione di un pensiero economico alternativo va posta la questione del possibile declino del paradigma ormai potenzialmente delegittimato da una crisi economica figlia dell’applicazione dei suoi precetti. Siamo ad un bivio.
Da un lato, le ragioni che avevano determinato il successo e la diffusione della costruzione economica neoliberista sono ancora tutte in piedi. Dall’altro lato, il capitalismo globalizzato non appare più una forza dinamica tanto da sostenere i suoi miti.
La sinistra europea socialista si è convinta, strada facendo, dell’irreversibilità dei caratteri che il tardo capitalismo andava assumendo e ha sviluppato uno scetticismo sulla praticabilità delle alternative. La sinistra europea ha assunto la globalizzazione dominata dalle forze della finanza come un dato esogeno, su cui la forza propulsiva ha ritenuto fosse opportuno costruire le politiche di sviluppo e adattare l’economia. Ha accettato le esigenze dei mercati, in particolare in quello del lavoro, puntando non più alla piena occupazione, ma allo sviluppo “employabililty”: di fatto essa ha accettato che Stato e Imprese fossero sottoposte alla “governance” dei mercati finanziari.
La crisi economica mondiale degli ultimi anni ci riporta alla realtà e al patrimonio della sinistra socialista. Le tematiche accantonate riaffiorano e diventano acquisizioni di massa come termini (Stato, eguaglianza, regole) esse offrono nuove chance per rielaborare gli elementi vitali dei suoi ambiti culturali e programmatici in un nuovo contesto. Questa realtà impone alla sinistra una riflessione ripensando il rapporto con l’economia e sull’identità. La riapertura di una dinamica sul campo culturale e politico della sinistra si scontra con due difficoltà di contesto. La prima, i percorsi modernizzanti che la sinistra stava seguendo è colta in contropiede dallo scoppio della crisi e richiede una virata non semplice. La seconda è a ridefinirsi posta dall’avvento di una nuova destra sprovvista di un concetto di cittadinanza, nazionalità, populista e conservatrice.


LA SFIDA TRA CAPITALISMO E DEMOCRAZIA


Siamo davvero convinti che il Capitalismo come lo abbiamo conosciuto sia un Sistema meritocratico in cui chiunque, se lavora sodo, può farcela, e che quelli che non ce la fanno, i poveri, siano responsabili della loro condizione?


Dimentichiamo quello, che abbiamo creduto di sapere fino ad oggi. Soprattutto dimentichiamo l’idea che il mercato sia così perché ha una sua razionalità intrinseca. Il mercato, come ogni cosa creata dall’uomo, può essere ordinato e regolato in modi alternativi e chi ne decide le regole è la Politica. Di solito paragono il mercato al Ring di pugilato, quale uno degli sport più violenti che esistano, ma in cui comunque esistono le regole, che vanno rispettate per non essere sanzionati.


Siete convinti che esista il “libero mercato” ? Niente di più falso!

Partiamo da alcuni fattori che possiamo definire i pilastri del Capitalismo.


– A: PROPRIETA’, che cosa si può possedere;
– B: MONOPOLIO, che grado di potere il mercato si può permettere;
– C: CONTRATTO, che cosa si può comprare e vendere, e con quali termini;
– D: FALLIMENTO, che cosa succede quando i compratori non riescono a saldare i debiti,
– E: ENFORCEMENT, come far sì che nessuno imbrogli su qualcuna di queste regole.


Ad ognuno di questi pilastri, vanno prese delle decisioni, che si potrebbero ritenere ovvie, ma che ci pongono costanti sfide etiche e legislative. Per esempio, la proprietà riguarda ciò che hai creato o comprato o inventato, ciò che è tuo. Gli schiavi? Il genoma umano? Una bomba atomica? Una ricetta?


Il dibattito cruciale del futuro non riguarda le dimensioni del Governo, ma per chi o cosa opera il Governo.


La scelta chiave non è tra il “libero mercato” e il Governo. La scelta chiave è tra un mercato organizzato a favore di una prospettiva ampiamente diffusa e una che punta a consegnare i guadagni a pochi individui in alto. Il punto non è tagliare ai ricchi tramite le tasse per ridistribuirli a chi ricco non è, ma concepire le regole del mercato differente affinché l’economia generi che la maggior parte delle persone consideri di per sé una equa distribuzione, senza la necessità di ampie ridistribuzioni a posteriori.


Socialismo 4.0 e nuovo capitalismo

C’era una volta la sinistra italiana. Ora, sono rimaste solo le sue lacerazioni e i suoi contrasti. La verità è che siamo di fronte a un problema che coinvolge le sinistre dell’intero Occidente: alle prese con una crisi di identità e un deficit di pensiero che sono probabilmente i più gravi di tutta la loro storia, dalla Rivoluzione francese in poi.

Ma denunciare questo vuoto ormai non basta più. Bisogna scoprirne la causa, e cercare di porvi rimedio. Non è in questione solo il destino di una parte politica (che potrebbe anche non stare a cuore). Senza una sinistra degna di questo nome, o di qualcosa che ne prenda il posto, è l’intera democrazia dell’Occidente, se non addirittura l’idea stessa di politica, a ritrovarsi in pericolo: come infatti dovunque sta puntualmente avvenendo.


La lettura delle trasformazioni della società europea e italiana non può essere fatta con le categorie di quelle del Novecento. La società tecnologicamente avanzata del XXI secolo ha impresso una trasformazione epocale su due capisaldi:

a) la tecnologia della informatizzazione digitale,

b) la robotica del sistema della produzione industriale e manifatturiera in vari campi.

Su questi due capisaldi, la innovazione tecnologica ha una declinazione vitale nei rapporti all’interno della comunità umana e politica.

A) sul primo caposaldo, la informatizzazione digitale, ne discende il rapporto tra capitalismo finanziario liberista e la democrazia partecipativa e rappresentativa;

B) sul secondo caposaldo, la robotica nel sistema produttivo, ne discende il rapporto sulla fine del lavoro della vecchia catena di montaggio dell’industria metalmeccanica e manifatturiera per sostituirla con il lavoro del tempo libero, che incide sul rapporto del valore del lavoro e dell’occupazione e tra il reddito e la redistribuzione del plus valore della ricchezza.

Questo Plus valore prodotto a chi appartiene? al gestore del sistema produttivo, cioè l’imprenditore o alla collettività? Sono convinto che questo plus valore appartenga alla collettività come redistribuzione. Inoltre, nel nuovo lavoro del tempo libero, l’ipotesi è quello del tempo del lavoro umano. Da un tempo di 8 ore, possiamo passare a 4 ore a parità di reddito percepito.
Su queste nuove categorie di analisi, imposte dalla tecnologia del XXI secolo, dobbiamo riscrivere il nuovo modo di essere di sinistra sui temi della Libertà, del Lavoro, delle Diseguaglianze, della Democrazia.
La nuova sfida non investe la tecnologia, ma come diceva K. Popper, la sfida è di come l’etica si applica, una sfida per la Democrazia partecipativa e non tutoriale.