di Franco Bartolomei, coordinatore nazionale, Risorgimento Socialista
Il Tribunale di Firenze, con una decisione illegittima nel merito, ha disposto con ordinanza lo sgombero dello stabilimento GKN di Campi Bisenzio e dell’occupazione del collettivo dei lavoratori dell’azienda, che dal 2021 si battono contro la chiusura e la delocalizzazione dell’impianto.
Come tutti sanno, l’impianto è destinato a rientrare in una speculazione immobiliare, nonostante la GKN sia un’azienda assolutamente sana, che tiene perfettamente il mercato e non è attraversata da alcuna difficoltà aziendale o produttiva.
I lavoratori della GKN hanno elaborato un piano industriale di ottimo livello tecnico-produttivo e intendono continuare la produzione in autogestione, attraverso lo strumento di una cooperativa organizzata sulla base di una sottoscrizione popolare del capitale sociale di partenza.
Risorgimento Socialista ha sottoscritto dall’inizio due quote di partecipazione, ritenendo il progetto dei lavoratori della GKN un tentativo importantissimo di restituire alla classe operaia una centralità attiva nei processi produttivi e nell’organizzazione del lavoro. Si tratta di un’esperienza in grado di costituire un precedente utile a tutto il movimento dei lavoratori nella sua azione di contrasto ai processi di ristrutturazione e deindustrializzazione del tessuto economico del Paese.
È evidente a tutti che questo progetto di riorganizzazione della classe operaia come classe dirigente degli stessi processi produttivi costituisce un pericolo estremo per tutto il padronato nazionale e per il capitale multinazionale, poiché rilancia e amplia i processi di aggregazione di classe, collegandoli alle domande sociali e alle esigenze del tessuto complessivo dei territori di localizzazione degli impianti. Si realizza così una nuova alleanza sociale tra le masse popolari, ben oltre tutti i processi di differenziazione e parcellizzazione del lavoro caratteristici dei nuovi sistemi produttivi.
Difendere la lotta dei lavoratori della GKN significa quindi rilanciare dalle radici una nuova concezione e una nuova pratica di conflittualità democratica, capace di sviluppare una enorme capacità di mobilitazione ed esprimere una maggiore forza di aggregazione del mondo del lavoro, su basi nuove e molto più rappresentative della complessità della realtà sociale.
