Sardegna: cosa ci dice la prima sconfitta della Meloni

Un risultato al fotofinish, decisamente inaspettato Quanto pesano i trattori e le manganellate agli studenti sul voto sardo?

di Manfredi Mangano

Domenica 25 febbraio, i cittadini della Sardegna sono andati a votare per eleggere la nuova Giunta regionale. A vincere è stata Alessandra Todde, del Movimento 5 Stelle, a guida di una coalizione giallo-rosa-rossa (pentastellati, PD e varie forze di sinistra, più un paio di liste civiche moderate).

Lo scontro è stato davvero al fotofinish: il risultato è stato proclamato ufficialmente solo martedì 27, con una 20ina di sezioni elettorali che non avevano ancora finito di contare le schede e un vantaggio dello 0,3% sul suo avversario centrodestra, l’attuale sindaco di Cagliari Paolo Truzzu.

E’ stata un’elezione di “prime volte”: la prima donna eletta alla guida della Sardegna, la prima Regione governata da esponenti del Movimento 5 Stelle, la prima vittoria di una coalizione tra PD e 5 Stelle, la prima vittoria del PD guidato da Elly Schlein, la prima sconfitta della destra da diversi anni a questa parte e ovviamente la prima sconfitta elettorale dell’era di Giorgia Meloni.

I giornali finora ci hanno risparmiato l’abitudine non solo italiana, ma che da noi diventa quasi patologica, di spiegarci “il modello Sardegna” come la nuova rivoluzione della politica mondiale, anche perchè si è trattato di un risultato davvero in bilico: sarebbe bastata qualche goccia di pioggia in più, probabilmente, per dare un risultato diverso.

Bisogna anche ricordarsi che la Sardegna ha un sistema politico tutto suo: nell’isola, che è una Regione a Statuto Speciale con una sua lingua e un’identità molto forte, ci sono tanti partiti politici autonomisti o addirittura indipendentisti. Anche la scrittrice Michela Murgia, scomparsa la scorsa estate, si era candidata a governatrice alcuni anni fa alla guida di una coalizione di liste indipendentiste e autonomiste sarde.

Di partiti sardisti (così si chiamano) ce ne sono di tutte le appartenenze, da quelli praticamente comunisti a quelli moderati: più famoso è il Partito Sardo D’Azione, che era nato come antifascista e socialista e ha finito per allearsi con la Lega.  Il vecchio governatore della destra, Christian Solinas, apparteneva a questo partito, ma è stato fatto fuori su pressioni della Meloni e rimpiazzato con Truzzu, iscritto a Fratelli D’Italia.

Una scelta probabilmente infelice, nonostante Solinas non avesse governato granchè bene e avesse pessimi sondaggi: la coalizione di centrodestra ha ottenuto 6 punti in meno per il candidato Presidente rispetto alle sue diverse liste (in Sardegna, puoi votare un Presidente di una coalizione e delle liste di una coalizione diversa). La Todde tra l’altro ha stravinto proprio in provincia di Cagliari, dove vive un terzo dei votanti, con un vantaggio enorme, segno che anche Truzzu non dev’essere un governante particolarmente amato.

Oltre ai partiti sardisti, in Sardegna ci sono anche partiti abbastanza forti ma che vivono solo sull’isola, come i Riformatori (un partito liberale di centrodestra che ha praticamente gli stessi voti dei 5 Stelle) o i Progressisti dell’ex sindaco di Cagliari Zedda. A  queste elezioni, la scelta del PD di allearsi coi 5 Stelle e di sostenere la Todde ha anche scatenato un fenomeno politico abbastanza impensabile: una coalizione con dentro Renzi, Calenda, Emma Bonino, indipendentisti sardi filo-russi e Rifondazione Comunista, guidata dal miliardario ambientalista Renato Soru, creatore della Tiscali e presidente dell’isola fino al 2009.

La coalizione non ha avuto grande fortuna (e in particolare le sue due costole, anzi costolette, di sinistra non hanno superato l’1% ciascuna), ma per quanto è stata risicata la vittoria di Todde è evidente che hanno quasi centrato il risultato di farla perdere, e far vincere il centrodestra.

E qui, la questione inizia a farsi interessante: perchè è vero che la Sardegna è molto particolare, ma qualche lezione ce la dà comunque.

Prima di tutto, ci dice molte cose su quella roba che i grandi giornali chiamano “centro”, “moderati”, “riformisti” e chi più ne ha più ne metta. Nè Renzi nè Calenda nè la Bonino hanno eletto qualcuno, nonostante il traino di Soru: i partiti moderati esistono solo sui giornali, nelle tv e in quel piccolo mondo stretto tra le sedi di Confindustria e i Rotary Club, che muove tanti soldi ma pochi voti.

Questo presunto centro si è impadronito delle strutture, dei voti e anche delle idee degli ex comunisti, dagli anni ‘90, e ha costruito la Seconda Repubblica, privatizzando e precarizzando in nome dell’Europa. Lo hanno quasi sempre fatto da dentro il cosiddetto “centrosinistra”, ricordando molto bene quello che diceva Agnelli (ossia che serve un governo “di sinistra” per far passare “cose di destra”).

Il loro bersaglio privilegiato, da 10 anni a questa parte, è il Movimento 5 Stelle: la loro missione esistenziale è impedire a questa forza, fatta di un mix di benintenzionati, persone strambe e scappati di casa, di controllare qualcosa. La ragione evidente è che si tratta di un fenomeno politico difficilmente controllabile, senza una classe dirigente selezionata (e quindi influenzabile in maniera mirata), e che negli anni è stata la voce della rabbia delle classi popolari, del Sud e di tante storie locali grandi e piccole (comitati contro la TAV, contro altre grandi opere, contro le discariche etc).

L’elezione di Elly Schlein alla guida del PD ha mandato in ansia questi moderati: la Schlein si è formata politicamente con Obama, non con Lenin, ma in ogni caso non passa giorno senza che i giornali la descrivano come una specie di esagitata che vorrebbe confiscarci l’automobile e anche la tazza del caffè per la colazione.

Questa non è una novità: ricorderete che l’avvocato cattolico Conte da queste stesse persone e dai loro mass media veniva definito dittatore, e se andiamo in Gran Bretagna l’elezione di un socialista vero come Jeremy Corbyn alla guida del Partito Laburista ha portato a 5 anni consecutivi di diffamazioni violente, con accuse di antisemitismo e stalinismo lanciate praticamente tutti i giorni contro un vecchietto gentile che faceva le marmellate in casa.

Queste forze di centro sono un po come i Visitors o gli Ultracorpi dei vecchi film di fantascienza: hanno preso il controllo dei partiti di centrosinistra e li hanno trasformati pezzo dopo pezzo in partiti di destra. Quando un sussulto degli elettori mette a rischio la loro guida di questi partiti, oppure fa nascere altri soggetti politici che loro non controllano, devono fare qualsiasi cosa per distruggerli. Fino a far vincere quella destra che dipingono come “autoritaria” o “fascista”, ma che evidentemente non li spaventa così tanto.

Il risultato del voto sardo per queste forze è stato assolutamente disastroso:  al governo della Regione c’è ora una delle esponenti dei 5 stelle più preparate. La Todde infatti ha una lunga esperienza come manager di aziende importanti come Olidata, ma è anche una sostenitrice del ruolo del pubblico nell’affrontare le crisi industriali, come ha mostrato da viceministra dello sviluppo economico durante il governo Draghi.

Inoltre, la coalizione che ha vinto le elezioni vede il PD contare esattamente per un terzo dei voti, lievemente meno della somma tra 5 stelle e vari partiti di sinistra: il rischio che il centrosinistra si ristrutturi attorno a un asse Conte-Schlein e che i 5 Stelle non sembrino più dei marziani incapaci non fa dormire la notte i moderati e le redazioni del Corriere della Sera e di Repubblica.

Ma il risultato del voto è anche un campanello di allarme importante per la Meloni (e forse la comunicazione dei risultati, lentissima e con aggiornamenti frammentari tra Comuni, Regione e altre fonti, serviva anche per diluire un po l’impatto della sua prima sconfitta): il segnale che il consenso dietro Fratelli d’Italia e la premier non è granitico e infallibile, e che gli elettori notano le magagne e votano di conseguenza (non solo la Sardegna è stata mal governata, ma Cagliari negli ultimi anni è diventata un labirinto di cantieri, con disagi per la circolazione e il commercio).

A influire sul risultato sono state probabilmente anche due questioni nazionali come le proteste degli agricoltori (ricorderete forse le proteste dei pastori sardi di qualche anno fa, sull’isola gli agricoltori sono molto bellicosi e il centrodestra era molto preoccupato dalla loro rabbia) e le manganellate sugli studenti di Pisa, che la Todde ha evocato più volte in campagna elettorale e anche dopo (“i sardi hanno risposto con la matita ai manganelli”) e che hanno probabilmente indignato e galvanizzato una parte di elettorato più politicizzata (da qui, anche i buoni risultati delle forze di sinistra radicale alleate con la Todde).

Dobbiamo essere contenti ? Sicuramente per chi, come noi, non vede di buon occhio il sistema politico costruito attorno al PD, questo risultato può essere anche rischioso. Rifondazione Comunista ha accettato il “patto col Diavolo” coi centristi nella speranza di evitare a livello nazionale una coalizione tra PD, 5 Stelle, Fratoianni e simili.

Del resto, l’asse Conte-Schlein non è radicale come la sinistra francese (che, con la coalizione NUPES, ha messo insieme “duri e puri” e moderati sotto la guida del coerente leader di sinistra Melenchon, uno che ha sfidato tutte le riforme di destra degli utltimi anni), i 5 Stelle sono molto più fragili degli altri partiti e le stesse timide innovazioni proposte dalla Schlein potrebbero essere ribaltate o stravolte dai colonnelli del suo partito.

Inoltre, si conferma la tendenza degli elettori a votare sempre meno: alle elezioni sarde ha votato solo il 52% degli elettori, e dobbiamo anche essere felici che il dato non sia sceso ulteriormente. Praticamente, un quarto degli elettori decide per tutti gli altri: una crisi della democrazia che è pericolosissima, e che tra l’altro in Sardegna è particolarmente frustrante (alle Europee, la Sardegna viene unita alla Sicilia e fatica ad eleggere eurodeputati nonostante abbia più abitanti di Malta).

Il risultato delle elezioni sarde è una sfida e un’opportunità per le forze che criticano la deriva liberista e oligarchica del nostro Paese: una sfida perchè si conferma che creare una sinistra autonoma, che rappresenti i lavoratori “contro” il Palazzo e il Sistema è molto complesso.

Un’opportunità perchè aumentano le contraddizioni all’interno di questo Sistema, e in questo momento in cui pochi vanno a votare può bastare una piccola organizzazione ben determinata per ribaltare il risultato delle urne. Spetta a chi vuole cambiare davvero l’Italia e restituirla ai lavoratori e alle lavoratrici cercare i modi più creativi ed efficaci per riuscirci.