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Essere socialisti oggi non significa guardare nostalgicamente al passato. Significa, al contrario, comprendere il presente attraverso le trasformazioni del capitalismo e costruire una prospettiva politica capace di restituire al lavoro, alla democrazia e all’interesse collettivo il ruolo che loro spetta. È questa, per il Risorgimento Socialista, la questione fondamentale.

Dalla nascita del movimento socialista italiano ad oggi sono cambiate profondamente le forme dell’economia, della produzione e del lavoro, ma non è venuta meno la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro. È cambiato il volto del capitale: non è più soltanto il proprietario della fabbrica o della terra, ma il capitale è diventato finanziario, globale, tecnologico e sempre più concentrato. Allo stesso modo è cambiato il lavoratore: accanto all’operaio troviamo riders di ogni nazionalita’, il lavoratore della logistica, il precario digitale, l’addetto al call-center, il collaboratore sottopagato. Tutti lavoratori costretti a vivere nella costante incertezza.

La frammentazione del lavoro non ha cancellato le disuguaglianze. Ha reso più difficile riconoscerle e, soprattutto, trasformarle in coscienza collettiva. È questo il campo in cui deve intervenire una forza socialista. Risorgimento Socialista deve avere l’ambizione di ricostruire quella coscienza sociale che decenni di individualismo, precarizzazione e ideologia neoliberista hanno progressivamente indebolito. Perché quando i lavoratori non riconoscono più la propria condizione comune, il conflitto sociale non scompare: diventa semplicemente squilibrato, lasciando il capitale più forte e il lavoro sempre più isolato.

La nostra idea di riformismo non può quindi coincidere con la semplice amministrazione dell’esistente. Il riformismo socialista, nella sua tradizione migliore, non è la ricerca di qualche concessione marginale né l’accettazione dei vincoli imposti dal mercato come se fossero leggi naturali. È trasformazione progressiva dei rapporti economici e sociali attraverso strumenti democratici e istituzionali. È la capacità di realizzare riforme che incidano realmente sulla distribuzione della ricchezza, sul potere economico e sulle condizioni di vita delle persone. Per questo il Risorgimento Socialista deve recuperare il concetto di riforme strutturali.

Oggi una parte crescente del potere reale non è immediatamente visibile. Si concentra nei grandi gruppi finanziari, nelle multinazionali tecnologiche, nelle piattaforme digitali, nei grandi operatori della logistica e nei soggetti capaci di controllare enormi quantità di capitale e informazioni. La tecnologia, lasciata esclusivamente alla logica del profitto, rischia di trasformarsi da strumento di emancipazione in un nuovo mezzo di controllo del lavoro.

Non possiamo accettare che siano gli algoritmi a decidere quanto vale una persona, quanto deve lavorare e quale sicurezza economica possa avere. Il progresso tecnologico deve essere governato dalla politica e orientato verso l’interesse generale.

Questo richiede un ritorno alla programmazione economica, una nuova politica industriale e un ruolo forte del settore pubblico. L’Italia e l’Europa devono tornare a investire nei settori strategici, nelle infrastrutture, nella ricerca, nell’energia, nella sanità, nella formazione e nelle nuove tecnologie. Occorre riportare nel nostro Paese produzioni strategiche, contrastare la desertificazione industriale e impedire che la finanza speculativa possa determinare il destino dei territori. Non si tratta di difendere il passato, ma di progettare il futuro.

Uno Stato moderno non può limitarsi a intervenire quando il mercato ha già prodotto disoccupazione, povertà e marginalità. Deve essere protagonista dello sviluppo e capace di creare lavoro dove il mercato non è interessato a investire. La piena occupazione deve tornare a essere un obiettivo politico centrale.

Il lavoro non è soltanto una fonte di reddito. È dignità, autonomia, partecipazione sociale e libertà. Per questo nessun sistema di sussidi può sostituire stabilmente un lavoro sicuro, qualificato e adeguatamente remunerato. Il compito della politica socialista non è distribuire qualche briciola in più di una ricchezza prodotta altrove, ma cambiare le condizioni attraverso cui quella ricchezza viene prodotta e distribuita.

Anche i beni fondamentali per la vita collettiva non possono essere trattati esclusivamente come merci. Sanità, energia, infrastrutture, ricerca e conoscenza devono essere sottoposte a una logica di interesse pubblico. Dove la privatizzazione produce dipendenza, disuguaglianza o perdita di sovranità, il socialismo deve avere il coraggio di proporre nuove forme di gestione pubblica e democratica.

Questa non è una battaglia contro il progresso. È una battaglia per decidere chi deve governarlo. Il capitalismo contemporaneo ha raggiunto livelli di concentrazione della ricchezza e del potere che mettono sotto pressione gli stessi meccanismi democratici. Una parte delle decisioni che incidono sulla vita dei cittadini viene ormai condizionata da mercati finanziari, grandi interessi economici e soggetti tecnologici transnazionali sottratti a un effettivo controllo democratico. Di fronte a questa realtà, la politica non può limitarsi a fotografare ciò che accade.

Deve tornare a scegliere. Ed è proprio questa la ragione per cui oggi serve un nuovo Risorgimento Socialista: non la riproposizione rituale di formule del passato, ma la ricostruzione di una cultura politica capace di collegare la grande tradizione socialista italiana alle contraddizioni del XXI secolo.

Dobbiamo recuperare lo studio e l’analisi del capitalismo senza trasformarli in dogmi. Dobbiamo comprendere come cambiano la produzione, la finanza, la tecnologia e il lavoro per poter costruire strumenti politici adeguati. La tradizione socialista possiede una straordinaria capacità di interpretazione del conflitto sociale; spetta a noi aggiornarla alle nuove condizioni.

Il punto di partenza resta semplice: la ricchezza prodotta dalla società non può essere utilizzata per accrescere indefinitamente il potere di pochi mentre milioni di persone vivono nell’insicurezza. Per cambiare questa realtà occorre ricostruire una comunità politica.

Un partito socialista non deve essere soltanto una macchina elettorale. Deve essere luogo di formazione, discussione, elaborazione culturale e organizzazione sociale. Deve tornare a parlare con i lavoratori, con i giovani, con i precari, con il mondo della produzione, con chi vive nelle periferie e con tutti coloro che oggi sperimentano sulla propria pelle l’insicurezza economica e sociale.

Risorgimento Socialista può assumere questa responsabilità: trasformare la solitudine individuale in coscienza collettiva, la protesta in organizzazione, la disuguaglianza in conflitto democratico e il conflitto in progetto politico. Il nostro obiettivo non può essere semplicemente quello di amministrare meglio una società diseguale. Deve essere quello di cambiarne gli equilibri.

Per questo il socialismo del nostro tempo deve tornare a parlare di uguaglianza, di democrazia economica, di sovranità pubblica, di piena occupazione, di diritti universali e di dignità del lavoro. Deve difendere la democrazia dal potere incontrollato della finanza e delle grandi concentrazioni economiche. Deve pretendere che la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia.

Il nome che scegliamo, Risorgimento Socialista, racchiude quindi un compito preciso: far rinascere una prospettiva socialista adeguata al nostro tempo. Non per ripetere ciò che è stato, ma per riprendere una storia e portarla nel futuro. Perché il socialismo non è la nostalgia di un mondo scomparso. È la volontà di costruire un mondo nel quale la ricchezza, la tecnologia, l’economia e lo Stato siano finalmente subordinati alla libertà, all’uguaglianza e alla dignità delle persone.

Luca Parodi

Coordinatore Segreteria Politica

Risorgimento Socialista Milano & Lombardia

 

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