Ho divorato il libro del Prof. Paolo Leon, 87 pagine di denso pensiero economico e, oltre a ripromettermi una seconda lettura più analitica e diciamo specialistica, la sensazione che ne ho tratto è l’insperato supporto scientifico ad una proposta politica che da mesi (anni?) sto facendo al movimento Risorgimento socialista. Cercherò di sunteggiare il libro in modo da estrarne quanto serve a supportare la mia proposta politica che ripeterò come conclusione di questo scritto.

NASCITA DELL’ECONOMIA DELL’ACCUMULAZIONE
I nostri tempi sono caratterizzati dalla nascita dell’economia dell’accumulazione, nel senso che:
• a fianco dell’economia reale (in termini marxiani D-M-D’ un ciclo in cui il denaro si trasforma in merce (intesa come materie prime, servizi, prodotti, brevetti etc) e tramite il lavoro che crea nuova ricchezza merce, che poi si traduce in più denaro che all’inizio del ciclo; dove però a più denaro (D’) corrisponde più merce (creata dal lavoro));
• è nata l’economia virtuale (o di carta) costituita dai “titoli” che rappresentano la merce ma che prendono una via propria di valorizzazione ovvero di accumulazione. Nel ciclo che in termini marxiani si può scrivere D – D’ si parte da titoli che rappresentano merci, tali titoli per varie ragioni si valorizzano ma non sempre al maggior valore dei titoli corrisponde una maggior ricchezza delle merci sottostanti.
• A differenza del primo caso dove a D’ corrispondeva nuova ricchezza reale, in questo caso a D’ non sempre corrisponde più ricchezza sottostante. Chi vende il titolo per il valore D’ incassa più soldi e si arricchisce ma non è detto che chi acquista quei titoli per il prezzo D’ sarà certo di realizzare, quando venderà il titolo acquistato, D’ (pareggiando) D (perdendoci) o D’’ (guadagnando a sua volta). Se il processo si ripete il titolo varrà D’’’ e poi D’’’’ fino a quando scoppierà la bolla speculativa ed il titolo tornerà a valere il suo valore reale.

Quando l’aumento del valore del titolo non corrisponde ad una maggior ricchezza creata si ha solo un aumento del prezzo a cui il titolo è scambiato, sarebbe come dire che la stessa cosa aumenta di prezzo pur rimanendo sempre sé stessa: in altri termini possiamo chiamare l’accumulazione o la valorizzazione come una “inflazione finanziaria”.
Sia chiaro i titoli talora aumentano di valore ma aumenta di valore anche la merce sottostante; è il caso di una impresa quotata che lavorando e producendo fa profitti che a fine anno vengono reinvestiti in azienda, è allora evidente che l’impresa vale più che all’inizio dell’anno e che quindi anche il titolo che rappresenta quell’impresa varrà di più, ma in questo caso alla maggior quotazione corrisponde maggior ricchezza.

Ora l’economia dell’accumulazione, ovvero il capitalismo finanziario è caratterizzato dallo scostamento tra valore reale dei beni e valore cartaceo dei titoli. La rappresentazione del reale si autonomizza dal reale stesso e si ipostatizza in una sua determinazione che vive una illusoria vita propria che tuttavia prima o poi viene richiamata al reale e in questo richiamo si racchiude il dramma del capitalismo finanziario. Poi c’è l’esaltazione dei titoli che rappresentano titoli, titoli al quadrato, e poi titoli che rappresentano titoli che rappresentano altri titoli su su fino a perder qualsivoglia collegamento con il reale per vivere in un mondo senza radici, ma per poi ripiombarvi tragicamente con lo scoppio della “bolla speculativa”. E ciò avviene quando i valori dei titoli tornano al valore reale (valore lavoro?) delle cose (merci, imprese, beni, diritti ) sottostanti.

Nel 2007 (ma anche nel 1919) abbiamo vissuto fenomeni del genere. Ma ancor oggi, dopo quasi dieci anni di crisi causata da quel fenomeno, le attività finanziarie sono pari a 11 volte il PIL mondiale, e gli interventi degli stati sono tesi a tutelare i valori cartacei talora anche a scapito dell’economia reale.

DUE LOGICHE
La parte più affascinante del libro di Leon sta nella figura dell’imprenditore-capitalista. Questa figura spesso, troppo spesso, è considerata come un’unica essenza, specie in un’economia familistica come la nostra, mentre al contrario si sdoppia quando si va ad analizzare le filosofie che ispirano le due figure quando siano sdoppiate. Questo sdoppiamento aiuta a comprendere la natura delle imprese e soprattutto la loro dinamica che non è indifferente a quale delle due figure sia egemone.
La filosofia dell’imprenditore è quella reale, fatta di costi e ricavi, di lavoro e investimenti, di macchinari e tecnologia, sì anche di sfruttamento del lavoro e di profitto, è in sintesi il mondo del D-M-D’.
La filosofia del capitalista è quella della valorizzazione dei suoi titoli, degli arbitraggi e dei futures, della speculazione e della finanziarizzazione che si estranea dalla produzione se la finanza è più promettente, che vi ritorna in caso contrario; è in sintesi il mondo del D-D’.

“Il capitalista prevale sull’imprenditore se il valore sul mercato dei titoli che rappresentano le cose ci si attende che sia maggiore del profitto delle cose stesse. Così quando i mercati finanziari crescono, la speculazione sui titoli è più conveniente che investire in coseo nei titoli che le rappresentano. Quando i mercati finanziari declinano, invece, l’investimento in cose può essere più conveniente e i capitalisti devono cedere agli imprenditori”.

La crisi del 2007 non è una crisi ciclica dopo la quale si tornerà alla “normalità”, è la crisi drammatica dello jato tra reale e virtuale, tra economia delle cose ed economia dei titoli, tra economia delle merci ed economia di carta, tra capitalismo produttivo e capitalismo finanziario, tra mondo del lavoro e mondo della finanza.

La frase sulla quale Risorgimento socialista è nato sanciva la convinzione del movimento che la crisi che viviamo è crisi di sistema, la crisi decisiva tra mondo del lavoro e mondo della finanza.

LA PROPOSTA POLITICA
La breve e parziale sintesi del libro del prof. Leon prelude quindi alla proposta politica che ho fatto più volte nei convegni di Risorgimento socialista; tale proposta parte dalla constatazione che in questo confronto tra mondo del lavoro e mondo della finanza, oggettivamente antagonistici, i lavoratori debbono ritrovare negli imprenditori schumpeteriani (quelli che cioè vivono di valutazione dei rischi, investimenti in innovazione e in tecnologia, e non vivono di commesse concesse da un potere corrotto) gli alleati nella lotta contro il capitalismo finanziario per riaffermare il primato del reale e del lavoro anche con una nuova concezione delle relazioni industriali.
Ai tempi dell’industria 4.0, dell’impatto della scienza nella tecnologia con l’IOT, le nanotecnologie, l’automazione generalizzata, la robotizzazione dei processi lavorativi, nasce l’esigenza di formulare nuove relazioni industriali che corresponsabilizzando i lavoratori nei processi produttivi li rendano anche soggetti decisionali nella vita delle aziende, riconoscendo l’imprenditore schumpeteriano come una delle figure più importanti del mondo del lavoro con cui cooperare contro l’elusività del capitale che trasferendo i suoi capitali dal mondo del profitto al mondo della valorizzazione e dell’accumulazione rischia di far deperire la produzione stessa.
Questa battaglia che non è solo a livello di fabbrica, si estende a livello di politiche fiscali e monetarie, contrapponendosi alle politiche hooveriane di questa Europa e perseguendo politiche espansive di tipo roosveltiano (quanto meno) perché poi il vero obiettivo è una nuova primavera del socialismo.
La battaglia è durissima, soprattutto a livello culturale perché ancora il senso comune crede più nella valorizzazione che nel profitto, perché anche Obama che ha cercato vie roosveltiane ha subito uno stop violento da Wall Street, perché i partiti socialisti europei sono ancora sotto l’egemonia blairiana, perché in pochi sanno vedere una vera alternativa al mondo dell’illusione virtuale del capitalismo finanziario tuttora egemone.