Partire dall’intersezionalità
per combattere
il “Working poor”

di Maddalena Celano

In Italia, il fenomeno del lavoro precario si manifesta in modo interessante quando analizzato attraverso la chiave dell’intersezionalità, rivelando stratificazioni profonde di oppressione, soprattutto nei confronti delle donne. La Campagna Abiti Puliti, con la sua denuncia contro H&M per presunte violazioni dei diritti dei lavoratori, mette in luce una realtà complessa e stratificata che richiede un’approfondita esplorazione delle interconnessioni tra diversi assi di oppressione nel nostro paese.

Attualmente, il 12% dei lavoratori italiani è etichettato come “working poor”, un termine che, attraverso un’analisi intersezionale, si svela come un crocevia in cui convergono diverse dimensioni di vulnerabilità. Questi individui, nonostante la loro partecipazione attiva al mondo del lavoro, vivono in condizioni di povertà, con un reddito annuo inferiore a 11.500 euro netti, appena sopra i 950 euro mensili. La pandemia ha intensificato ulteriormente questa condizione, ampliando il numero di casi di “working poor” di 400.000 unità.

Nell’ottica intersezionale, le donne emergono come una categoria particolarmente vulnerabile, colpite da un doppio bind (legame, laccio oppressivo) di oppressione di genere e precarietà economica. La Campagna Abiti Puliti evidenzia che la povertà lavorativa è un fenomeno multidimensionale che va oltre la mera dimensione salariale. Nel contesto della moda, questa situazione è esemplificata dalla differenza tra lavorare negli stabilimenti di proprietà del marchio e lavorare per i terzisti nella sub-fornitura. L’analisi intersezionale rivela come le donne siano spesso intrappolate in segmenti specifici della filiera che offrono condizioni di lavoro più precarie.

Attraverso la lente dell’intersezionalità, riconosciamo il salario minimo come una tappa necessaria, ma ci rendiamo conto che, da sola, non è sufficiente a smantellare le complesse dinamiche dell’oppressione e della povertà lavorativa. In un contesto globalizzato, dove il sindacato ha perso potere contrattuale, si rendono necessarie misure più ampie di politica economica, fiscale e legislativa sia a livello nazionale che internazionale. L’intersezionalità ci spinge a considerare il lavoro precario non solo come una questione economica, ma come un nodo intricato di ingiustizie sociali e di disparità di potere che colpisce in modo differenziato le diverse categorie di lavoratori.

La proposta di un salario dignitoso di base, ancorato ai diritti umani, diventa fondamentale quando letta attraverso l’intersezionalità. Questo salario, calcolato netto e senza le maggiorazioni, dovrebbe essere di almeno 2.000 euro al mese nel 2024, secondo l’analisi della Campagna Abiti Puliti. Tale cifra, oltre a rispecchiare una giusta remunerazione, rappresenterebbe un passo significativo verso la creazione di una società più equa e inclusiva.

Oltre al tema salariale, l’intersezionalità ci spinge a esplorare altre dimensioni della lotta contro il lavoro precario. Gli “in-work benefit”, la riduzione collettiva degli orari di lavoro a parità di salario e una revisione del modello di produzione e consumo, soprattutto nell’industria della moda, diventano parte integrante di un approccio intersezionale alla giustizia sociale.

La mancata approvazione di una legge sul salario minimo da parte del Parlamento italiano, quando vista attraverso la lente dell’intersezionalità, non è solo un segnale preoccupante di negligenza economica, ma anche una manifestazione di indifferenza verso le molteplici oppressioni che intersecano la vita dei lavoratori precari, in particolare delle donne. L’intersezionalità ci spinge a rispondere con urgenza a questa emergenza sociale, cercando soluzioni concrete e impegnate che affrontino le molteplici dimensioni dell’ingiustizia economica e sociale. In questo modo, possiamo sperare di creare un futuro più equo e inclusivo per tutti.

L’intersezionalità è un concetto originario degli studi critici, particolarmente sviluppatosi nel campo dei diritti civili, del femminismo e della teoria queer. Si tratta di una prospettiva analitica e un quadro concettuale che mira a comprendere e ad affrontare l’interconnessione delle diverse forme di discriminazione e oppressione che una persona può sperimentare, prendendo in considerazione non solo una singola dimensione di identità, ma l’interazione complessa di più fattori.

Nel contesto filosofico, l’intersezionalità è stata formulata dalla filosofa del diritto afro-americana (e di formazione marxista) Kimberlé Crenshaw, negli anni Ottanta. Essa suggerisce che le categorie sociali come genere, razza, classe sociale, orientamento sessuale, disabilità, età e altre non possano essere considerate indipendentemente l’una dall’altra. Invece, queste categorie si intersecano, formando una rete complessa che contribuisce a definire l’identità e le esperienze di un individuo.

Sono stati indicati alcuni principi chiave di questa prospettiva. Intreccio di Identità: l’intersezionalità riconosce che ognuno di noi è plasmato da diverse identità sociali e che queste identità si intrecciano in modi che possono amplificare o mitigare le esperienze di discriminazione. Iniquità Strutturale: questo approccio sottolinea che molte delle disuguaglianze e delle oppressioni non sono semplicemente il risultato di scelte individuali, ma sono radicate nelle strutture sociali e nelle istituzioni che perpetuano sistemi di potere e privilegio. Comprensione delle Differenze: l’intersezionalità promuove una comprensione