L'inceneritore
di Santa Palomba

Intervista a Giampiero Castriciano

Inceneritore a Santa Palomba. Ce n’é davvero bisogno?
L’emergenza rifiuti che attualmente attanaglia Roma è il risultato di una politica pluridecennale che ha privilegiato la discarica come mezzo principale di smaltimento. Potrei definirla una politica che ha strizzato sempre l’occhio agli interessi privati a danno di quelli pubblici e ciò non è soltanto un’opinione personale quanto un dato di fatto affrontato anche dalla magistratura in tempi relativamente recenti. La raccolta differenziata, il riuso, il riciclo, il rituilizzo e la riduzione dei rifiuti non sono stati argomenti graditi ai sordi amministratori del passato. Quando nel lontano 1993, da Assessore all’Ambiente della Provincia di Roma, proposi al presidente dell’Ama la messa a punto di un serio piano di raccolta differenziata, mi sentii rispondere che era semplicemente una chimera perché, secondo lui, nella migliore delle ipotesi, con il mio progetto si sarebbe raggiunto un livello di materiale diffrenziato del 10% di tutta la produzione di rifiuti solidi urbani. I fatti lo hanno smentito perché negli anni a seguire diversi municipi raggiunsero livelli di raccolta differenziata superiori al 60%, seppure per brevi periodi. Se quella politica fosse stata perseguita con razionalità, continuità e soprattutto con trasparenza, oggi non si parlerebbe affatto di inceneritore.

Che fine faranno tutti gli investimenti fatti in raccolta differenziata e riciclo?
Andranno tutti in fumo e cenere, come i rifiuti che vorrebbe bruciare Gualtieri. L’inceneritore è stato progettato per l’incenerimento di ben 600.000 tonnellate l’anno di rifiuti e costerà, almeno, 1 miliardo di euro. La concessione all’impresa privata durerà oltre 33 anni e il costo complessivo, alla fine, sfiorerà gli 8 miliardi, presi dalle casse pubbliche, naturalmente! Tutto ci induce a pensare che l’obiettivo è quello di non incrementare la raccolta differenziata e di bruciare tutto l’indifferenziato. Attualmente Roma produce ogni anno circa 1.800.000 tonnellate di rifiuti di cui quasi un milione rimangono indifferenziati. All’attuale tasso di crescita del volume dei rifiuti, tra dieci anni quelli indifferenziati passeranno circa alla quota di 1.500.000 tonnellate. Avendo già investito 1 miliardo nell’inceneritore e – come prevedibile – pochi spiccioli per la raccolta differenziata e il riciclo, è ragionevole pensare che tra un decennio Roma sarà destinata ad un’altra grande emergenza rifiuti e si vedrà costretta a gestire un problema di inquinamento ambientale senza precedenti poiché all’iquinamento dei rifiuti si aggiungerà anche quello prodotto dall’inceneritore.

Quali potrebbero essere le alternative all’inceneritore?
Sono svariate le ragioni per le quali si dovrebbe puntare tutto sul riciclo, il riutilizzo e la riduzione dei rifiuti. Intanto dobbiamo sottolineare che c’è ancora molto da fare per incrementare un’efficace raccolta differenziata da cui ricavare i materiali da riciclare e da riutilizzare. Non è assolutamente un’utopia puntare ad un 90-95% di riciclo e riutilizzo dei rifiuti urbani e speciali. Sul fronte della loro riduzione quasi nulla è stato fatto fino ad oggi e quei pochi passi che sono stati realizzati ritengo che siano provvedimenti molto blandi, assolutamente insufficienti che nascondono quasi la volontà di non dispiacere a nessuno. L’inceneritore, in sé, non rappresenta nient’altro che una grande contraddizione. Da una parte, il mondo Occidentale, e in prima linea l’Europa, lanciano allarmismi sulla produzione dell’anidride carbonica, il riscaldamento globale, il problema dell’energia, la preoccupante scarsità delle risorse naturali, sulla necessità della green economy e così via. Dall’altra si sollecita e si sostiene uno sviluppo economico basato quasi esclusivamente sul consumismo più smodato, si distruggono e si inceneriscono i materiali contenuti nei rifiuti pur sapendo che l’energia che da essi si ricava è ben inferiore a quella che è stata impiegata per lavorarli e trasformarli in oggetti utili. Pur essendo consapevoli che è necessario ridurre ogni forma di inquinamento ambientale e qualunque immissione in atmosfera, si progettano mostri come gli inceneritori che divorano quantità enormi di acqua, di energia, ed emettono nell’ambiente e in atmosfera raggruppamenti di molecole di cui ancora non si conoscono le conseguenze sulla salute umana.

Molti, anche nello stesso partito e coalizione di Gualtieri, hanno invocato un referendum, come punto terminale di una riflessione sul ciclo dei rifiuti. Avrebbero dovuto essere i romani a decidere cosa fare. Perché l’amministrazione Gualtieri si è irrigidita di fronte a quello che è un semplice esercizio di democrazia?
Il referendum andrebbe promosso non soltanto tra i cittadini di Roma ma anche e soprattutto tra quelli di Ardea, di Pomezia e degli altri comuni circostanti, visto che l’inceneritore avrà un impatto ambientale, economico e sociale anche su  questi. Ma la consultazione popolare non si farà perché la democrazia non esiste più, è in crisi nel nostro paese e, più in generale, nel mondo occidentale. Purtroppo, abbiamo la convinzione di vivere in un regime democratico probabilmente perché ancora ci è consentito di andare a votare, eppure sappiamo che, spesso, il nostro voto conta ben poco. La democrazia, così come l’abbiamo sempre sognata e talvolta anche esercitata, ha ceduto la sua autorità ad un capitalismo liberista in cui non conta più la volontà popolare ma le ragioni disumane di una assurda remunerazione del capitale che detta legge con il suo potere finanziario e i suoi ricatti. Non è un caso che i più strenui sostenitori degli inceneritori sono proprio i grandi raggruppamenti industriali e il mondo bancario. L’esercizio democratico turba gli equilibri, i rapporti e gli intrecci di questa nuova e drammatica forma di governo che è appunto la propaggine politica e l’alleato maggiore del capitalismo liberista del quale, comunque, si preannuncia il suo fallimento.

Perché l’impianto viene allocato proprio nel territorio di Santa Palomba? Ultimo lembo di terra del comune di Roma, incuneata tra Ardea e i Castelli Romani?
La sindrome nimby, “non nel mio giardino”, appartiene anche alle insospettabili amministrazioni pubbliche. L’inceneritore dovrebbe essere costruito in un lembo di territorio oblungo del Comune di Roma che si insinua tra Ardea e Pomezia. E’ appena il caso di ricordare che un impianto simile non avrebbe nessuna speranza di essere realizzato nelle zone più popolose di Roma e nemmeno nelle immediate vicinanze del Raccordo Anulare. Ad opporsi sarebbero non solo i Municipi ma soprattutto centinaia di migliaia di persone. E così, allora, si è scelto il luogo che potesse dare meno problemi: la periferia più distante dal centro, tra popolazioni meno numerose appartenenti ad altri comuni. Insomma, una vera e propria scorrettezza politica ed istituzionale che la dice lunga sulla pervicace volontà di costruire l’inceneritore.

Si consuma, sull’inceneritore, una santa alleanza tra sindaco di Roma e Presidente della Regione Lazio, il quale ha dichiarato, tempo fa, che la realizzazione dell’opera era “un problema di viabilità” sulla via ardeatina. Possibile ridurre l’impatto ambientale al solo transito dei camion carichi di immondizia? Qual è il vero motivo di questa corrispondenza di amorosi sensi tra le due istituzioni?
La verità è che sia la destra che la sinistra sono entrambi favorevoli alla realizzazione dell’opera. Il gioco delle parti che stanno conducendo, facilmente smascherabile, è un ingenuo tentativo di salvare la faccia e – quando sarà – anche la poltrona. Il Presidente della Regione Lazio cita soltanto uno dei tanti problemi, quello della viabilità che, seppur grave, non è una questione dirimente. Da buon governatore, egli dovrebbe assumere una posizione politica più chiara e più incisiva esercitando anche i poteri che gli sono riconosciuti in ordine all’opportunità o meno di accogliere un progetto così impattante sul territorio, sui cittadini, la sanità e l’economia. Dal punto di vista economico, ad esempio, ci si dovrebbe chiedere quali potrebbero essere le eventuali ricadute positive di tale progetto sul piano occupazionale in relazione a quelle derivanti dalle attività connesse al riciclo, riuso e riduzione dei rifiuti. Secondo le dichiarazioni dei sostenitori dell’inceneritore si produrranno 150 posti di lavoro compreso l’indotto. Di contro, una stima molto prudente indica che da qui al 2030 l’economia circolare potrebbe produrre solo in Italia oltre 600 mila posti di lavoro.

Parliamo della ricezione del termovalorizzatore sul territorio. Cosa pensano i cittadini residenti? Nei circoli economici e di “pensiero” favorevoli all’opera l’opposizione viene liquidata come espressione dei cosiddetti “ambientalisti del no”. E’ invece una protesta radicata nella popolazione …
La futura presenza dell’inceneritore è fonte di giustificate preoccupazioni che trovano la loro ragion d’essere in dati di fatto concreti. Il territorio è già penalizzato dalla discarica di Roncigliano che, essendo prossima alla chiusura perché esaurita, rischia di essere ampliata e riattivata per accogliere le ceneri prodotte dall’inceneritore. Queste ceneri, che in realtà sono polveri sottili, saranno ben più inquinanti e pericolose dei rifiuti urbani poiché si diffondono facilmente nel terreno e soprattutto in atmosfera e per le quali dovranno essere approntate misure di protezione e sicurezza più delicate e complesse di quelle adottate in una discarica ordinaria. Oltre alla discarica, sul territorio insistono ben due print, programmi integrati per l’abitazione popolare, deliberati dal Comune di Roma. Il primo, realizzato alcuni anni fa, frutto di una speculazione edilizia poco chiara, si è ridotto ad essere una zona fortemente degradata, mentre il secondo, sempre deliberato da Roma, è ancora in fase di costruzione proprio in un’area di grande valore archeologico e culturale. Questi due complessi abitativi riversano sul territorio diverse migliaia di persone che mettono in crisi i servizi sanitari, quelli scolastici, dei trasporti ecc. dei comuni limitrofi in quanto essi furono progettati ed attivati nel passato per un bacino di utenza ben più ristretto ed esclusivamente facente capo ai residenti degli stessi comuni. Un altro problema totalmente ignorato e sottaciuto dai sostenitori dell’inceneritore è quello dell’acqua. Per poter produrre energia elettrica dal calore della combustione, sarà necessaria una grande quantità di acqua indispensabile per il funzionamento delle turbine a vapore. Il bacino idrografico dei Castelli Romani, che è giunto ad un livello di equilibrio molto precario anche in termini di inquinamento, già oggi non è in grado di soddisfare tutto il fabbisogno locale di acqua. Molte zone, infatti, sono sprovviste di acquedotti e l’AMA, nonostante le richieste e le proteste degli abitanti, non ha mai provveduto a realizzare le condotte. C’è poi il problema della esiguità delle infrastrutture, la devastazione dei terreni agricoli che dovranno essere dismessi per via delle polveri sottili e degli inquinanti immessi in atmosfera, la deturpazione di una delle zone più belle del Lazio, ricca di aree archeologiche e densa di storia: qui è la culla della civiltà latina da cui ha avuto origine la  civiltà romana e poi europea.

Quali azioni per fermare la realizzazione dell’impianto?
E’ doveroso ricordare che fu il governo Draghi a nominare Gualtieri Commissario Straordinario per i Rifiuti. Oggi sia al governo che in Regione abbiamo una coalizione di destra e, pare che, entrambi, insieme ai loro sindaci locali, siano contrari alla realizzazione dell’impianto. Se questo è vero, ci dovremmo aspettare che il governo prenda contatti col Commissario per indurlo a desistere dal suo progetto in favore di soluzioni alternative più democratiche e più rispettose della salute dei cittadini e dell’ambiente.