di Franco Bartolomei, coordinatore nazionale
L’accordo di pace condizionata – che sembrerebbe chiudere la guerra a Gaza – raggiunto su iniziativa della Presidenza Trump e dei Paesi arabi sunniti del Golfo, con il ruolo centrale di Egitto e Turchia, costituisce un punto di svolta nella lotta per la liberazione del popolo palestinese, spostando lo scontro con lo Stato israeliano a direzione sionista su un terreno diverso da quello della diretta contrapposizione militare.
Hamas e i movimenti suoi alleati, dopo il crollo della Siria, non erano nelle condizioni di poter continuare lo scontro con prospettive di vittoria contro l’esercito israeliano, sostenuto dagli USA in modo totale. Hanno quindi accettato un accordo che consente loro di superare il vicolo cieco in cui erano stretti e di modificare i termini di uno scontro militare ormai non più sostenibile, nei termini precedenti alla vicenda siriana che aveva frantumato lo schieramento di alleanze su cui la resistenza palestinese contava.
L’accordo raggiunto – ottenuto unicamente grazie alla grande capacità di resistenza dimostrata sul campo – consente al movimento della resistenza palestinese di salvare il proprio popolo dal tentativo reale di genocidio ed esodo forzato, e contemporaneamente di preservare tutte le sue strutture e, soprattutto, la sua centralità politica.
La nuova fase che si apre costringerà tutto il fronte della resistenza palestinese, a partire da Hamas, a modificare la propria strategia politica e a ricostruire al suo interno un tessuto unitario tra le forze che hanno combattuto con grande capacità e tenacia per due anni a Gaza, e l’ANP e Fatah, che non hanno condiviso l’attacco del 7 ottobre e che – nonostante le provocazioni dei coloni – mantengono ancora un controllo formale sul territorio della Cisgiordania.
La fase della lotta di resistenza che si apre ora sarà infatti caratterizzata dalla necessità di costruire un fronte di mobilitazione politica di massa del popolo palestinese, che dovrà contrastare il disegno sionista di neutralizzare tutte le forze palestinesi che vogliono continuare a lottare per uno Stato palestinese libero, indipendente e sovrano.
Da questa guerra frontale, che di fatto non ha né vincitori né vinti, emergono due conclusioni decisive per il futuro della terra di Palestina:
- Israele non è, e non sarà, in grado di risolvere con le armi a proprio favore la questione palestinese. Non è riuscito a distruggere la resistenza a Gaza, nonostante i massacri compiuti, e ha costruito attorno a sé, con la sua azione militare criminale, un pauroso vuoto internazionale, nel rapporto con le opinioni pubbliche mondiali e con la stragrande maggioranza della comunità degli Stati.
- Il popolo palestinese, seppur diviso, circondato e colpito a carissimo prezzo, è nelle condizioni – e sempre più lo sarà – di sviluppare un movimento di resistenza formidabile come mai prima nella storia. La sua coscienza nazionale, la sua forza politica e il suo prestigio morale escono da questa guerra drammatica enormemente rafforzati, mettendolo nelle condizioni – ora più che mai – di costruire un grande movimento politico nazionale di massa, unitario, necessario a trasformare le forme della sua lotta nella nuova situazione che questo accordo aprirà.
Queste due considerazioni – che terrorizzano i sionisti – spiegano perché Israele non rilascerà Marwan Barghouti, rendendosi conto che una leadership palestinese prestigiosa e unificante, di nuovo in azione, favorirebbe un processo politico di massa del popolo palestinese – già in atto – che potrebbe aprire la strada a una sua vittoria epocale.
Il nostro dovere è quello di tenere sempre ai massimi livelli, anche in Europa, il potenziale di mobilitazione popolare a sostegno della resistenza palestinese, soprattutto ora che lo scontro in Palestina tenderà a trasferirsi sul terreno politico della mobilitazione di massa.
Viva il popolo palestinese.