La guerra infinita in Yemen e gli Houthi

Maria Morigi

“Prima regola da seguire: Non infognarti nello Yemen,
Seconda regola da seguire: Non infognarti nello Yemen”.
(Anonimo “patriota” yemenita)

La reale situazione dello Yemen, del tutto sottovalutata se non ignorata da Europa e Stati Uniti, va compresa partendo dall’intervento di Nasser nel 1962 e dalla rivolta anticoloniale appoggiata dall’Unione Sovietica che portò alla nascita della Repubblica popolare socialista yemenita (1967) con capitale Aden. Dal 1962 fino al termine della guerra nel 1970, l’occupazione militare egiziana provocò stragi di civili facendo uso indiscriminato di strumenti di guerra vietati dalle leggi internazionali. L’avventura egiziana si risolse in un disastroso impantanamento nei killing fields yemeniti e rappresentò la fine dei progetti di espansione di Nasser, poiché non erano stati valutati né la natura né il contesto dei conflitti etnico – tribali che dividevano lo Yemen in due parti separate: le tribù del Nord e quelle ad influenza marxista e socialista del Sud.  La guerra civile tra le due entità si concluse con la vittoria della fazione repubblicana e la rinuncia da parte dell’Arabia saudita di restaurare in Yemen una monarchia, pur continuando a sostenere il partito monarchico. Dopo il 1970, lo Yemen conobbe pochi anni di relativa pace in cui fiorirono mercantilismo, corruzione e malaffare.

Dopo l’assassinio del Presidente Ahmad al-Ghashmi (24 giugno 1978), irruppe nella scena politica il Rais Ali Abdullah Saleh, che, nominato Presidente del Nord Yemen nel 1978, rimase in carica fino al 1990 e fu dittatore dello Yemen unificato dal 1990 al 2012. Saleh, privato del potere nel 2012 dalla spinta popolare, scomparve nel dicembre 2017 quando si accingeva a consumare l’ennesimo tradimento a danno degli Houthi, ormai suoi alleati in chiave anti-saudita.

Il più importante risultato dell’autoritario Saleh fu l’unificazione del Paese. Il processo di unificazione, basato sul rifiuto delle fondamentali priorità sostenute dalla defunta monarchia yemenita, quali la difesa di valori identitari e il contrasto alle pressioni di Regno Unito e USA attraverso l’Arabia Saudita, ebbe lo scopo di immettere l’economia yemenita nel mercato mondiale. L’ unità del Nord e del Sud Yemen creò infatti il quadro politico-istituzionale per cospicui investimenti attraverso contratti con conglomerati finanziari ed industriali angloamericani interessati a sfruttare le ricchezze energetiche concentrate nelle province di Marib e di Shabwa. Gestito da globalisti liberali, il processo di unificazione provocò disillusioni, conflittualità tra gruppi di potere e pulsioni secessioniste specie nel Sud-Ovest del Paese, un’area sfruttata a beneficio delle regioni del Nord.

Nel maggio 1994 scoppiò la rivolta armata delle forze del Sud, riunite nel movimento indipendentista Hirak (Movimento popolare) di ideologia socialista sostenuto dal potente gruppo fondamentalista – riformista di al-Islah (“Riforma”). I cruenti eventi di quell’anno fecero sì che lo schieramento separatista degli Houthi da forza clandestina e tribale diventasse progressivamente una formazione politico-militare. La rivolta si concluse in pochi mesi, ferocemente repressa da Saleh.

Bisogna specificare che, in territorio yemenita, movimenti insurrezionali e irredentisti erano attivi già dalla seconda metà del XX secolo con la guida in Hussein B. al-Houthi, membro del Parlamento tra il 1993 e il 1997. Al-Houthi era sostenuto da quelle comunità tribali delle regioni montuose dello Yemen settentrionale sottoposte a discriminazioni da parte di Saleh e accusate di voler rovesciare il governo e instaurare un emirato di stampo sciita. A partire dall’assassinio di al-Houthi, ordinato nel 2004 dalle autorità statali yemenite, Il malcontento dei ribelli del Nord è cresciuto in ragione dell’insufficiente rappresentanza politica loro concessa da parte dello Stato, per cui hanno condotto diverse campagne militari per la conquista della capitale Sana’a. Approfittando dell’instabile contesto regionale con lo scoppio della Primavera araba nel 2011 e il rafforzarsi del ramo yemenita di Al-Qaeda, gli Houthi sono riusciti ad occupare Sana’a nel luglio 2014, hanno sciolto il Parlamento e spinto il presidente Hadi alla fuga (Abdrabbuh Mansour Hadi aveva sostituito Saleh).

L’occupazione di Sana’a non solo ha dato nuovo vigore alle aspirazioni indipendentiste del Sud Yemen, ma ha scatenato anche l’intervento saudita con massicci bombardamenti sostenuti dai finanziamenti USA. L’intervento di ingerenza militare nel 2015 dell’Arabia Saudita e altri otto Stati – per lo più arabi sunniti favoriti dalla comunità internazionale – era giustificato dal fatto che i decisori politici occidentali classificavano lo Yemen uno “Stato fallito”, cioè istituzionalmente più debole e incapace di autonomia. E lo Yemen appariva proprio come uno Stato fallito a tutti gli effetti dove un gruppo ribelle sciita finanziato e sostenuto dall’Iran, gli Houthi, minacciava l’esistenza dello Stato stesso e dove il terrorismo di al-Qa’ida trovava un campo d’azione sicuro nella Penisola Araba. L’intervento militare era dunque finalizzato al ristabilimento dell’ordine e del governo Hadi.

Nell’aprile 2015 (Presidenza Obama) fu così approvata dal Consiglio di Sicurezza ONU la Risoluzione 2216 con cui si imputava l’esclusiva responsabilità del conflitto agli Houthi, destinatari dell’embargo militare, e si autorizzava il blocco navale ed aereo. Gli anni passano e la milizia degli Houthi continua ad essere demonizzata come terrorista dai Paesi dell’alleanza atlantica: il Joint Statement sottoscritto in marzo 2021 da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania ed Italia condanna ancora una volta la milizia Houthi per l’aggressione all’Arabia Saudita e per l’offensiva di Marib iniziata nello stesso mese del 2021, senza prendere atto  dei bombardamenti indiscriminati lanciati da Riyadh che hanno massacrato civili e distrutto luoghi di raccolta di derrate alimentari. Ad oggi le conseguenze della guerra (non ancora conclusa, ma semplicemente rallentata per la minore aggressività dell’Arabia Saudita) continuano ad essere devastanti: sulle condizioni di vita dei civili gravano la pesantissima crisi economica, carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché diffusione di epidemie di colera e difterite.

Guardando agli equilibri internazionali c’è da sottolineare che dal 1 gennaio 2024 Iran ed Arabia saudita sono entrati a far parte dei BRICS e già nel 2023, con l’intervento diretto della Cina per normalizzare i rapporti, Iran e Arabia saudita hanno ricominciato a dialogare dopo anni di scontri indiretti che li hanno visti divisi sui fronti dello scacchiere mediorientale, dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iraq. Per cui al momento attuale, sono gli attacchi statunitensi e britannici di gennaio 2024 a bombardare lo Yemen degli Houthi, mentre l’Arabia saudita e gli Stati del Golfo, senza prendere iniziative, stanno a guardare le difficoltà del commercio verso Israele nel Mar Rosso e l’escalation militare dal Libano alla Siria per fermare i propositi israeliani di pulizia etnica e di predominio in tutta l’area.

Gli Houthi, in lingua araba al-Ḥūthiyyūn, sono dipinti dalla stampa come terroristi fondamentalisti responsabili di atrocità, approssimativamente confusi con gruppi fondamentalisti militanti appartenenti alla galassia dello Stato islamico (IS). Inoltre la propaganda occidentale tace consapevolmente sui massacri del popolo yemenita perpetrati dall’Arabia saudita e nessun giornalista si interessa a provenienza, formazione, ideologia e motivazioni del gruppo Houthi.

Gli Houthi provengono dalle montagne del Nord Yemen dove un Imamato sciita governò dal 897 fino ad essere deposto nel 1962. Sono un gruppo tribale pastorale, profondamente religioso praticante lo Sciismo Zaydita. Per maggiore chiarezza: lo Zaydismo, una delle 4 Scuole dello Sciismo islamico, è diffuso nel solo Yemen con una dottrina ricca d’implicazioni sociali; questo aspetto lo rende pericoloso agli occhi del potere sunnita prevalente negli Stati del Golfo, a causa di elementi giudicati dal Sunnismo “estremistici” o “esagerati”. Lo Zaydismo infatti, insieme al movimento Sciita Kharigita, prescrive la deposizione dell’Imam in caso d’inadempienza e che il potere legittimo sia esercitato solo da chi dimostri di saper guidare i musulmani contro usurpatori e oppressori. Dal punto di vista giuridico, si basa sull’uso della ragione nell’interpretazione delle Scritture che possono essere adattate alle circostanze storiche e politiche. Ciò ha generato un codice legale flessibile, che segue il principio di “comandare il bene e proibire il male”. Il fedele, quindi, deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni (libero arbitrio), riconoscere ed evitare il male utilizzando la propria ragione.

Poiché in Yemen del Nord c’è stato un progressivo aumento dell’infiltrazione wahhabita, le comunità Houthi hanno ripiegato sempre più sulla militanza religiosa per varie ragioni: innanzitutto perché lo Zaydismo consentiva ai ribelli di consolidare l’identità del Movimento minacciata in quanto comunità dalla diffusione del Wahhabismo, in secondo luogo perché il rigorista Wahhabismo non tollera l’allontanamento dalla tradizione, accusando tale atteggiamento di miscredenza (Takfir).

Gli Houthi nascono come movimento nel 1994 e diventano attivi in funzione anti-governativa dopo il 2004. Si caratterizzano politicamente per un’ideologia antioccidentale, antisionista (non antisemita), incline al nazionalismo, alla giustizia sociale e filo-iraniana. Il carattere militante del Movimento è emerso  con la salita al potere del presidente Saleh,  promotore dell’ alleanza con Washington, considerata dai ribelli del Nord un focolaio di corruzione e una svendita dei principi fondanti l’identità yemenita. D’altra parte, gli Houthi erano visti come una minaccia alla sicurezza dello Stato per la vicinanza ideologico-religiosa a Teheran. Dal 2014, si sono presentati come garanti della stabilità e dell’ordine in Yemen e oggi sono sentiti dalla popolazione come capaci e credibili nel gestire e risolvere le controversie interne, proprio perché hanno sviluppato un’identità inclusiva e nazionalista, incline alla moralità religiosa. Infatti la denominazione del gruppo, modificata nel 2014 in Ansar Allah (“Partigiani di Dio”), racchiude in sé la condanna alla corruzione e il “pilastro” dell’unità musulmana coesistenti con i valori guida della teocrazia iraniana. Con l’evolversi della guerra civile, i rapporti tra Houthi e Teheran sono diventanti sempre più forti, come è evidente nel motto adottato dal Movimento nel 2003: “Dio è Sommo, morte all’America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria per l’Islam’’.

Un’ultima osservazione sulla posizione anti-Israele degli Houthi e sulle loro azioni nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden: se prima dell’aggressione saudita allo Yemen, c’era  assonanza tra i comandi militari USA e gli Houthi nel contenere il terrorismo di al-Qaeda, oggi gli osservatori sono  sbalorditi di fronte all’atteggiamento dell’alleanza occidentale che  “annaspa” pensando di riuscire addirittura ad eliminare, un movimento di resistenza (ribadisco NON terroristico) che non possiede armi di distruzione di massa ma solide motivazioni di sopravvivenza contro le interferenze. Con tali solide motivazioni sostiene la causa palestinese e riesce a tenere in scacco il 10 % del commercio mondiale… e ancora non è passato alle vie di fatto nel danneggiare i cavi sottomarini del Mar Rosso, responsabili del 17% del traffico Internet mondiale. Tutto ciò dovrebbe far riflettere sulla continua strumentalizzazione del “terrorismo costruito” ad arte dall’Occidente, ma anche sulla fragilità dello sviluppo globale.