Informazione e regime

di Ferdinando Pastore

Forza Lavoro esce in versione cartacea in un momento storico davvero particolare. Mai come in questi anni la voce dei padroni si è delineata come gendarmeria del dibattito pubblico. Solo pochi giorni fa l’Amministratore delegato della Rai ha fatto irruzione nel corso di una diretta per ribadire la necessità di esporre in maniera unilaterale le dinamiche dell’occupazione militare nella Striscia di Gaza.

In questi ultimi anni di guerra sono apparse preoccupanti liste di proscrizione, stilate da sacrestani dell’ortodossia camuffati da giornalisti, che indicavano, con tanto di foto segnaletica, gli intellettuali indesiderati da silenziare senza troppi rimorsi. Mentre scrivo, il prode Zelensky, armato delle sue truppe in camicia bruna, annuncia all’Italia la preparazione di dossier nei quali denuncerà i reprobi e gli indesiderati alla causa della libertà. Gli organi di informazione, nelle mature democrazie liberali, vivono in uno stato d’ansia permanente; non si capacitano della perdita di credibilità proprio quando non perdono occasione di pavoneggiarsi della loro cristallina, indiscutibile professionalità. Così incentrano il loro sgomento in una epocale battaglia di civiltà: quella volta a chiudere gli spazi dell’informazione alternativa con lo stratagemma della lotta alle fake news.

Il sistema liberale, di destra e di sinistra, è ermetico nella ferocia censoria quando sottopone gli interlocutori sui cui grava il sospetto di diserzione a premesse degne di un saluto romano; un segno simbolico di appartenenza all’ordine: “esiste un aggredito e un aggressore”, “il 7 ottobre è un atto terroristico paragonabile alla Shoah”, “la violenza è maschile, causa il patriarcato”. In questo clima l’aspetto più sconcertante si manifesta attraverso l’auto-censura, l’adattamento di parole e concetti a una prosa levigata, inoffensiva; l’intellettuale dei nostri tempi così si tormenta nell’assillo quotidiano del “saper essere” che disarticola il dovere alla verità.

Ciò che conta sarà dotarsi di particolari peculiarità caratteriali che accelerano la via all’impiego o l’affiliazione al clan delle classi parlanti, le sole in grado di estrapolare e rendere accademica la verosimiglianza dal circuito ininterrotto delle notizie. Nasce una consorteria dell’informazione che si auto-legittima nella dimensione del merito, certificato dall’assunzione nei grandi gruppi privati; i soli in grado di controllare produzione e distribuzione e di delineare le caratteristiche determinanti del professionista in grado di maneggiare il mestiere. La censura perde quel tratto violento e grottesco di un tempo che rendeva eroici o coraggiosi gli eretici o i dissenzienti per trasformarsi in buon senso comune, progressista ed evoluzionista, nel momento in cui i dispacci di regime sono incapsulati in un codice comportamentale denominato “politicamente corretto”.

Questa realtà si sovrappone a un altro fenomeno che mette a rischio la democrazia e la libera circolazione delle idee: la continua inondazione di notizie scompaginate che si risolvono nel fatto del giorno poi presto dimenticato e sorpassato da un’altra urgenza momentanea. In questo modo ciò che disciplina la gerarchia degli approfondimenti è esclusivamente il mercato. Così i capricci esistenziali di qualche influencer o il torbido resoconto di un caso noir assumono il medesimo rilievo di una strage di civili in fila per ricevere aiuti umanitari. Prevale la sacralità del consumatore al quale si predispongono prodotti preconfezionati che irradiano la ripetizione ossessionante dell’ideologia dominante. L’informazione perde qualsiasi rilievo pubblico o etico per immiserirsi in algoritmo alla ricerca di followers.

È la prima volta nella storia che il dibattito culturale, storico e sociologico non viene riprodotto in alcun modo dagli organi di informazione e di conseguenza dalla classe politica portata a interessarsi di continuo dell’emergenza quotidiana e inchiodata all’inerzia di fronte ai ragionamenti di lunga durata. Se si approfondissero le conseguenze dello spirito dei tempi ci accorgeremmo che quella che viene declamata come democrazia non ha perso solo il suo tratto sostanziale ma anche quello formale. In un’architettura istituzionale dove la Governance sovranazionale ha costituzionalizzato il diritto agli affari e ha reso predominante la giustizia di mercato con i suoi vincoli esterni, la politica si riduce a “chiacchiericcio carnevalesco” proprio come la definì Gramsci, quando, prima dell’avvento del fascismo, il Parlamento era occupato dagli interessi dei grandi gruppi privati.
Oggi riviviamo quel periodo ma privi di una coscienza critica collettiva, privi di un forte movimento dei lavoratori, privi del conflitto che materializza la democrazia.

Forza Lavoro si propone di rappresentare un germe di rinascita per risalire il fiume controcorrente.