CONOSCIAMO I CANDIDATI ALLE REGIONALI PUGLIESI DI LAVORO AMBIENTE COSTITUZIONE, LA LISTA UNITARIA DELLA SINISTRA COMUNISTA E SOCIALISTA:

GAETANO COLANTUONO – CANDIDATO PER LE CIRCOSCRIZIONI DI BARI E BARLETTA-ANDRIA-TRANI

Nato a Grumo Appula nel 1977 e fra gli animatori di un social forum degli Appuli dopo Genova, molto legato alla sua terra, forse per questo ribattezzatosi “Appulo”, padre di due figli, docente di lettere e storico con numerose pubblicazioni, inoltre attivista politico almeno dai tempi del liceo “Orazio Flacco” di Bari (dove ha avuto – ci tiene a sottolineare – ha avuto come maestro il classicista Salvatore Lugarà e dove ha maturato la scelta per la sinistra socialista): questo in sintesi il curriculum del nostro Gaetano Colantuono. 

Iniziamo con lui una conversazione.  

Gaetano, perché mai Risorgimento socialista aderisce alla lista Lavoro, Ambiente, Costituzione? 

È una scelta coerente con il dettato del congresso di fondazione del giugno dell’anno scorso: rifiuto di ogni formula moderata e ulivista, di neoliberismo temperato e di sommatoria di ceto dirigente responsabile della crisi del movimento dei lavoratori in Italia, apertura a alleanze coerenti con organizzazioni di ciò che resta della sinistra di classe (d’ispirazione marxista) con una programma di difesa e attuazione della Costituzione. Prima dell’emergenza sanitaria, una riunione regionale diede mandato di provare a presentarci col nostro simbolo alle elezioni. Così è avvenuto. Missione compiuta, si potrebbe dire: non per una improvvisa passione elettoralistica, peraltro difficile da reggere, ma per una scelta tutta politico-culturale. Determinati temi e modi qualificanti saranno promossi – durante questo mese scarso di campagna elettorale – solo da noi, socialisti e comunisti di sinistra, non da altri, sicuramente non dai tre poli principali col loro caravanserraglio di liste, alcune anche artificiali o sorte dal nulla. 

Hai parlato di temi qualificanti: quali?

Con una frase latina medievale, si potrebbe dire in breve: “non nova ut audiantur, sed vetera ut faciantur”. In altre parole, noi socialisti autentici riproponiamo ai lavoratori e alle lavoratrici, oltre che alla parte più responsabile del ceto medio, alcune antiche nostre proposte di decenni fa – del partito demartiniano, della riflessione critica di Lombardi, della visione etica di Lelio Basso, delle lotte per i diritti sociali e civili non disgiunti fra loro ma convergenti: la correlazione fra lavoro e salute che nel caso emblematico dell’ex Ilva solo lo stato può assicurare tramite una nazionalizzazione che proceda senza alcun indugio alla riconversione ambientale e alla tutela della salute di chi in quell’impianto ci lavora e di chi vive in quelle aree martoriate da un’epidemia silenziosa, le neoplasie. A sua volta, abbiamo in animo una regione che non appalta la prevenzione e la cura delle neoplasie infantili ai privati o che costringa a viaggi di cento km da Taranto all’ospedale Giovanni XXIII di Bari. Parliamo di nazionalizzazione, di gestione dei lavoratori nei processi produttivi e di monitoraggio della salute. Trasformare una bomba in un residuato bellico – della guerra che l’industrializzazione pesante prima e la corsa al profitto privato poi hanno arrecato alla popolazione dell’intera area tarantina – e poi rovesciare il degrado in progresso. 

Sei candidato per la seconda volta in quota Risorgimento socialista: quali obiettivi?

Dopo l’esperienza davvero difficile di candidatura alla Camera con Potere al Popolo, quando raccogliemmo poco meno di mille voti nel collegio murgiano, mi sono dedicato ad iniziative tese al radicamento di Risorgimento socialista come dirigente di partito e all’azione sindacale, risultando eletto nel direttivo provinciale barese FLC per il documento 2, dopo esser stato attivo nei movimenti contro la “buona scuola”. La regione ha, come noto, poteri rilevanti nella gestione di progetti tanto per la scuola pubblica (e nel finanziamento, ahinoi, degli istituti privati: uno dei temi trasversali ai due poli) quanto per la ricerca: soprattutto in questo campo, i bandi di concorso regionali – che suppliscono di fatto al blocco del reclutamento accademico – presentano profili di dubbia legalità sostanziale, di fatto presentando i medesimi limiti etici e procedurali dei famigerati bandi già profilati. Su questo ho cercato di smuovere le acque anche a livello sindacale ma, finora, con scarso risultato. Per le scuole alla regione spettano importanti competenze per la riapertura in sicurezza proprio a settembre. La nostra proposta, inascoltata, è la requisizione di spazi pubblici dimessi. 

Un altro tema centrale sul piano economico? 

Il lavoro agricolo: difesa delle piccole aziende dalle logiche di oligopolio e difesa dei diritti di chi lavora la terra. Agricoltura di qualità, nuovi modelli di sviluppo, salute alimentare e questione meridionale sono temi fra loro strettamente collegati, al punto da essere indivisibili: occorre pertanto pensare a politiche organiche e sistemiche anziché campanilistiche e estemporanee, come spesso è avvenuto. Il contrario di quanto fatto in questi decenni: è per noi eloquente che lo stesso assessore uscente all’agricoltura abbia scelto di candidarsi a destra, ossia da dove si criticava aspramente le politiche agricole della regione. Segno del fatto che tali polemiche erano pretestuose e che le politiche neoliberiste e sciatte anche sull’agricoltura sono condivise dai due poli. Invece per noi lo svuotamento delle campagne del Sud è uno dei punti critici della odierna questione meridionale: è questo un destino di declino cui non bisogna rassegnarsi. Il rilancio della produzione agricola deve assumere valenza strategica per il conseguimento di una piena sovranità alimentare e per la creazione di filiere produttive controllate da punto di vista tanto dei diritti di chi ci lavora quanto della salute dei consumatori. A sua volta, il rilancio dell’occupazione nella produzione agricola rientra nel piano occupazionale rivolto in particolare ai giovani meridionali. L’agricoltura e il paesaggio sono al crocevia, quindi, di lavoro, ambiente e salute. 

Una politica agricola opposta, quindi, alla PAC e al liberismo come si declina?

Uno dei problemi che ha afflitto l’agricoltura meridionale, accanto al mancato sostegno delle istituzioni locali e alla scarsa frequenza di accordi cooperativistici, è rappresentato da accordi commerciali di libero scambio non rispettosi dei dritti del lavoro e degli standard ambientali: se riteniamo opportuna la presenza di accordi commerciali con paesi del Sud del mondo per favorirne esportazioni e sviluppo endogeno, nell’ottica di una cooperazione Sud-Sud, tuttavia, a maggior ragione, riteniamo inopportuna una massiccia importazione di prodotti agricoli da alcuni paesi del Nord Europa e America. In tal senso ribadiamo la nostra opposizione a tutti quei trattati economici (TTIP, CETA, TISA) che, in nome di un neoliberismo quasi postumo, costituiscono ulteriori attacchi alle residue speranze di rilancio della produzione agricola nazionale. Insomma, noi siamo ostili alle politiche promosse dalla Coldiretti e da chi vuole un’agricoltura tesa prevalentemente all’esportazione e ai processi industriali, così come alla devastazione delle colture autoctone pugliesi, mediante la strumentalizzazione di emergenze (il disseccamento degli ulivi). 

Quale cornice politica di questa posizione neosocialista?

La pandemia ha messo in crisi il commercio globale asimmetrico, cioè la seconda fase della globalizzazione. Pensare di crescere puntando sulle esportazioni in questo momento è sbagliato.

Ci dirigiamo verso un mondo in cui la domanda interna sarà necessariamente più importante, a partire proprio dalla sovranità alimentare e idrica, quella che i popoli del Sud del mondo ci indicano come prima forma di indipendenza. Per questo abbiamo bisogno di aumentare l’occupazione, gli standard di vita della popolazione e migliorare le infrastrutture e il sistema produttivo del nostro paese. E nel caso publico ottenere ora ciò che non si è voluto fare nel corso di questi 15 anni di neoliberismo di sinistra: la ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese. 

Nel prossimo futuro sarà vitale saper contare più sulla spesa interna che su quella estera, più sul commercio locale e interno che non sugli scambi transcontinentali.

Altro tema rimosso: quello dei giovani.

L’Italia è da vent’anni (dati Istat) un Paese sempre più anziano, con in quasi tutto il Meridione un decremento demografico e con una diffusa emigrazione giovanile – in particolare dei giovani più qualificati – come alternativa ad un destino di marginalità sociale (e politica). I risparmi accumulati dalla generazione nei precedenti decenni (quelli del boom economico) servono a mantenere giovani o ex giovani (categoria sfuggente) senza reali prospettive di scorrimento sociale e di futuro. 

Eppure si è radicata una retorica delle politiche “per i giovani” contro “i vecchi”. C’è da dubitare della giustezza di questa contrapposizione. Per aiutare giovani e meno giovani (si pensi alle varie categorie di “esodati”, non più impiegati né ancora pensionati) servono una politica a sostegno dei redditi, lo sviluppo educativo ed i servizi alla persona; per tutti questi obiettivi servono gli investimenti. Con un capitalismo, come quello italico e meridionale, fatto di prenditori e rentier, servono i soldi pubblici, anzi, per evitare una spesa improduttiva, serve un ruolo statale nella programmazione e nell’intervento diretto. 

Il contorno narrativo di luoghi comuni fatto proprio da certi sindacati, dal padronato e ovviamente rimestato da una informazione eterodiretta e prostituita intellettualmente (la flessibilità, la decontribuzione, la sburocratizzazione, l’elogio delle start up…) è aria fritta. 

Occorre uno Stato che eroghi i servizi di supporto alle famiglie con una pianificazione condivisa e valutata a livello democratico. Si tratta di questioni che non riguardano la questione generazionale, ma quella di classe. I giovani figli dei borghesi che vivono di rendita o nei gangli del potere pubblico o privato stanno benissimo. L’endogamia socio-economica – il figlio del notabile o del rentier che sposa la figlia di un omologo – preserva tali privilegi di casta, salvo poi prendersela con quei poveri che hanno scelto di percepire il reddito di cittadinanza, piuttosto che accettare orari e salari da sfruttati in edilizia o nel turismo. Siamo all’assurdo etico. 

Che cosa attende Risorgimento socialista dopo le elezioni regionali? 

Continuare l’opera di radicamento che a macchie di leopardo siamo riusciti a portare avanti. Anche in tal senso si collocano le nostre candidature e biografie. Avvicinare vecchi compagni che non si riconoscono da tempo nei vari gruppi sedicenti socialisti (compreso quello che sta a destra in Puglia). Coinvolgere nuove energie con le loro pratiche e urgenze. Demistificare le narrazioni razziste e fataliste. Contrastare il voto clientelare fra le classi subalterne, il muro di gomma contro di noi nella sinistra borghese (da “il manifesto” a “Repubblica”, passando per sinistra italiana) ma anche l’astioso settarismo di estremisti attivi solo sul web. Infine, riscoprire pienamente il nostro orgoglio di essere socialisti nel XXI secolo, con i nostri simboli e con i nostri alleati. Noi ci siamo. 

Infine, a chi dedichi questa campagna elettorale?

Al poeta e sindaco socialista di un comune lucano dell’immediato Dopoguerra, Rocco Scotellaro, e a mio nonno, bracciante analfabeta socialista morto nel’ ’86.   

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>