di Ferdinando Pastore,

responsabile Europa, Risorgimento Socialista

Corte di Karlsruhe e Banca Centrale Europea

La Germania attraverso la sentenza della Corte Costituzionale indica agli ottimisti e di sinistra la reale funzione dell’Unione Europea. L’indipendenza della Banca Centrale è tale solo se si muove all’interno del quadro normativo che le è proprio. Non esistono cambi di rotta possibili. Ennesima ferita per l’ideologia altreuropeista. Non esistono crisi tali da mettere in dubbio le rigidità del sistema ordoliberale. I debiti vanno ripagati. L’iniezione di liquidità concessa alle banche commerciali non deve essere esente da condizionalità per la ristrutturazione dei debiti, non può deviare dal contenimento dell’inflazione, deve mostrarsi funzionale alla svalutazione del lavoro e dei salari. La Corte ribadisce lo scopo autentico dei Trattati. Anestetizzare la lotta di classe e il conflitto sociale, sviluppare i profitti predatori del grande capitale che saccheggia i paesi non virtuosi, nessuna condivisione dei debiti. La crisi è un’opportunità.

Isolamento tedesco

Fatto sta che la rigidità della Germania appare in contrasto con l’apparizione della Realtà causata dall’irruzione del Virus. Il sistema dell’interesse privato come criterio regolatore della società e della libera circolazione dei capitali ha dimostrato tutta la sua irrazionalità ideologica. Se si esclude la cieca fedeltà di qualche stato vassallo, la Germania appare oggi – corsi e ricorsi storici – isolata. Già il capitale anglosassone con la Brexit ha rifiutato questa ostentata supremazia.

La BCE – dove si vota a maggioranza – sembra confermare l’impostazione di Draghi che ha dato ossigeno agli stati reietti. Sembra irrealistico ipotizzare un sostegno futuro di Russia e Cina alla pervicacia teutonica.

Questo isolamento può provocare tre scenari per la UE. La sua dissoluzione per mano tedesca in quanto il progetto non le è più congeniale; la ripresa del controllo della BCE con l’abbandono del QE e con conseguenti macerie sociali ben più evidenti di quelle che emergeranno egualmente nel corso dei prossimi mesi; la futura ininfluenza della UE che resterebbe in vita solo sulla carta mentre gli Stati nazionali riprendono in mano le leve economiche che le sono proprie magari partendo da una circolazione parallela di moneta.

Il conflitto in atto tra le classi dirigenti è ormai evidente e si ripercuote anche all’interno della maggioranza di Governo italiana. Tra chi difende l’assetto di gestione della Seconda Repubblica e chi è pronto a superarlo. Dirimente a questo proposito è il rapporto Italia/Cina con la via della seta.

I conti con la Storia

Non è mai stata affrontata nel dibattito pubblico una questione che sembra essere un vero e proprio tabù. La Germania non ha mai fatto i conti con la propria Storia. Non lo ha fatto intimamente. Ha vissuto il dopoguerra in una bolla anestetizzante. La sua centralità è stata promossa per porre argine non tanto alla capacità espansiva dell’URSS che non aveva né i mezzi né la volontà di allargarsi in Occidente – il blocco sovietico agiva in maniera difensiva – ma semmai alla capacità attrattiva che il socialismo possedeva per gran parte della popolazione occidentale.

Il modello ordoliberale l’ha resa un corpo estraneo all’Europa del dopoguerra. Lì dove si erigevano stati che riconoscevano il conflitto sociale e dove le classi popolari entravano attraverso i partiti di massa dentro le istituzioni, la socialdemocrazia tedesca in tempi non sospetti abbandonava l’orizzonte socialista e il legame con il marxismo. Il modello d’impresa applicato all’intera società ha permesso alla Germania di ricostruire una propria legittimazione all’esercizio della sovranità statuale. La cogestione aziendale è un esempio calzante di questo processo. Ma non fare i conti con il proprio passato vuol dire non poter inquadrare la volontà storica di colonizzare il resto d’Europa.

Italia e cultura azionista

L’Italia forse – al contrario – i conti con la propria storia li ha fatti sin troppo. Nonostante l’orgoglio nato dalla Resistenza che ha permesso la nascita dello Stato Costituzionale del dopoguerra, si è fatta strada soprattutto nel campo intellettuale una certa cultura azionista che scorgeva nell’italiano medio quel tanto di meschinità e di piccineria che rendeva tutto il Paese non credibile. La critica alla mentalità bottegaia e piccolo borghese tutta dedita al sotterfugio è pian piano diventata egemone. Ma fu la crisi di linea politica del PCI a determinare l’idea diffusa di un Paese incapace di autogovernarsi. Con la sconfitta del compromesso storico e l’uccisione di Moro, la questione morale ha spostato i dibattito pubblico dall’orizzonte socialista e le modalità per attuarlo allo sdegno individuale verso la casta politica. Dal conflitto capitale/lavoro alla purezza morale delle istituzioni. Con questo passaggio si apre la strada definitiva alla cultura europeista della Seconda Repubblica preannunciata dalla politica dei sacrifici per i lavoratori richiesti dal Sindacato già alla fine degli anni ’70. Grimaldello utile alla marcia dei 40.000 colletti bianchi del 1980 e al “divorzio” del 1981 che ha esautorato di fatto la prima parte della Costituzione, quella scritta grazie alla cultura popolare della Resistenza.

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