di Ferdinando Pastore,

responsabile Politiche Europee, Risorgimento Socialista

Siamo cresciuti abbracciati al mito della Liberazione.

Nel ricordo tramandato da racconti, storie, romanzi ognuno di noi si è immaginato con il fucile in spalla a combattere sui monti.

Pin, il bambino del Sentiero dei nidi di ragno, rappresenta il tipico personaggio con cui è semplice avviare un processo di identificazione. La costruzione di questo mito ha permesso all’Italia – nel dopoguerra – di dotarsi di una avanzatissima concezione dello Stato e di una forte convinzione repubblicana. Il carattere sociale della nostra Costituzione lo dobbiamo anche a chi ha combattuto per la nostra libertà.

Ha sicuramente sedimentato un forte sentimento antifascista anche nelle giovani generazioni. L’idea che il Male e il Fascismo siano concetti sovrapponibili ha relegato la nostalgia del ventennio da un lato a una sorta di reducismo caricaturale e dall’altro ha reso la nostra società sensibile a ogni tentativo di rendere il fascismo un’operazione credibile politicamente.

Negli ultimi anni però si è avviata una campagna di sensibilizzazione sul tema fascismo di proporzioni gigantesche. Qualsiasi programma storico è diventato monotematico. Si riproducono documenti filmati a ripetizione ossessiva. Per assurdo questi programmi non si occupano tanto della Resistenza – che ricordiamolo fu anche una guerra patriottica contro degli invasori – ma di ogni minimo aspetto delle dittature italiana e tedesca. Ad ogni tornata elettorale i media mainstream esaltano il pericolo fascista ingigantendo il peso di piccole forze nostalgiche. Questo bombardamento ha secondo me un preciso significato.

Vuole rendere attuale ciò che attuale non lo è più. Si ammonisce la popolazione che un fenomeno storico possa essere riproducibile.

Al contrario dei racconti che hanno mitizzato la Resistenza, questo nuovo effluvio di immagini storiche tendono a convincere parte della popolazione che la lotta contro il fascismo sia una condizione di prospettiva politica dell’oggi. Il totalitarismo liberale si serve di questa narrazione.

Vorrebbe che il pericolo fascista – tra l’altro accomunato negli ultimi tempi al pericolo comunista – rappresenti l’argine finale per riportare la critica a occuparsi di fenomeni politici marginali. La follia è dietro l’angolo e qualsiasi mutamento dell’ordine esistente può rappresentare un pericolo per la democrazia. Non appena la popolazione prende coscienza della barbarie rappresentata dalla libera circolazione dei capitali, il fascismo è usato come clava per anestetizzare il dissenso.

Anche la struttura che più di tutte ha assunto uno spirito totalitario, l’Unione Europea, si ammanta di questa narrazione.

Il sogno europeo è dipinto come ciò che ha assicurato la pace in Europa. Perché questo racconto possa essere percepito credibile occorre operare uno stravolgimento della Storia. Cancellare per esempio il ruolo determinante dell’Unione Sovietica per la sconfitta del nazifascismo durante la guerra. Una sorta di revisionismo storico che accomuna comunismo e fascismo nello stesso campo da gioco.

Anche chi ritiene centrale la Costituzione del 48 – troppo socialista a detta di qualche multinazionale – viene inserito nella lista nera del rossobrunismo.

Ma vi è di più. Si lascia intendere che il fascismo si ripresenterà con le medesime modalità di allora. Il nemico è riconoscibile solo se assume quelle precise vesti. Quella simbologia, quella retorica. Per questo l’antifascista militante oggi combatte una guerra in assenza del nemico. Accetta acriticamente qualsiasi oppressione totalitaria – per esempio quella della finanza internazionale – purché non indossi la camicia nera. Non percepisce né che quel fascismo è stato un fenomeno storicamente determinato, né che i fascismi successivi – quelli sudamericani per esempio – hanno avuto presupposti culturali e storici del tutto differenti.

Non può comprendere che gli economisti oggi alla moda, gli stessi che ammoniscono sui pericoli per la democrazia sono stati nel 1973 i consiglieri di Pinochet.

La Liberazione – lotta patriottica e di popolo contro l’oppressione e gli invasori – ha un significato solo se resa attuale. Al contrario apparirà come una messa cantata, una litania condivisa dagli oppressori contemporanei – tra i quali compaiono militanti e dirigenti di partiti orgogliosamente antifascisti – e gli oppressi dalla gioiosa globalizzazione dei mercati. Dolorosamente assomiglierà a un rito stantio dove si abbaia contro la luna o uno stratagemma che permetterà a qualche giovane di “giocare” ai Ragazzi della via Pàl.

  1. L’analisi è corretta ci si dimentica però che uno Stato ha bisogno anche di retorica e la data del 25 Aprile per un giovane che non ha vissuto quei tempi e con il passare del tempo serve e servirà sempre di più per comprendere la LIBERTA’ di cui gode e che si può perdere in qualsiasi momento. Sta ai politici, ai professori, alla scuola dell’obbligo insegnare ai cittadini a leggere la realtà per far comprendere che in ogni atto c’è sempre un dietro le quinte di chi vuole sovvertire la realtà del tempo.

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