Il sovraffollamento delle carceri costituisce un problema strutturale, acuito dalla presente emergenza sanotaria

L’emergenza carceraria ormai non fa più notizia, eppure le carceri italiane per quanto emerge dai dati del Ministero della Giustizia, al 29 febbraio (dato più recente) in Italia i detenuti erano 61.230, a fronte di una capienza regolamentare delle carceri pari a 50.931 posti.
In altre parole, dove dovrebbero stare 100 persone lo Stato italiano ne ha confinate 120. Le ribellioni di questi giorni, peraltro a fronte di misure restrittive più stringenti per evitare il contagio da coronavirus hanno messo in evidenza la fragilità di questo sistema e la precarietà di una situazione insostenibile. 

Il 15 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto delle linee guida applicabili in ambiente detentivo allo scopo di prevenire la diffusione del coronavirus.
Tra queste raccomandazioni innanzitutto quella di osservare la distanza fisica di un metro. Ma è possibile questo nelle nostre carceri?

 

Il governo dal canto suo ignora il problema prevedendo misure per i carcerati nel decreto del 17 marzo che è stato da più parti criticato perché dimostra l’assoluta indifferenza della nostra classe politica ad un problema così grave. 

Sono stati vietati ai carcerati i colloqui con i familiari e prevede la detenzione domiciliare per chi debba scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi. Secondo calcoli fatti saranno poco meno di tremila i beneficiari di questa misura. 

Mentre la politica si divide, la magistratura cerca di affrontare il problema e tentare di risolvere l’emergenza carceraria utilizzando le norme esistenti.

Il primo aprile, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, dopo una riunione via web con i Pg di tutta Italia, ha sottoscritto un documento di 19 pagine che, sulla base delle leggi attualmente in vigore, tenta di affrontare il surplus di detenuti chiusi nelle patrie galere che, per oggettiva mancanza di spazio, non possono rispettare le regole anti Covid-19 ovviamente obbligatorie per tutti gli italiani. La parola chiave con cui si chiude il testo è “detenzione domiciliare semplice”, indicata come la strada maestra da seguire.

Il documento parte dalla constatazione semplice che per affrontare l’urgenza del coronavirus servono misure di effettiva emergenza.

L’ex PM Giuseppe Cascini, ex pubblico ministero a Roma, oggi consigliere al Csm propone che escano dalle carceri al più presto tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena. E che non entri neppure in cella chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell’esecuzione. 
La magistratura ordinaria ha immediatamente risposto con atti concreti adottando una serie di misure volte a scongiurare l’emergenza sanitaria in corso.

Vale la pena di sottolineare la decisone del tribunale di Sorveglianza di Milano che con ordinanza n. 2206 del 31 marzo 2020, ribaltando la decisone del tribunale di sorveglianza di Pavia, annullava la decisone di rigetto di applicazione della detenzione domiciliare nei confronti di un detenuto, con fine pena al 24 novembre 2020 condannato per reati gravi. Per il magistrato di Pavia la detenzione in carcere non era incompatibile con l’epidemia da coronavirus. Beato lui!

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ribaltava la decisione del Giudice di Sorveglianza di Pavia e disponeva il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare fino al suo termine. Nel motivare il provvedimento il Presidente del Tribunale di Sorveglianza stabiliva che “non è possibile fronteggiare l’emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisone, che, alle condizioni date, è certo perverrebbe fuori tempo massimo”. 

Il diritto alla salute posto come una dei cardini della nostra Carta Costituzionale è stato considerato in questa decisione meritevole di tutela prevalente rispetto ad ogni altra considerazione, mettendo in secondo piano le istanze sociali correlate alla pericolosità del detenuto.
L’Unione delle Camere penali e l’Associazione dei docenti di diritto penale ha dichiarato che servono “ulteriori misure di rapida applicazione che portino la popolazione detenuta al di sotto della capienza regolamentare effettivamente disponibile” (ossia 10.000 in meno). Le indicazioni di Cascini se inserite in un contesto normativo, magari nella legge di conversione del dl 17 marzo dimostrerebbe una solidarietà che i detenuti nella situazione attuale, e non solo, meritano, quindi la proposta per evitare una strage annunciata deve essere che tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena possano scontare la pena residua nella forma di detenzione domiciliare e chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell’esecuzione non entri in carcere, applicando anche a questi la misura del differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare fino al suo termine o mediante l’affidamento ai servizi sociali.

Beppe Sarno

Avvocato, membro dell’esecutivo di Risorgimento socialista

 

 

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