di Ferdinando Pastore, Responsabile Europa

Il riferimento centrale dell’articolo di Mario Draghi apparso sul Financial Times è quello sugli anni ’20 del secolo scorso.

Karl Polanyi nella Grande Trasformazione diede un paio di insegnamenti fondamentali per capire i nostri tempi. Il primo è che la nostra non è stata la prima globalizzazione dei mercati. Che insomma la società aperta a tutti noi proposta – dalla caduta del muro di Berlino – come una grande opportunità di espansione della conoscenza era in realtà una riproposizione storica, condita dalla velocità delle informazioni permessa dalle nuove tecnologie.

Il secondo è che il libero mercato, riprodotto su scala globale, produce un doppio movimento. Se da un lato il capitale si muove indisturbato e senza vincoli, dall’altro la reazione a una società basata sull’egoismo e sulla concorrenza e le forti diseguaglianze prodotte da un sistema così concepito, portano inevitabilmente o a una guerra o alla reazione fascista.

L’insegnamento di Polanyi fu determinante per la costruzione della Costituzioni sociali del dopoguerra, perché queste – e quella italiana ancor di più, con buona pace di chi ha ancora la testa dura – tenevano conto del fattore determinante che scatenò il disastro bellico e che prima di esso portò alla nascita dei fascismi internazionali: la strampalata idea che il libero mercato autoregolato è foriero di una pacificazione tra gli esseri umani in quanto l’incontro di vari interessi personali porta “naturalmente” a un equilibrio.

Draghi ci dice una cosa semplice. Per proteggere il grande capitale è preferibile oggi tornare a un sistema misto, nel quale lo Stato gestisce una conflittualità interna agli stati anche aspra nella dialettica tra capitale e lavoro che proseguire nelle ricette di contenimento del debito a livello nazionale e di abbattimento dei confini per la libera circolazione di merci e capitali. Insomma ci dice che se non si cambia rotta una possibile guerra è dietro l’angolo.

L’atteggiamento di Germania e Olanda che ancora in questi giorni difendono strenuamente un sistema congeniale alle loro politiche di colonizzazione, paventa venti di guerra. E’ bene mettere sul piatto questa eventualità. Il mondo nel quale siamo cresciuti – composto da apericene, sballo ed Erasmus – ci tiene lontani mentalmente da uno scenario simile. Draghi ammonisce – con il riferimento agli anni ’20 – proprio la Germania.

Draghi fa anche un accenno inquietante per ciò che concerne la colpa del fallimento. Dice che “stavolta” la crisi non è addebitabile agli esseri umani ma è accaduta. La cultura protestante basata sulla colpa è ancora egemone, mitigata però dall’emergere della Realtà. Ma è destinato ad affievolirsi questo protestantesimo repressivo, tratto distintivo della cultura manageriale della Governance.

Da qualche settimana parlo della limpidezza della realtà che supera le fantasie liberali. La fine della globalizzazione a causa delle conseguenze sociali ed economiche del Virus rende tutti gli appelli al più Europa e alla “reazione dei mercati” sostanzialmente ridicoli. Ridicoli perché improvvisamente sono percepiti come anti-storici. La difesa dei dogmi liberisti della moribonda società civile possono al massimo strappare un sorriso e domani qualche ceffone educativo ben assestato. Per sensibilità paterna.

Nessun riferimento alle strutture sovranazionali. Viene confermato ciò che è per me cristallino. In questi giorni si è aperto un conflitto – reso esplicito dalla lettera degli stati mediterranei – che porterà alla futura ininfluenza dell’Unione Europea. Ma qualcuno pensava davvero che la Brexit fosse uno scherzo?

Sarà bene iniziare a ragionare su uno scenario ri-nazionalizzato nel quale l’economia è ri-politicizzata. Appare essenziale lavorare alla nascita di un Partito che si ponga alla testa di una nuova conflittualità del mondo del lavoro e dei ceti medi impoveriti nel quadro della Costituzione del ’48.

Il mondo prospettato da Draghi non è il socialismo. Rappresenta l’ancora di salvezza del grande capitale che fa i conti con la rappresentazione della realtà.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>