di Ferdinando Pastore

Responsabile Politiche europee

Arrivano oggi da più pulpiti rimproveri sui comportamenti individuali in relazione allo stato d’emergenza provocato dal coronavirus.

Il menefreghismo di chi cerca di tornare a casa dal nord, l’incoscienza dei giovani che continuano ad affollare i locali della movida, la perseveranza con cui qualcuno ancora frequenta palestre e piscine.

I rimbrotti sembrano però esercizi di stile e cadono nel vuoto. Un po’ come accade ai genitori contemporanei  i quali non esercitano alcun senso di timore reverenziale nel bambino che tende ad aggirare i divieti con la complicità finale degli stessi genitori, loro sì intimoriti dalle reazioni infantili.

Nessuno si sofferma sui motivi per cui manca oggi autorevolezza in chi dispone divieti e forme di comando esplicite. Stato e famiglia sembrano soggetti privati della legittimazione alla decisione costrittiva.

La narrazione neo-liberale sullo Stato affonda le sue radici sicuramente nel laissez faire ottocentesco, anche se quel sistema non poteva essere riproposto così com’era, o meglio, non poteva tornare a ordinare la società senza una nuova tipologia di consenso. Difatti la teoria dello stato minimo provocò la crisi del liberalismo classico e non riuscì a fronteggiare le enormi diseguaglianze provocate dal mercato che si autoregolava. Quel modello portò a conseguenze sociali talmente drammatiche che nel dopoguerra fu identificato come il principale responsabile dei regimi autoritari e fascisti e quindi del dramma bellico susseguente.

Perché tornasse di moda occorreva che si vestisse di abiti nuovi, allettanti e che fosse identificato come sinonimo di progresso civile. Il Sessantotto ha sicuramente avviato – consapevolmente o meno –  questo ritocco.

La critica alla catena di montaggio fordista, l’analisi sull’alienazione del lavoratore inserito negli ingranaggi del modello di produzione industriale si è presto trasformata in una critica allo Stato dirigista che interveniva nei processi di produzione con il proprio pesante apparato burocratico.

Lo Stato diventava oppressivo, autoritario e comprimeva l’esplicazione piena della libertà individuale Ma associata all’espansione della società dei consumi questa contestazione ha reso centrale il solo soggetto; a lui spettava di liberarsi da tutte le catene autoritarie.

Da un lato occorreva abbattere la figura paterna che aveva il compito di tramandare un sistema di regole che si confacevano alle strutture collettive di appartenenza e dall’altro scardinare tutto ciò che si frapponeva alla piena realizzazione di sé attraverso un continuo desiderare.

L’individuo e non più la classe diventava il soggetto politico che doveva rompere il contratto sociale. Lo sballo, i raduni libertari legati al Rock, il terrorismo furono le rappresentazioni plastiche di questo nuovo atteggiamento di massa che ancora viveva di manieristiche forme collettive e che contemporaneamente sfociava in un nichilismo auto-distruttivo.

Questo fu il terreno culturale su cui giocò il capitalismo per riproporre la propria critica allo Stato. Per riproporre un nuovo laissez faire occorreva una rivoluzione dei costumi.

La paventata libertà individuale fu la molla ideologica per presentare lo Stato e l’autorità che da esso derivava come frutto di una forza del tutto arbitraria. Lo Stato sprecone, assistenziale diventava inefficiente nel contesto delle regole d’impresa. Ma ovviamente occorreva immettere qualche elemento in più rispetto al passato; trovare la chiave di volta perché le due critiche trovassero un punto in comune. L’ideologia neo-liberista aveva magicamente la soluzione.

Il mercato non era più quel mondo pacificato, ispirato ai piccoli villaggi, nel quale domanda e offerta trovavano armoniosamente il loro punto di equilibrio. Il mercato diventa il luogo nel quale le pulsioni individuali trovano il campo per la piena realizzazione del soggetto senza vincoli oppressivi, perché incentrato sulla concorrenza.

Nel sistema della concorrenza il merito è descritto come l’unica misura di giudizio per la piena realizzazione di sé. Le diseguaglianze non sono più prodotte dal fato – nascere poveri un tempo era considerato uno sfortunato accidente – ma dalla colpa individuale. Il sistema concorrenziale dà un significato concreto alla fantasia al potere.

Ma questo connubio non era ancora sufficiente. Ancora resistevano criteri di appartenenza collettiva anche se in piena decomposizione. Perché il sistema della concorrenza fosse identificato appieno come il terreno di piena realizzazione del soggetto occorreva che l’individualismo scoprisse una dimensione etica e non solo opportunistica. Fu una seconda rivoluzione a centrare finalmente l’obiettivo. L’ideologia neo-liberista della concorrenza prese definitivamente piede con l’espansione digitale.

La libertà del soggetto nella Rete coincideva con un nuovo mito della frontiera. L’individualismo americano, di matrice libertaria e contemporaneamente reazionaria, era finalmente modello d’esportazione convincente.

La conquista del West rese l’americano un proprietario e quella conquista non poteva subire ingerenze da parte dello Stato. La Rete ha globalizzato questa visione. La conquista dello spazio informatico non era assoggettabile a regole statuali, travalicava i confini, rendeva l’individualismo rivoluzionario. Il capitale così ha determinato che la finanza si dovesse muovere in uno spazio del tutto libero e che gli stati non potessero apporre vincoli alla libera circolazione di capitali. Il consenso entusiasta del nuovo consumatore digitale era a quel punto scontato.

Così l’interesse privato è diventato nel tempo etico e il capitale ha potuto disporre a piacimento dei propri dispositivi di comando. Il sistema della concorrenza ha investito tutti i soggetti sociali e anche lo Stato doveva assoggettarsi al criterio d’impresa. Merito ed efficienza venivano disciplinati dal mercato e i “mercati” diventavano così i depositari della decisione politica. Una Governance apparentemente neutrale slegata dalla volontà popolare e non più i Governi stabilivano regole di comportamento collettivo e individuale e ordinavano una mutazione sociale e antropologica. Il profitto privato veniva costituzionalizzato e reso l’elemento ordinatore dell’azione statale. Così oggi lo Stato, ridotto ormai a involucro, può intervenire nella società e nell’economia solo per garantire il profitto a chi lo “merita”.

Il soggetto eternamente desiderante doveva introiettare i meccanismi della competizione perché esclusivamente all’interno di quella lotta venivano aperte le porte per avere un lavoro – perlopiù precario – e un salario e quindi poter aspirare al massimo godimento. L’imprenditore di sé stesso doveva accumulare capitale umano e lottare contro gli altri per un posto al sole. Il modello d’impresa coincideva quindi con l’essere civili e la cosiddetta società civile interveniva per sponsorizzare quei principi esistenziali.

Non esiste la società esistono gli individui.

Quindi lo Stato non ha alcuna credibilità nel momento in cui si allontana dai compiti a lui assegnati e pensa di imporre vincoli e divieti alla libera circolazione dei capitali e così non ha più alcuna autorevolezza nel limitare la libera circolazione dei cittadini anche in caso di emergenza. Nello stato d’eccezione i mercati e il singolo hanno l’ultima parola.

L’etica individualista ha cristallizzato i comportamenti tendenti al massimo egoismo che sono diventati dei veri e propri slogan. “Devi farcela contro tutti e tutto”; “L’importante è che tu stia bene”; “Fidati solo di te stesso”; “Se credi in te stesso arriverai dove vuoi”, sono le frasi classiche dei nostri tempi che istituzionalizzano la prevaricazione e aprono la strada alla medicalizzazione della rabbia sociale.

In questo modo da un lato i problemi sociali diventano psicologici – la disoccupazione è una colpa personale –  e rendono la contestazione al modello della concorrenza neo-liberale di difficile organizzazione sul piano politico e dall’altro spingono il soggetto ad accettare l’idea che l’esistenza non ha bisogno di strutture collettive solidaristiche. Nel tempo e seguendo i dettami di questa ideologia sono stati depotenziati tutti i corpi intermedi – chiesa, famiglia, partiti, sindacati –  che delineavano cornici di valori riassumibili in prescrizioni etiche e comportamentali accettate da una specifica comunità.

La società del massimo profitto è necessariamente composta da individui dediti alla prevaricazione personale eletta a condizione essenziale per la propria sopravvivenza.

(Crediti foto: Movida a Roma, Repubblica, edizione di Roma)

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