di Ferdinando Pastore, 

Risorgimento Socialista, Responsabile Politiche Europee

Potrei affermare con semplicità caustica che chi voterà Sì al Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari è un imbecille.

La postilla logica dovrebbe consistere in un “andate a studiare” per far comprendere ai più le motivazioni di questo meritato giudizio.

La prima ricerca consigliata – per avere dei riscontri sull’epiteto di imbecillità – avrebbe un impatto devastante.

La riforma sul taglio dei parlamentari era uno dei punti fermi del programma della loggia massonica P2 governata dal Maestro Licio Gelli.

Quella loggia che puntava allo sfaldamento della Costituzione Repubblicana e alla svolta autoritaria del nostro paese. Un tempo la sola enunciazione della P2 provocava imponenti mobilitazioni delle forze politiche e sociali. Un tempo.

Il percorso che ha portato il programma della P2 ad avere un consenso maggioritario e così trasversale è da ricercare nel processo di esautorazione della politica intesa come rappresentazione dello scontro di classe per portarla alla mera mediazione tra interessi privati in concorrenza tra loro. La narrazione neo-liberale sullo Stato/impresa, efficiente, raziocinante, ha convinto gran parte della popolazione sul fatto che la tecnica sia neutrale, mera applicazione di competenze specifiche sottoposte a rigidi parametri di azione.

Per far sì che la tecnica – denominata “buona” Governance – possa agire indisturbata è assolutamente necessario continuare nel processo di verticalizzazione del sistema politico. In sostanza de-legittimare i parlamenti ed escluderli definitivamente dai percorsi decisionali e nel contempo ridurre all’osso il meccanismo di rappresentanza degli interessi popolari. Impedire quindi  – servendosi di logiche post-democratiche –  che chi si oppone allo status quo possa trovare spazi per organizzarsi politicamente e ricostruirsi in una logica di scontro sociale. Depotenziare quindi i corpi intermedi.

La vittoria della P2 ha radici lontane. Lo sfaldamento della prima repubblica, quella dei partiti popolari e di massa, è stato fatto digerire attraverso la vulgata della moralizzazione e del funzionario efficiente. Ma sottintesa al concetto di efficienza si poteva riscontrare la volontà di condizionare l’attività statale alle logiche d’impresa. Lo Stato nazionale doveva diventare esso stesso un agente privato sottoposto alle logiche della concorrenza.

Il vincolo esterno sovranazionale ha rappresentato il recinto entro il quale l’efficienza doveva essere giudicata nella misura in cui la “buona Governance” avesse pienamente soddisfatto le logiche mercantilistiche dei profitti privati. L’esercito dei “competenti” che hanno sostituito i politici doveva applicare una tecnica – fatta passare per neutra – ispirata al quadro normativo tracciato dall’Unione Europea.

Ma pensare che la tecnica sia neutra è ovviamente ridicolo. Quel quadro normativo è ispirato a precise logiche ideologiche: tutela della concorrenza, stabilità dei prezzi, svalutazione del lavoro e del salario. L’ideologia dell’efficienza quindi presuppone politiche di macelleria sociale camuffate da neutrali tecnicismi.

Questo scenario deve essere imposto in una società de-politicizzata, dove gli interessi dei salariati non possono essere organizzati in una logica di scontro. Saranno gli stessi salariati ad essere educati al rispetto della logica d’impresa attraverso il condizionamento del “capitale umano”. E quindi con l’individualizzazione dei contratti di lavoro e con l’accettazione del sistema di flessibilità.

La contropartita che la Governance mette sul piatto è la soddisfazione personale nella ricerca del massimo godimento individuale. Il cittadino/consumatore può avere tutto e subito. La fantasia al potere sessantottina è stata così rovesciata dal neo-liberalismo in una dimensione ancor più oppressiva. L’antistatalismo anarchico trova il suo momento rivoluzionario nella finanza internazionale. Il bel mondo senza confini confina il povero in una condizione di perenne disperazione senza soluzioni.

La logica della concorrenza impone privatizzazioni, liberalizzazioni, delocalizzazioni, quindi politiche anti-popolari compiute dai cosiddetti “meritevoli”. Chi sono e dove sono selezionati i probi funzionari della società meritocratica?

Alla dimensione dello scontro di classe, elemento costitutivo della Repubblica Costituzionale del dopoguerra, si è sostituita la cosiddetta “società civile”. Quest’ultima funge da megafono per gli interessi privati. All’interno di questa struttura élitaria vengono scelte le personalità che si ritengono funzionali ai dispositivi di comando del neo-liberalismo. Mass-media, associazioni filantropiche, sindacati gialli, Accademia, agenzie di consulenza, società di marketing, consumatori organizzati, lobbie rappresentano i contenitori nei quali i nuovi aristocratici riceveranno la solenne investitura e così potranno condizionare le opinioni verso terreni innocui, comodi, educati e sobri.

Le Sardine rappresentano l’esempio più calzante di questo meccanismo.

L’antipolitica è uno di questi terreni. L’affermazione costante secondo cui i politicanti rubano i soldi dei contribuenti e si consolidano in una casta serve a rendere ancor più inaccessibile la politica alle classi popolari e rendere la nuova aristocrazia inattaccabile. I cosiddetti tecnici saranno così protetti nei loro fortini slegati dal giudizio della volontà popolare e si avvarranno dei loro “partner” politici ridotti nel ruolo di passacarte. Così la politica è riempita di personalità mediocri che si adeguano alle logiche del marketing per catturare l’attenzione di una popolazione – per lo più semicolta – irretita dalla finzione dello scontro spettacolarizzato tra diverse fazioni.

Il taglio dei parlamentari dunque serve a consolidare la struttura totalitaria neo-liberale a certificare la ormai palese separazione tra liberalismo e democrazia e a far passare come digeribile il programma autoritario della loggia golpista P2.

La sinistra dal 1992 è la principale alleata di questo progetto. Nel tempo si è resa protagonista di tutte le controriforme post-democratiche, ha ideato tutte le riforme di svalutazione del lavoro e contemporaneamente  ha costruito, dalle primarie in poi, tutte le forme plebiscitarie di spettacolarizzazione della politica.

Altro che sobri si dovrebbe dire.

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