a cura di Gaetano Colantuono

PIETRO NENNI, TRE TESTI LETTERARI E UNA CITAZIONE

Pietro Nenni, da autodidatta, seppe divenire giornalista, direttore combattivo dell’organo del PSI l’Avanti!, leader dello stesso partito durante la lunga dittatura fascista, ministro della Costituente, fra i principali animatori della sinistra politica e sociale in Italia durante la lunga fase della restaurazione autoritaria a guida DC, infine promotore di un esperimento decisivo nella storia politica italiana, il centrosinistra, durante il quale tornò a essere ministro degli Esteri. La sua scomparsa agli inizi del 1980 segnerà la fine di un’era; l’anniversario della sua morte continua a costituire uno stimolo per riprendere la bandiera di un partito dei e per i lavoratori da consegnare all’Italia, paese privo di un partito socialista di sinistra di massa.

Per ricordarlo degnamente e per contribuire, per quanto possibile, alla trasmissione della sua personalità, abbiamo riunito tre testi letterari scritti in suo onore in decenni differenti, conclusi da una sua citazione che ricapitola una vita nient’affatto pacifica.

Una sola glossa finale:

A distanza di quaranta anni, compagno Nenni, ci manchi.

A distanza di decenni, compagni e compagne, ci manca un partito socialista degno di questo nome.

PIER PAOLO PASOLINI, Lettera “senza scopo” a Pietro Nenni, 1961.

[Questa lettera in versi di Pier Paolo Pasolini a Pietro Nenni, pubblicata per la prima volta sul l’Avanti! del 31 dicembre 1961 insieme a una breve nota dell’autore, venne ripresa da L’Espresso nel 1982 come testimonianza significativa dell’atteggiamento di un intellettuale dell’epoca nei confronti del leader socialista. 
La prima strofe rievoca il Luglio 1960, con gli scontri di piazza e la caduta del governo Tambroni. Le strofe successive esprimono una “disperata speranza” per il tentativo di “collaborazione” con la Democrazia Cristiana che Nenni portava avanti nell’interesse del popolo lavoratore. La poesia ha il suo cuore nella “cara imagine paterna” del capo socialista (“…Lei, acerbo / gli occhiali e il basco da intellettuale, / e quella faccia casalinga e romagnola…) e trova una chiusa – drammatica – in alcuni interrogativi senza risposta.] Da
L’Espresso – 12 Settembre 1982.

Era il pieno dell’estate, quell’estate

dell’anno bisestile, così triste

per la nazione in cui sopravviviamo.

Un governo fascista era caduto, e dappertutto

c’era, se non quell’aria nuova, quella nuova

luce che colorò genti, città, campagne,

il venticinque Luglio — una sia pur incerta

luce, che dava al cuore un’allegrezza

eccezionale, il senso di una festa.

E io come « il naufrago che guata » (scrivo

a un uomo che certo mi concede il cedere

a delle citazioni antidannunziane…)

felice d’aver salvato la pelle — bisestile

doppiamente per me, è stato l’anno —

ho avuto, per un mattino, dentro, il senso

d’un « poema a Fanfani »: e non soltanto

per solidale antifascismo e gratitudine,

ma per un contributo, anche se ideale,

di letterato: un « appoggio morale », com’è

uso dire. Fu l’idea di un mattino

bruciato dal sole di quell’estate

che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore

faceva, dell’Italia ricca, — che ronzava

in lidi popolari e in grandi alberghi,

nelle strade delle Olimpiadi incombenti

— l’imitazione d’una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:

se ancora ero in grado di esistere,

lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni

o paterni o materni, non so, a una natura

radicata ormai in un’altra società.

Eppure, in quel mio slancio, mezzo

pazzo e mezzo troppo razionale,

c’era una necessità reale: lo vedo

meglio ora, che la collaborazione

è un problema politico: e Lei lo pone.

Dal quarantotto siamo all’opposizione:

dodici anni di una vita: da Lei

tutta dedicata a questa lotta — da me,

in gran parte, seppure in privato

(quanti interni terrori, quante furie).

Con che amore io vedo Lei, acerbo,

gli occhiali e il basco d’intellettuale,

e quella faccia casalinga e romagnola,

in fotografie, che, a volerle allineare,

farebbero la più vera storia d’Italia, la sola.

Io ero ancora in fasce, e poi bambino,

e poi adolescente antifascista per estetica

rivolta… Timidamente La seguivo

d’una generazione: e L’ho vista trionfare

con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,

dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.

Poi è ricominciata: e questa volta,

abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.

Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.

Io mi chiedo: è possibile passare una vita

sempre a negare, sempre a lottare, sempre

fuori dalla nazione, che vive, intanto,

ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,

dalle stagioni, chi le si pone contro?

Essere cittadini, ma non cittadini,

essere presenti ma non presenti,

essere furenti in ogni lieta occasione,

essere testimoni solamente del male,

essere nemici dei vicini, essere odiati

d’odio da chi odiamo per amore,

essere in un continuo, ossessionato esilio

pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,

ma per la vita di milioni di uomini,

possiamo assistere impotenti a una fatale

inattuazione, al dilagare tra loro

della corruzione, dell’omissione, del cinismo?

Per voler veder sparire questo stato

di metastorica ingiustizia, assisteremo

al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?

Se non possiamo realizzare tutto, non sarà

giusto accontentarsi a realizzare poco?

La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.

Questa che io Le scrivo non ne ha.

Chiude con tre interrogativi ed una clausola.

Ma se fosse qui confermata la necessità

di qualche ambiguità della Sua lotta,

la sua complicazione ed il suo rischio,

sarei contento di avergliela scritta.

Senza ombre la vittoria non dà luce).

FRANCO FORTINI, Un discorso di Nenni, 1954.

[Lo scenario è quello di una domenica del 1954, nel “serale animamento” di una festa de l’Avanti! a Bologna, mentre il poeta Franco Fortini sta ascoltando la discussione di due amici. Questo testo è tratto da “Dieci inverni. 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista”, prima edizione 1957. Dopo avere scritto questo libro, Fortini assume una posizione più critica e restituisce la tessera del partito socialista].

Così parlando, era venuto buio in terra e intorno a noi si faceva più fitta la folla. Tra gli alberi di un parco si accendevano le luci della festa dell’Avanti! e illuminavano le bandiere, i grandi pannelli dove disegni e scritte raccontavano la storia del PSI. (…) E su tutto, dagli altoparlanti nascosti fra le frasche irrigidite dai fari elettrici, si abbatteva la voce enorme e rauca di Nenni. In quella voce persuasiva e densa, che recava, ma senza alcuna volgarità, gli accenti stessi del socialismo-passione, in quello ch’esso ha di più elementare e di più indomabile, si poteva sentire, con l’eco dell’antica ansia di giustizia egualitaria, l’ansia nuova, segreta e preveggente, per la spietata realtà militare del conflitto, per le forme nuove e imprevedute assunte dalla lotta delle classi. Il fiato di Nenni ansava negli altoparlanti e vi crosciava dentro – quando evocava le stragi della Wehrmacht, l’arbitrio governativo, la connivenza con la corruzione – l’applauso della folla adunata. […]. Come quella, infinite altre sere di domenica dovevano essere passate, mi sembrava, per quella gente, a sentir ripetere le parole di giustizia, speranza e lotta: ed erano state anche lotta e paura e uccisione: ed erano state, anche, lotta e paura e uccisione. (…)

Quella medesima mattina avevo osservato Nenni mentre parlava, quel suo collo cotto e tutto quadrettato di rughe come l’hanno certi animali tenaci. Avevo ascoltato quel suo modo di parlare, capace di concedere una vibrazione autentica anche alla frase più prudente e consunta; e, anzi, come già altre volte, m’era parso che quell’uomo dovesse sempre compiere uno sforzo su se stesso per ricordarsi d’essere un politico cui non è permesso abbandonarsi alla passione o all’immediatezza, e m’era sembrato di avvertire, insieme ad una quasi impercettibile vena di distacco non inquinata mai di cinismo, la sua melanconia, che è di saggezza, di fedeltà a chi fedeltà ti chiede, di quel primo irripetibile momento del socialismo premarxista che è la nascita a coscienza ed uguaglianza di chi è stato fatto vivere nella incoscienza e nella diseguaglianza. Ed era come se la voce di Nenni, nelle concitate interrogazioni che il vento della sera faceva echeggiare fra gli alberi, volesse proteggere quell’indefinibile bene che è il socialismo degli italiani, quello che anch’io pur avevo tante volte bestemmiato, per la sua debolezza e pigrizia, e per il suo conforto di provincia; proteggerlo, o portarlo incolume, dalla forza degli strumenti di sopraffazione che i cervelli elettronici, i grandi piani industriali, le forme estreme del mondo moderno elaborano nelle lontane capitali, in linguaggi indecifrabili.

(…) La grande riunione sfollava il parco, la festa si chiudeva; era davvero una sera di domenica. Udivo un canto di Bandiera rossa e in quello un verso che m’è sempre parso riassumere tutta un’ingenua ma vittoriosa fiducia: “Noi siamo in tanti”. Infatti la gente che ci passava accanto ci credeva loro eguali. Noi non curavamo più di volerlo parere o essere. Ma la forza dell’angolo di terra e di storia dove ci è sortito vivere è più grande di noi e si dimostra nella impossibilità di ridurci veramente stranieri”.

[Anonimo pugliese,] Per Pietro Nenni (sul sito risorgimentosocialista.it, 1° gennaio 2019) (2000).

Compagno presidente,

io ti vagheggio un giorno

di ritorno a G., il mio paese:

aria serena, sole al tramonto,

un rapido giro sul Corso

e un discorso

lungo coerente potente.

Ti vediamo su un piccolo palco

montato da operai e braccianti

– fra cui mio nonno –

un mese prima:

sotto le lenti

i tuoi occhi

fermi sui volti dintorno

mentre gli applausi di sinceri compagni

rivendicano vittoria sui mugugni

dei galantuomini ai balconi.

Il clericale è rintanato fra le sue preci,

lontano il padrone nei suoi illegittimi averi;

G. sembra diversa.

Un saluto, un canto consueto

E io finalmente signore del mio reale.

27 maggio 2000, mattina

Il mio è il destino di un uomo che si è trovato sempre allo sbaraglio, dal carcere in guerra, dalla guerra in esilio, da una lotta all’altra, senza mai piegare il capo, senza pietà verso se stesso, benché tormentato da una sofferenza morbosa al pensiero delle sofferenze imposte ai suoi. Forse la Chiesa ha ragione di proibire ai suoi sacerdoti di fondare una famiglia.

Diari – 8 marzo 1943

  1. Filippo Crescentini says:

    Ricordo mio padre: “Filo…e’ mort Pietro Nenni”. Non “e’ mort Nenni” ma “…e’ mort Pietro Nenni”. Era diverso…

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