di Ferdinando Pastore,

responsabile Europa, Risorgimento Socialista

Le elezioni inglesi hanno rappresentato un vero e proprio dilemma per il mondo liberal/progressista – che ormai si può considerare la parte più reazionaria all’interno del sistema della globalizzazione dei mercati – poiché metteva una contro l’altra due opzioni a lui insopportabili.

Da un lato i conservatori chiedevano il rispetto del voto referendario del 2016 che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dall’altro i laburisti, grazie al programma neo-socialista di Corbyn, ponevano come punti centrali del programma una serie di provvedimenti in controtendenza con la narrazione liberista degli ultimi trent’anni.

Di fatto si scontravano due schieramenti che mettevano nel piatto le due questioni centrali delle struttura totalitaria europeista: la questione democratica e la questione sociale.
Il voto ha dimostrato che i cittadini inglesi – soprattutto le classi popolari – hanno voluto senza alcuna discussione ribadire il risultato del 2016 e con questo voto hanno compreso che la questione democratica è condizione necessaria per poter poi avviare politiche espansive e a difesa della delle fasce deboli.
Hanno trovato insomma insopportabile la melina sulla Brexit. Corbyn ha pagato i tentennamenti sulla questione democratica a lui necessari per tenere calma la parte liberal del Labour e che si sono manifestati nella richiesta di un secondo referendum sulla UE.

Non è difficile immaginare che qualora i laburisti si fossero schierati apertamente per la Brexit e cioè se avessero avuto la forza di coniugare la questione democratica con quella sociale, avrebbero vinto nettamente le elezioni. Questo è il primo paradosso della tornato elettorale inglese.

Il secondo paradosso si avvista proprio nel mondo liberal/progressista.

Abbiamo assistito difatti ad una vera e propria schizofrenia liberale che ha puntato il dito soprattutto sulla pericolosità del programma laburista definito antistorico, novecentesco, solo perché rimetteva in discussione i rapporti di forza ormai cristallizzati nella dialettica capitale/lavoro nell’era della sbornia liberista. La paura dei liberali di fronte al neo-socialismo di Corbyn si è manifestata soprattutto nel tentativo di screditare il leader laburista fino ad additarlo come antisemita (sic!).

Ma cosa dimostra questo atteggiamento?

A mio parere una cosa principale e cioè che la struttura anti-democratica della UE, quella che ha permesso di costituzionalizzare le regole economiche, politiche, sociali e antropologiche del liberismo sottraendo la nuova Costituzione economica alla dialettica democratica è del tutto funzionale a soffocare e rendere innocua la lotta di classe del basso della società. Ciò che davvero spaventa il modello finanziario della libera circolazione di mercati, merci e persone è una nuova stagione di scontro sociale che possa rimettere in discussione i paradigmi liberisti.

Il mito del privato, la libera concorrenza, le ragioni del capitale, l’ideologia del capitale umano applicato agli esseri umani devono restare dei modelli indiscutibili e per far questo i liberal saranno sempre pronti ad alleanze con dei conservatori – anche con quelli che contestano l’impalcatura europea per ragioni di protezionismo economico o per salvaguardare il piccolo capitale dalla protervia della finanza internazionale – contro qualsiasi programma socialista che punti a proteggere le classi subalterne e che determini un nuovo ruolo dello Stato atto a salvaguardare beni sganciati dall’economia di mercato.

Ma è proprio in un contesto nazionale che i programmi neo-socialisti possono essere attuati per cui sarebbe un errore imperdonabile, a Brexit attuata, assistere a una marcia indietro dei laburisti sulla linea dettata da Corbyn e un ritorno alle sirene liberal blairiane.

(Ph. credits: Financial Times)

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