Di Alberto Benzoni

Carola fa parte di una Ong. Il suo primo compito è di salvare vite umane, in un mare che ne ha inghiottite poco meno di quarantamila nell’arco di circa trent’anni e nell’indifferenza più totale (certo vedere bambini morti sulla spiaggia suscita la commozione generale, ma per gli altri vale il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”). Il secondo è quello di non riportarle nell’inferno da cui sono partite: l’Europa o l’Italia potranno anche continuare a dire che i porti libici sono sicuri e che la Libia è un partner affidabile, ma loro stessi sanno che non è vero.


Salvare, non respingere, vuol dire portare a destinazione. Fare sbarcare. E, nel caso specifico, nel più breve tempo possibile. Starsene, per giorni e giorni (e dopo aver patito ogni possibile sofferenza) in mezzo al mare e con un caldo insopportabile non è il massimo della vita; e la capitana era in grado, meglio di qualunque altro, di valutare la gravità della situazione. Anche alla luce del fatto che, nel frattempo, si era raggiunto un accordo di principio sulla redistribuzione territoriale dei migranti (il che eliminava l’argomento principe dei sostenitori dei “porti chiusi”).


Per il resto, è pressoché certo che gli addebiti a suo carico si risolvano in una bolla di sapone. Di complicità con gli scafisti per favorire l’immigrazione clandestina non si è neanche parlato, e comunque dovrebbe essere chiaro a tutti che i primi sono la conseguenza e non la causa della seconda (nonostante le fake opinions sparse a piene mani dai leader europei in senso contrario al solo scopo di lavarsi la coscienza). Le leggi sulla navigazione sono state rispettate. Rimane, allora, la sfida al governo italiano e in particolare a Salvini e alle sue leggi, dove l’esito in termini politici e di pubblica opinione travalica ampiamente quello della vicenda giudiziaria. Non applicare una legge ingiusta così da vederla contestata e poi cambiata. E’ il processo, allora vincente, vissuto, negli anni sessanta e settanta, dal nostro paese. Ma è anche quello in atto, con sempre maggiore ampiezza e intensità, fino a forme estese di disubbidienza civile, negli Stati Uniti di oggi; e destinato a fare della politica di Trump e del partito repubblicano in materia di immigrazione, il terreno principale di scontro nelle presidenziali del 2020.


In Italia siamo ancora lontani da questo livello. E, allora la domanda è: riuscirà la provocazione della Rackete a farci fare il salto di qualità necessario, oppure la Nostra rimarrà, come Greta o Mimmo Lucano, l’ennesima icona da appendere al muro nel segno del politicamente corretto?


Oggi come oggi, tutto lascia pensare che si stia andando in quest’ultima direzione. Perché Carola avrà anche diversi simpatizzanti (ma, come ci dicono i sondaggi più per il salvataggio che per lo sbarco anche se le due cose sono strettamente collegate…) ma non dispone di fratelli, leggi di aree politiche e intellettuali disposte a tradurre il suo messaggio in iniziative concrete e soprattutto convincenti.


E non ne dispone perché la sinistra italiana vive la triplice e non felice condizione di essere, elettoralmente parlando, la più debole d’Europa, di essere praticamente rappresentata dal solo Pd e, infine, di avere assunto, da anni a questa parte, posizioni in materia di immigrazione che non la rendono assolutamente credibile come alternativa al salvinismo.


Nel passato: la rinuncia a rimettere in discussione la legge Bossi/Fini con la relativa totale impossibilità di uscire dallo stato di clandestinità, l’abbandono (per conclamate preoccupazioni elettoralistiche) della legge sullo jus soli, la delega di qualsiasi progetto in materia di integrazione alla Caritas e ai comuni e infine, ciliegina sulla torta, la genialata del progetto Minniti: sostituire l’impossibilità di sbarcare (inaccettabile per le anime sensibili) con quella di partire, delegando la bisogna, nel caos libico e saheliano, ai tagliagole di turno. Nel presente lo spettacolo tragicomico di una opposizione interna che riscopre improvvisamente la solidarietà con i migranti in odio all’attuale gruppo dirigente, e di un gruppo dirigente assolutamente afono sul problema e non , come sostiene Zingaretti, per superare le divisioni interne ma semplicemente perché non sa cosa dire.


Non stiamo facendo l’ennesimo processo al Pd. Perché sul banco degli imputati dovremmo mettere anche le leadership politiche italiane ed europee le cui politiche migratorie si distinguono nel linguaggio ma non nella sostanza. E che appaiono del tutto incapaci di fare il salto di qualità necessario per gestire razionalmente il problema (a partire dal riconoscimento che la marea di rifugiati in arrivo dall’Afghanistan, dalla Siria o dal Sahel è sostanzialmente “opera loro”). Ma anche perché nessuno è in grado di rappresentare l’accusa: a partire dai vari minigruppi di sinistra già pronti a frazionarsi ulteriormente in nome della lotta al “cosmopolitismo umanitario a sostegno del disegno capitalistico” o, viceversa, di quella contro “il rossobrunismo sovranista e proto fascista”.


Pure, alzare il tiro è necessario e urgente. Perché, nel caso contrario, il senso della sfida lanciata da Carola si ridurrà a questo: ad un confronto tra quelli che “vogliono fare entrare tutti” e quelli che “non vogliono fare entrare nessuno”. Un confronto in cui, statene certi, saranno i secondi a vincere.

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