GB Genova: alla Diaz le prove generali della repressione

di Gaetano Colantuono,
coordinatore regionale, Risorgimento Socialista Puglia

Pubblicata sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” (Bari), 8.4.2015, p. VII; “Avvenire dei Lavoratori” (Zurigo).

Nel luglio del 2001 avevo 24 anni e avevo appena iniziato la mia tesi di laurea in Storia del Cristianesimo: passavo le giornate leggendo decine di lettere in latino tardo.

La decisione di raggiungere Genova e partecipare alla manifestazione contro il G8 veniva dalla progressiva presa di coscienza che occorreva contestare i principali fautori del malgoverno neoliberista sul mondo.

Avevo sicuramente letto del crescendo di tensioni e di minacce che riguardava sopratutto noi manifestanti, c’era stato pure da poco il precedente inquietante dei fatti di Napoli, su cui noto che è caduto l’oblio. Basta, bisognava andarci, anche perchè sui pochi media indipendenti avevo letto delle pubbliche lezioni che si tenevano nelle piazze tematiche attorno alla “zona rossa” ed è difficile esprimere quanto bisogno di formazione critica, quasi del tutto assente nella facoltà che frequentavo, avvertivo in quel periodo.

Sono tornato profondamente segnato dai tre giorni genovesi (19-20-21 luglio): per me, come per molti altri, si è trattato di una cesura esistenziale. Il potere che disvela il suo volto, l’inconsistenza delle garanzie democratiche, la solitudine di chi è colpito da ingiustizia.

Avrei potuto ritrovarmi anch’io a dormire all’interno del complesso della scuola Diaz-Pertini: non avevo alcuna affiliazione politica nè una precisa collocazione. Fu Giuseppe, un mio amico di studi che poi ho perso per strada, a condurmi allo stadio Carlini, dove si erano sistemati i Giovani Comunisti (il movimento giovanile di Rifondazione) e i Disobbedienti (sui quali pendevano le accuse delle peggiori intenzioni): la vita si svolgeva tesa per il continuo passaggio di elicotteri a bassa quota ma priva di particolari problemi, mentre si sistemavano le protezioni di gomma con cui il corteo credeva di potersi avvicinare alla famigerata “zona rossa”.

Seguii il corteo fino all’imbocco di Via Tolemaide dove con alcuni pugliesi ci fermammo mentre a poche decine di metri infuriava una battaglia che avrebbe condotto all’assassinio di Carlo Giuliani, un mio coetaneo.

Poco dopo fummo costretti a indietreggiare con una certa rapidità: scoprimmo che le cosiddette forze dell’ordine ci stavano inseguendo; non di una carica di alleggerimento, ma di annientamento si trattava, un atto bellico stavolta vero, non con gommapiuma e striscioni, ma con camionette, gas e manganelli.

GIunsero ad assediare lo stadio per tutta la serata: attendevamo l’assalto finale con rabbia e con timore. Penso che in quel caso non avrei assistito pacificamente ma avrei utilizzato qualsiasi strumento per difendere me e il resto dei manifestanti.

Ricordo ancora come un inviato di un quotidiano meridionale venne da noi implorando che qualcuno chiamasse Bertinotti perchè facesse da intermediario col Presidente della Repubblica, altrimenti saremmo finiti tutti male (lui compreso) e lo diceva con le lacrime agli occhi. Scoprii giorni dopo che di queste vicende sul proprio quotidiano aveva dato una versione edulcorata. Il tutto mentre tenevamo un’infuocata assemblea su come comportarci per l’indomani, quando era previsto il corteo finale: piangevamo un nostro coetaneo, tanti arresti e infiniti pestaggi.

Non so dove trovammo la maturità per non cadere in un’ulteriore trappola, la spirale “violenza chiama violenza”, ma avvenne che quasi tutti noi, migliaia di giovani che avevamo subito la privazione di molti diritti, fra cui quello a svolgere una manifestazione autorizzata, e che vivevamo ore di angoscia (“ci assaltano o no?”), scegliemmo di reagire politicamente: scendere nuovamente in piazza, senza oggetti contundenti o “armi improprie”.

Eravamo stati intrappolati ma rifiutavamo di essere stritolati.

Appena tornato a casa e riavutomi dallo choc (aggravato dai fatti della Diaz) ho tenuto fede all’impegno preso allora al Carlini nel momento dell’angoscia (ciò che non mi uccide mi fortifica): impegno politico sul territorio, coerenza con le idealità del movimento di Genova, verità e giustizia. La repressione non aveva vinto del tutto.
Eppure nei primi giorni si era diffusa la voce di un imminente arresto di massa per noi tutti: i peggiori incubi di un antifascista si stavano avverando.

Non dimentico, doppo aver pubblicato sulla Gazzetta alcuni articoli sul Forum Sociale di Atene (2006) che un solerte carabiniere mi avvicinò per chiedermi di diventare suo “confidente” (sic!), per non specificate informazioni che evidentemente non possedevo nè mai gli avrei fornito.

Il fatto che dopo ben 14 anni, una vita!, e da parte di una istituzione esterna, la Corte di Giustizia europea, si sia accertato che alla Diaz ci sia stata tortura e che i responsabili, almeno quelli di polizia, siano di fatto impuniti (ulteriore scherno alle vittime) è eloquente: carattere sincopato delle istituzioni democratiche in Italia, difficile accesso alla giustizia e sostanziale impunità tra i colpevoli, fra cui ricordo anche un ex questore di Bari.

Ne deriva una diffusa sfiducia verso le istituzioni, il vero spread tra la nostra Nazione e altri Stati europei […].

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>