Di Santo Prontera – PARTE SECONDA

Ci sono varie parole e vari concetti che nel corso del tempo la sinistra ha ceduto alla destra. Patria e nazione (valori del movimento democratico nel Risorgimento) sono due esempi. Non contrastano affatto con l’internazionalismo della sinistra. Quei concetti sono, anzi, elementi costitutivi dell’internazionalismo sul piano concreto. Il concetto di nazione della sinistra ottocentesca era antitetico a quello della destra. Per la sinistra le nazioni erano “sorelle”, caratterizzate da dignità e rapporti di carattere paritetico. Questo era il concetto di Mazzini. Questo era il concetto di Garibaldi. In nome di questo concetto tanti patrioti europei lottarono accanto ai patrioti italiani nel corso del Risorgimento (certamente finito male, ma questa è un’altra storia). In nome di questo concetto, patrioti italiani andarono a combattere per la libertà di altri popoli.

Il concetto di nazione tipico della destra è invece esattamente opposto: i rapporti tra le nazioni –come quelli tra le persone- non sono basati sulla pari dignità; varrebbe tra le nazioni il darwinismo sociale che caratterizza il pensiero della destra sul piano interno; la nazione –nell’ottica della destra- ha caratteri aggressivi; tende a imporsi sulle altre; esiste una gerarchia tra le nazioni, stabilita dalla forza.

Il nazionalismo –che ha prodotto tanti orrori- non è la malattia della nazione in quanto tale, bensì la malattia della becera concezione che la destra ha della nazione. Tuttavia, con una grande confusione sul piano storico e ideologico, tanta parte della cultura progressista lo considera un tratto specifico della nazione. È puro autolesionismo e anche altro. La destra ringrazia.

Quando la sinistra saccente blatera contro la nazione, non tiene conto, peraltro, che la forma moderna di autentica democrazia (propriamente quella che ha avuto luogo –non in forma definitiva, bensì in evoluzione- tra gli anni 1945-1975, poi stroncata dal neoliberismo) è stata realizzata solo –e non poteva che essere così- in contesti nazionali.

Riprendiamo il filo del discorso. Come patria e nazione, anche il concetto di sicurezza viene colpevolmente lasciato dalla sinistra alla destra.

Per capirci, occorre dare, almeno in forma sintetica, una definizione di sinistra. Essa è un sistema di valori con cui dare forma concreta alla società mediante specifiche dinamiche politiche, culturali, economiche: uguaglianza, libertà, solidarietà, cooperazione, giustizia tra le persone e tra i popoli. Detti valori diventano azione politica e sociale una volta tradotti in opportuni programmi.

Detto tutto questo, avviciniamoci al punto cruciale. Occorre sfatare una convinzione diffusa nella sinistra da salotto. È una convinzione mai chiaramente espressa, ma sempre data per scontata, visibilmente implicita in un determinato modo di pensare: le masse sono per loro natura di sinistra e, quando le loro scelte non corrispondono ai desiderata della sinistra salottiera, sono masse che non conoscono la propria natura e sbagliano. È una posizione assurda, estremamente astratta, irreale, antistorica.

Le masse non sono state finora di sinistra per ragioni di DNA, bensì per ragioni concrete, di carattere politico e sociale, che l’ex sinistra non riesce più a comprendere. Quando una parte politica (quale che sia) si fa percepire come “nemica”, le masse guardano altrove. È questa la lezione che viene impartita dalla storia.

Quando i primi socialisti (medici, avvocati, insegnanti e via dicendo) “andarono verso il popolo” non ebbero gradualmente con sé le masse popolari predicando in astratto i valori della sinistra. Si presentarono ai ceti subalterni con programmi –sia di immediata azione sociale sia di carattere politico- derivati da quei valori.

E che cosa facevano, in termini effettivi, proponendo detti programmi? Prospettavano alle masse linee politiche e modalità d’azione che le liberavano –almeno parzialmente- dall’insicurezza della concrete condizioni di vita. Da un lato c’era il pesante sfruttamento a cui venivano sottoposte dai ceti proprietari (animati dai loro interessi), dall’altro c’era chi prospettava loro la liberazione dall’insicurezza generata dalle tristi condizioni di vita, dall’insicurezza del domani, del futuro vicino e lontano. Era automatico per le masse schierarsi con i “soccorritori”, adottandone anche i valori. Su quelle basi, le masse erano di sinistra.

In definitiva, i socialisti ebbero le masse con sé perché non si limitarono a fare astratta catechesi politica. Proposero e realizzarono soluzioni concrete proprio in merito all’insicurezza delle condizioni che angustiavano la vita quotidiana.

L’incertezza e la mancanza del lavoro erano due tra le fondamentali forme di insicurezza che devastavano la vita delle masse popolari.

La concorrenza tra singoli lavoratori –declinata in vari modi- è sempre stato un espediente alimentato e ampiamente sfruttato dai datori di lavoro.

Nei latifondi del Sud, gli zappatori più dotati fisicamente venivano collocati nelle posizioni di sinistra della fila (che procedeva verso destra) con il compito (in cambio di una paga di poco superiore) di “spingere” tutti gli altri. Quelli che a fine giornata avevano mostrato di non farcela a tenere il ritmo, venivano scartati e lasciati a casa il giorno dopo. Per quei lavoratori, era il giorno del dramma. Chi continuava a lavorare, lo faceva con la spada di Damocle sulla testa: non aveva la certezza del lavoro per il giorno dopo. In un caso e nell’altro, l’insicurezza dominava i giorni dei lavoratori.

Il socialismo seppe dare una risposta immediata (organizzazione mirata) e una di prospettiva (sul piano politico).

Nell’Emilia Romagna, per esempio, l’organizzazione dei lavoratori indotta dal movimento socialista portò all’abbattimento della concorrenza tra i braccianti, e quindi dell’insicurezza, a beneficio di tutti sia in termini di quantità di giornate lavorative sia in termini di salario. Il medesimo schema di discorso vale per gli operai dell’industria, con l’organizzazione sindacale (e non solo).

In definitiva, che cosa faceva il socialismo sul piano concreto, al suo esordio, se non ridurre il carico di insicurezza insito nella precedente condizione dei lavoratori –fatta di rapporti amorfi, slegati, perdenti-?

Il medesimo discorso si pone sotto tanti altri aspetti. È il diverso tasso di sicurezza che caratterizza il rapporto fra lavoro a tempo determinato e quello a tempo indeterminato e rende più appetibile il secondo.

L’ex sinistra non comprende più ciò che era estremamente chiaro al padre del grande Adriano Olivetti, Camillo –socialista e fondatore dell’azienda-. Quando passò le redini del comando, disse al figlio: “L’azienda è ormai tua a tutti gli effetti. Puoi fare ciò che vuoi. Ma una cosa non devi fare: licenziare, perché la disoccupazione involontaria è quanto di peggio possa capitare a un uomo”.

Il neoliberismo –complice l’ex sinistra- ha accresciuto l’insicurezza del mondo del lavoro mediante l’aumento del tasso di disoccupazione e –insultando la logica e la dignità- ha presentato come fattore di crescita la precarietà del lavoro, sganciata da ogni considerazione per i diritti del lavoratore e camuffata con il nome di “flessibilità”. La sinistra deviata ha persino legiferato direttamente in questa materia (vedi leggi Treu), facendo proprio il punto di vista unilaterale e antisociale della controparte. Con ciò, la sinistra –messasi al servizio delle élite- ha marciato contro quella che era stata la sua propria storia.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>