Perché No all’autonomia differenziata

Di Margherita Enrichetta Torrio (Risorgimento socialista Basilicata)


Si è concluso il ciclo di confronti elettorali, a livello europeo, regionale, comunale, della primavera del 2019. I risultati hanno confermato i dati previsti nei sondaggi, la crescita della Lega, il ridimensionamento dei 5Stelle e, ancora, del PD. La “sinistra”, mostra di essere alla ricerca di una sua identità, schiacciata tra probabili rientri, come quello di Fratoianni, dimissionario ma non troppo da Sinistra Italiana, nel PD, e esperienze di liste civiche, con sfumature ambientaliste, scambi tra liste e candidati, fortemente incentrate su “personalizzazioni” e riconferma di sistemi vecchi e abusati; e non convince.


Oggi, alla luce dei risultati elettorali europei ed amministrativi, un tema, o meglio, un problema, assume valenza più importante. Quello della “Autonomia Differenziata” delle Regioni. Va affrontato e discusso, all’interno di uno scenario nuovo, più complesso; dunque, paradossalmente, con la Lega che ha avuto un consenso ampissimo, non solo al Nord, se pure in relazione all’obiettivo di rinnovare il Parlamento europeo, giunto alla sua naturale scadenza, e alle amministrative. Nulla a ridire sull’esito delle elezioni, se ricordiamo che uno dei motivi di accusa, alla fine del secolo scorso, ai partiti, era che si fossero arroccati in un sistema, consolidatosi e deformatosi, senza possibilità di alternative o di alternanza. Oggi, verifichiamo che la fluidità del consenso elettorale, ha generato una certa forma di alternanza che, però, ha bisogno, quanto mai, di essere garantita dal riferimento costante e inderogabile alle regole della Costituzione, per evitare anche che chiunque giunga al potere decida di farsi regole a suo esclusivo interesse e agisca come se il potere fosse una conquista per sempre. Alla Lega, dunque, e al secondo protagonista dell’attuale governo, che ha un impegno assunto nei confronti del sud, va ricordato di dimensionare l’autonomia secondo la pregiudiziale che non la si rappresenti in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti, tale da cedere a istanze secessionistiche. Se ne è discusso, a Potenza, oltre che in moltissime altre città del nord e del sud, con Massimo Villone, emerito della Università di Napoli “Federico II”, in un incontro organizzato dal comitato potentino del Coordinamento Nazionale per la Democrazia Costituzionale.


La temporanea pausa politica sull’autonomia differenziata offre la possibilità insperata di far conoscere e allargare il dibattito sulla autonomia differenziata, avviata con i referendum svolti in Veneto e Lombardia nel 2017. La preoccupazione del Coordinamento, nonché di giuristi e costituzionalisti, è che vi si voglia dare seguito senza tenere alcun conto dei principi di tutela dell’eguaglianza, dei diritti e dell’unità della Repubblica affermati dalla Corte Costituzionale. Non sarebbe solo una autonomia amministrativa dettata dalle ragioni di territori più ricchi ma di una vera e propria autonomia su ambiti importantissimi come la sanità, la scuola e la formazione, l’attuazione di accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, nella logica di una vera divisione del Paese.


L’autonomia regionale “differenziata”, è un progetto andato avanti nel silenzio pressoché generale mentre l’opinione pubblica distratta non si accorgeva che si stava tentando ancora una volta di destrutturare la nostra Repubblica costituzionale, anche perché si è cercato di far passare questa nuova deforma della Costituzione e dello Stato senza l’adeguata discussione in Parlamento, attraverso Tavoli Tecnici bilaterali che proseguivano quello avviato il 1 dicembre 2017.


Già presente nel programma agli albori della Lega e cavallo di battaglia della Liga Veneta, i referendum del 22 ottobre 2017, voluti dalla Lega, in Lombardia e Veneto, consultivi e non vincolanti, ne hanno potenziato la carica. Utilizzando gli art. 116, 3° comma della Costituzione, e 117, 2° comma, lettera l, n, s, secondo quella revisione dell’art. V del 2001, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna intendono ottenere una nuova ripartizione delle funzioni tra lo Stato e Regione, per il loro finanziamento (federalismo fiscale): alle regioni richiedenti  spetterebbero l’organizzazione del sistema della salute, la tutela dell’ambiente e i restanti ambiti previsti nell’intesa; ma anche quello che riguarda il come finanziare le maggiori forme della stessa autonomia, in particolare nell’ambito della programmazione della istruzione regionale per privilegiare uno sviluppo delle relazioni tra autonomie scolastiche e formative, ivi comprese l’istituzione universitaria, con e in funzione degli interessi del sistema delle imprese. Il tutto, ovviamente, con ampi interventi sull’aspetto finanziario.


Le modalità per l’attribuzione delle risorse finanziarie necessarie all’esercizio di “ulteriori forme” e “condizioni particolari” di autonomia, trasferite o assegnate dallo Stato alla Regione, sarebbero determinate da una apposita Commissione paritetica Stato/Regione, disciplinata dall’Intesa. Si realizzerebbe: 1) in termini di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio regionale; 2) per le funzioni trasferite dallo Stato nella Regione; 3) in termini di fabbisogni standard, da determinare entro un anno e, progressivamente, dopo cinque anni, in relazione “alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale”, “fatti salvi gli attuali livelli di organizzazione dei servizi”, essendo superato il riferimento della spesa storica. Cioè, le regioni a più alto reddito e maggiore organizzazione dei servizi tratterranno una parte maggiore delle tasse raccolte nel proprio territorio. Con lo strumento del “residuo fiscale” (la differenza tra il “contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che ne riceve sotto forma di servizi pubblici”, che permette di valutare la ripartizione delle risorse tra le diverse aree e la funzione redistributiva dello Stato), verrebbe compromessa la perequazione fra le regioni e l’entità delle risorse a disposizione dell’ente centrale per attuare la politica redistributiva prevista dalla Costituzione, andrebbe a favore di quelle che avessero la possibilità di richiedere maggiori funzioni. Oggi solo 1/5 va alla spesa per il Mezzogiorno. Il federalismo accelerato, finalizzato ad accelerare un processo di integrazione fra le regioni del nord e i mercati europei, nei mercati espressi dalle economie più forti, almeno attualmente ancora, dell’Europa, come lo SVIMEZ alla fine dello scorso anno notava, non sortirebbe effetto poiché le regioni del nord hanno bisogno del Meridione per crescere.


Va ribadito, inoltre, che non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione (LEP) nei diversi campi, rispetto ai quali dal 2001, a seguito della riforma del titolo V della Costituzione, esiste un vuoto normativo, come denunciato più volte dalla Corte Costituzionale.


Sarebbe importante una commissione di inchiesta parlamentare, ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, sull’attuale stato delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali in ciascuna Regione Italiana, in modo da fotografare la situazione attuale, al di là delle mitografie di maniera. Si evidenzierebbero le gravi disparità fra Regione e Regione (soprattutto fra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, fra regioni del nord e del sud del Paese) e si aprirebbe un dibattito consapevole, basato su dati oggettivi, sullo stato dei diritti in Italia e non favorirebbe ulteriori fughe in avanti, destinate ad aggravare ancora di più le disparità fra i cittadini residenti nelle diverse regioni italiane, che in casi come sanità o istruzione sono già al limite. Ogni scelta dovrebbe essere legata a che, pregiudizialmente, non siano lesi i diritti fondamentali, né vengano riservati ad alcune regioni e ad altre no, e che le risorse non vengano differenziate a danno delle aree più deboli e in difficoltà del nostro paese.

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