Di Alberto Benzoni


A differenza di quanto si racconta nelle fiabe, alla nascita di Emmanuel Macron, non c’erano fate cattive, magari perché non invitate. Presenti solo fiabe buone, tutte intente a garantirgli le doti necessarie ad assicurargli i più luminosi destini politici. Competenza in tutto, transito rapido e preventivo in tutti luoghi del potere: Ena, banca Rotschild e governo Hollande. Disponibilità e “sensibilità” a svolgere ruoli politico-culturali diversi: sovranista al massimo grado ed europeista. esaltatore, modello De Gaulle, del ruolo dello stato e liberista convinto, né di destra né di sinistra perché macronista; ascoltatore e affabulatore, pronto ad essere interlocutore privilegiato di americani, russi e cinesi ma al tempo stesso sospettoso di tutti e tre; leader olimpico e privilegiato e presidente sollecito dei bisogni dei “meno favoriti; e tanto ancora.


E, a coronare in tutto, una fiducia totale nelle proprie capacità, fata Modestia e fata Senso del limite non erano state invitate e ne hanno preso atto. E non essendo presente in natura fata Onnipotenza, a decidere i suoi futuri percorsi saranno inclinazioni naturali e circostanze esterne, che lo porteranno verso i percorsi più facili e scontati.


Difficile anzi impossibile cambiare l’Europa in mancanza del consenso della Germania. E, allora, in mancanza di quello, si pratica il sovranismo più spinto. Facile misurarsi con i più deboli ma impossibile gestire, in assenza dell’Europa i rapporti con le grandi potenze mondiali. Difficile, alla lunga, non essere ascoltato se non sai cosa dire a chi ti contesta, trasformandosi anzi- vedi il caso gilet gialli- in un nemico della Francia e dell’ordine pubblico. E, in definitiva, difficile non essere né di destra né di sinistra, quando l’una e l’altra opzione esiste in natura e tutto ti spinge a essere parte della prima: con una Camera dei deputati che conta lo 0.2% di operai e ben oltre il 50% di professionisti e dirigenti ed un governo formato in maggioranza da milionari (il più ricco dei quali è ministro del lavoro…).


Capita quasi sempre, a chi non è onnipotente, di scegliere il percorso più facile. Perché è quello cui ti portano la tua indole, le forze che ti sostengono e il “senso comune” dell’epoca in cui vivi. Segui cioè la via delle privatizzazioni, degli sgravi fiscali per i privilegiati, del contenimento della spesa pubblica, compensando il tutto, si fa per dire, con misure di sostegno specifico a favore dei più deboli.


Una scelta che però si paga in termini politici e soprattutto economico-sociali. Per spiegarne il perché e il percome non c’è bisogno di ricorrere all’estremista di turno. Basta ascoltare quello che dice, in una intervista a “Le Monde”, l’economista capo dell’OCSE, Laurence Boone.
A suo motivatissimo (perché sostenuto dai dati) giudizio la Francia è, tra i paesi sviluppati, quello caratterizzato da uno dei più forti “determinismi sociali”; rappresentato da un fossato pressoché invalicabile tra quelli che “nascono bene” e quelli che “nascono male”. I primi, con la strada già spianata sin dall’inizio, i secondi che, per uscire dalla loro marginalità, avranno bisogno di generazioni.


Una condizione, aggiunge implacabile la Boone, su cui continuano a pesare tre scelte di fondo che hanno segnato la politica economica francese (e non solo) negli ultimi decenni: tagli e privatizzazioni che rendono, fin dalla nascita, sempre più difficile l’accesso ai servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione, trasporti), una politica di austerità nemica della crescita e, infine, una politica fiscale che pesa in modo abnorme su ceti medi in via di impoverimento.


Difficile che Macron accolga questo messaggio (per non parlare dei suoi fans italiani). A noi cittadini di farne tesoro.

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