Di Alberto Benzoni


Chi è il generale Haftar ora (autonominatosi) maresciallo? A suo dire, l’uomo del destino, quello che scende nell’arena rispondendo agli appelli del suo popolo. Diciamo, modello De Gaulle. Con una piccola differenza però. Perché il capo della Francia libera il suo ruolo se l’era costruito tutto da solo e a partire da zero, mentre il Nostro è stato tutto costruito, sempre partendo da zero, ma da altri. Vediamo come.


Nel 1969 partecipa, dietro Gheddafi, al colpo di stato che rovescia la monarchia e instaura il nuovo regime. E rimane un suo stretto collaboratore negli anni ruggenti che seguono la sua presa del potere. Sino a quando, nel 1987 viene inviato nel Sud del paese per fronteggiare un’invasione di truppe ciadiane foraggiate e assistite dagli americani (nessuno scandalo, per carità, è del tutto logico che Washington reagisca al tentativo di Gheddafi di diventare leader di un’imprecisata “rivoluzione africana”). L’occasione, anzi l’unica occasione in cui il futuro maresciallo dovrà misurare le sue capacità di soldato, fallendo clamorosamente alla bisogna. Perché verrà clamorosamente sconfitto, anzi fatto prigioniero con tutto il suo esercito.


A quel punto si rivolge al suo capo perché interceda per la sua liberazione, ma questi gli risponde picche, disinteressandosi completamente della sua sorte. Il che non cambierà nulla nella vita di Gheddafi, anche perché il generale avrà un ruolo del tutto marginale nella “guerra umanitaria” del 2011 su cui è meglio stendere un velo pietoso. Ma cambierà molto nella vita di Haftar.


Essere prigioniero di un macellaio torturatore come l’allora presidente ciadiano Hissene Habrè (uno dei tanti momentanei cocchi della Francia e dell’occidente) non è il massimo della vita, ma, a soccorrerlo, ecco la mano amorevole della Cia. La sua offerta è una di quelle che non si possono rifiutare: “o marcisci in questa prigione o vieni con noi”. Detto fatto. Impacchettato e portato a Langley, Virginia. Dove rimarrà per dodici lunghi anni, senza lasciare alcuna traccia di sé.


A quell’epoca, lo “spietato dittatore di Tripoli” è, guarda caso, rientrato nelle grazie dell’Occidente: rinuncia all’atomica, collaborazione economica, ruolo pacificatore. L’unico suo difetto è quello di tenere insieme, con la forza, un paese ricco, insieme, di petrolio e di contrasti di ogni ordine e grado, e di avere, come suo referente e protettore, un paese, l’Italia, e un regime politico – all’epoca quello di Berlusconi – “talmente deboli” – a detta di un diplomatico americano – “da fare tutto quello che gli chiediamo di fare” (vedi i documenti pubblicati da Snowden). Da qui la guerra del 2011, capeggiata da Francia, Gran Bretagna ed Egitto, “guidata da dietro” dagli Stati Uniti e battezzata da Napolitano. Una guerra cui lo stesso Haftar “parteciperà da dietro” costruendosi una base politico militare in Cirenaica, con il concorso di gruppi islamici salafiti.


La sua ora, anzi il suo appello diretto suonerà di nuovo nel 2014 e negli anni successivi. Con tutti i sostegni possibili, politici e militari, alla sua avventura (suo figlio transiterà da un aeroporto parigino nei giorni precedenti l’attacco finale, e non per fare acquisti), e però, ancora una volta, dimostrerà la sua totale incapacità politica (nessuna conquista delle menti e dei cuori) e militare. Tanto da essere mollato sul più bello, almeno apparentemente (ma qui l’apparenza conta) dai suoi sostenitori.


Un disastro lasciato a metà. Ma che lascerà dietro di sé morti di non poco conto. I libici,vittime della guerra. I migranti, ricacciati verso i loro paesi d’origine e massacrati, nell’indifferenza di tutti, lungo il percorso. L’Onu, dal segretario generale Guterres sino al mediatore Ghassan Salamè, giunti in Libia per sancire l’accordo tra Serraj (per il quale Haftar ha spiccato un mandato di cattura…) e lo stesso Haftar, costretti alla fuga nel generale “si salvi chi può”. E, infine, la classe dirigente politica del nostro paese incapace di comprendere e di contrastare lo scempio che avveniva davanti ai suoi occhi.


C’è, però, nella vicenda di Haftar, una morale che riguarda gli Stati uniti e l’Europa. E che è in sintesi questa: “se vuoi fare affari sporchi, fallo in prima persona”.

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