Ovvero, il partito americano e gli altri

Di Alberto Benzoni

Nel corso di questa primavera, e prima delle elezioni europee, saranno chiamati al voto i seguenti paesi: Ucraina il 31 marzo, Israele il 6 aprile, India 11 aprile (e settimane seguenti), Finlandia 14 aprile, Macedonia 21 aprile, Spagna 28 aprile, Lituania 12 maggio, e, infine, Belgio 26 maggio, in corrispondenza delle europee.

Nei primi mesi dell’anno avevamo avuto una serie di elezioni regionali in Italia, le elezioni provinciali in Olanda e le politiche in Estonia. Tutte segnate dall’avanzata consistente dei populisti di destra; o, più esattamente del “partito americano” (nel senso di essere strettamente collegato con Trump in particolare e con la destra americana in generale). Un partito che potremmo identificare fisicamente con il nostro Salvini che cavalca senza ritegno il “pericolo giallo”, che si schiera con Guaidò senza se e senza ma e che, dulcis in fundo, vince le elezioni in Basilicata, invitando, con successo gli abitanti della val d’Agri a utilizzare sino in fondo le loro risorse di combustibili fossili.

Un partito che, a partire dalle elezioni israeliane e indiane fino alle europee, rischia di vincere o comunque di essere culturalmente egemone a livello nazionale e internazionale; e con effetti catastrofici per le nostre società, la pace mondiale e la stessa Europa.

E un partito che, tanto per essere chiari, non ha nulla in comune con il partito americano che abbiamo conosciuto e combattuto ai tempi della guerra fredda. Quello mirava semplicemente a difendere un ordine moderato e conservatore che aveva bisogno del sostegno di ultima istanza degli Stati uniti per perpetuarsi. Questo è dominato da pulsioni fascistoidi, aggressive e potenzialmente eversive. Perché basato sulla ricerca e, magari, sull’invenzione del Nemico esterno; perché intollerante di qualsiasi dissenso; perché sprezzante delle più elementari regole di convivenza tra i popoli e le nazioni; e soprattutto perché totalmente al servizio di un disegno – difendere a ogni costo e con qualsiasi mezzo qualsiasi tentativo di contestazione della propria egemonia – espresso, con sfumature diverse, sia da Trump e da Bannon che da quell’America profonda cui appartengono sia l’establishment repubblicano (il più reazionario che la storia ricordi) sia i clintoniani.

E allora la domanda è: perché il “progetto americano” vince, e senza bisogno di ricorrere ai carri armati o alla violenza aperta?

La risposta è, tutto sommato, semplice. “Perché ha trovato una narrazione convincente, anche perché semplicistica, alla crisi d’abbandono di cui soffrono i ceti popolare. E per mancanza di avversari.”

Non sono tali le classi dirigenti europee. E quelli che scrivono sulle loro bandiere “più Europa” o, peggio, “siamo europei” per rappresentare quel minimo sindacale del pensiero e dell’azione che li contraddistingue. Non è tale quell’”Europa” incapace di contestare, in linea di principio, le intimazioni brutali di Washington (che si tratti dei rapporti con la Cina o la Russia, del sostegno a Guaidò o dell’aumento delle spese militari, salvo poi a rimetterle in discussione al dettaglio); e, ancora, talmente paralizzata dalla paura di tutto e di tutti dal meditare la costruzione di un muro tra Turchia e Bulgaria; spostandosi, in ogni campo, sempre più a destra.

Non lo sono i socialisti che non sanno più cosa sono e chi e cosa rappresentano; e che, dopo un sonno di decenni, hanno bisogno di recuperare.

E non lo sono, ahimè, neanche quelli della sinistra radicale, del tutto incapaci di comprendere chi sia il nemico principale; e oltretutto paralizzati da polemiche antidiluviane e di nessun rilievo esterno.

Naturalmente, la speranza è doverosa. Sta in quello che accade, e non casualmente, nel mondo anglosassone. Sta nelle grandi manifestazioni che percorrono il mondo occidentali ad unire in prospettiva, difensori dei diritti civili e difensori dei diritti sociali al di fuori di distorsioni politico-partitiche.

Statene certi il settimo cavalleggeri, primo o poi, arriverà. Ma quando?

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