di Santo Prontera

Il dramma

L’esodo dei migranti: un dramma (ma non per tutti: lo è in primo luogo per i diretti interessati e poi per chi si sente emotivamente coinvolto).

Il problema

È altresì, sul piano oggettivo, un grave problema (in vario modo, per tutti).

La maggior parte dei migranti viene dall’Africa, un continente devastato dalle guerre e dalla fame. Su 57 Stati africani, 29 sono in stato di guerra. Le guerre si fanno con armi e munizioni che vengono fornite anche dal nostro Paese. Troppo spesso quei conflitti sono legati ad eredità coloniali ed alle politiche attuali dei Paesi sviluppati.

Il problema personale e sociale dei migranti diventa poi un problema sociale qui da noi, dove si generano tensioni e rifiuto. Contrariamente a quanto si pensa, non è un semplice problema “esportato”, che “loro” portano tra “noi”. Tante sue radici affondano proprio nei Paesi europei, nelle politiche da essi messe in atto.

Le radici del problema

L’ostilità verso i migranti ha tre radici: a) razzismo; b) preoccupazioni generate da difficoltà economiche; c) situazione in Africa e responsabilità occidentali.

Cominciamo dalla prima: il razzismo.

È un dato di fatto. C’è. Chi vuole può negarne l’esistenza (come spesso si fa), ma un fenomeno reale non sparisce o cambia natura negandolo a parole. Il fenomeno razzista si basa innanzi tutto su una questione di pelle. Per il razzista, un mafioso bianco vale più di un Martin Luther King nero. È inutile sviluppare questo discorso. Il razzista tale è e tale rimane. Dal suo punto di vista, l’errore è negli altri, in coloro che la pensano diversamente da lui.

Seconda radice: le preoccupazioni generate da difficoltà economiche

Passiamo alla seconda radice dell’ostilità verso il flusso migratorio: quella basata su questioni economiche. Se fossimo ancora nella situazione del primo trentennio post-bellico (i cosiddetti “Trenta gloriosi” -1945/1975-), l’ostilità anti-migratoria sarebbe molto meno ampia, assai contenuta, perché circoscritta al solo ambito del razzismo puro e semplice.

In quel periodo c’erano più risorse in forma diffusa nella società (a beneficio dei ceti medi e popolari), c’era il lavoro, il futuro era pieno di speranze ben fondate. Tutto ciò non avveniva per puro caso. Quella realtà era il frutto di opportune politiche economiche, legate ad un preciso modello sociale: quello voluto dalla Costituzione.

Quel modello è stato distrutto dalle politiche liberiste adottate dagli anni Ottanta in poi. In conseguenza di quella svolta (indebita, surrettizia, decisamente antipopolare), oggi ci ritroviamo con disuguaglianze sociali accresciute e con risorse concentrate in alto. Il neoliberismo ha funzionato come un Robin Hood alla rovescia: ha tolto –e toglie- ai poveri per dare ai ricchi.  

Il precariato, l’attacco contro le pensioni, l’abbassamento della copertura sanitaria, il problematico futuro delle giovani generazioni, il crollo della natalità sono problemi che discendono direttamente dalla crisi prodotta dal neoliberismo imperante. Sono crimini da ascrivere alle élite.

Anche l’ostilità verso gli immigrati è frutto di questa realtà in crisi. I ceti a basso reddito percepiscono i migranti come pedine utili alle élite e un pericolo per tutti gli altri. Infatti, larghe fasce di ceti popolari li considerano come propri concorrenti per quanto riguarda il lavoro scarso o come la causa del lavoro malpagato. Se altre (migliori) fossero le condizioni sociali dei nostri Paesi, altre (meno forti) sarebbero le reazioni. Ci sarebbe comunque qualche forma di ostilità, ma non così intensa. Per tanta parte, insomma, il problema-migranti nasce dalle attuali politiche economiche, messe in atto dalle élite per il loro specifico interesse.

Terza radice: la situazione in Africa e le responsabilità dei paesi sviluppati

L’ostilità nei confronti dei migranti sarebbe assai meno intensa se si sapesse che in gran parte siamo noi a cacciarli da lì, con le nostre politiche.

Vediamo qualche caso.

1).William Easterly (La tirannia degli esperti, pagg. 5, 6; Laterza, 2015) narra un episodio avvenuto la mattina del 28 febbraio 2010. Quel giorno, i contadini di una comunità africana, mentre erano in chiesa, sentirono degli spari. Erano arrivati dei soldati, i quali avevano dato alle fiamme le case. Poi, sotto la minaccia delle armi, impedirono ai contadini di spegnere l’incendio. Dopo le case, vennero bruciati anche i raccolti. Con i mitra vennero eliminate le mucche da latte. Infine, <<i soldati portarono via a forza gli oltre ventimila abitanti. Non tornate mai più, gli dissero: la terra non è più vostra>>.

Perché tutto quel disastro? <<Un’azienda britannica si stava impadronendo dei campi con il sostegno dell’esercito. L’obiettivo della società era farci crescere sopra una foresta e poi vendere il legname. I contadini rimasero ancora più sgomenti quando seppero che il progetto della società britannica era stato finanziato e promosso dalla Banca mondiale, un’organizzazione internazionale che ha il compito di combattere la povertà nel mondo>>.

I fatti raccontati, dice l’autore del libro, <<si sono svolti […] nel distretto di Mubende, in Uganda. La banca mondiale aveva promosso quel progetto di silvicoltura per accrescere i redditi, ma i contadini di cui la banca aveva calpestato i diritti non figuravano tra i beneficiari>>.

2). In Africa, dice Sebastiano Zenobini, <<è in atto una depredazione mai interrottasi dai tempi della colonizzazione. L’Africa è un continente ricchissimo di risorse. Basti pensare che il coltan, un minerale indispensabile per i nostri smartphone, proviene dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo, così come il cobalto, fondamentale per le batterie elettriche; si stima che il 65% del cobalto estratto nel mondo e quasi l’80% del minerale per i telefonini provengano dal Congo. La Cina ha acquistato la più grande miniera di cobalto nel Congo perché fondamentale per lo sviluppo dell’auto elettrica.

L’industria dell’high tech sarebbe quasi impossibile senza le risorse di questo paese, eppure il Congo è uno dei paesi più poveri. Grazie alla corruzione dei suoi governanti, l’Africa non solo si vede privata delle sue risorse senza alcun vantaggio per i suoi abitanti, ma addirittura è divenuta una pattumiera: è stata trasformata nella più grande discarica di computer a cielo aperto del Pianeta>>.

Inoltre, continua Zenobini, <<è un continente, quello africano, distrutto dai cambiamenti climatici>>, che rientrano non già nelle responsabilità degli africani, bensì in quelle dei Paesi sviluppati e delle economie emergenti. Continua lo stesso autore: <<Quando si parla di aumento della temperatura, scioglimento dei ghiacci e conseguente innalzamento del livello del mare, restiamo impressionati dalla fine che potrebbe fare Venezia con tutta la valle del Po. In Africa gli scienziati prevedono, entro la fine del secolo, se non dovessimo rivedere il nostro stile di vita, un aumento di 7-8 gradi della temperatura.

L’ONU afferma che entro il 2050 ci sarà un miliardo di rifugiati climatici, di cui solo 50 milioni provenienti dall’Africa, perché la loro terra sarà diventata deserto>>.

Poi aggiunge che l’Africa è <<un continente ricco, ma indebitato con il Fondo Monetario Internazionale e che rischia di impoverirsi ulteriormente a causa del land grabbing, ossia l’acquisto di terre da parte di altri paesi o multinazionali per impiantare monocolture o soddisfare quelle che sono le esigenze della propria popolazione. È il caso della Cina, i cui abitanti costituiscono il 22% della popolazione mondiale, ma con solo il 7% di terre arabili e di cui il 40 per cento è ormai reso inservibile dall’erosione del suolo, dalla deforestazione e dall’inquinamento. Dopo aver acquistato terreni nella Russia Orientale, Ucraina e Kazakistan, ha riversato la sua attenzione sull’Africa>>.

E allora? <<Prima di dire “aiutiamoli a casa loro” –sono ancora parole di Zenobini- dovremmo smettere di sfruttarli e metterli nelle condizioni di vivere nella loro terra in maniera degna di esseri umani.

E cosa fa l’Europa? Nel 2014, durante il semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea (UE) e con Federica Mogherini Alta Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, nonché vicepresidente della UE, l’Europa ha dato il ‘bacio della morte’ (così scrive Le Monde Diplomatique) all’Africa, forzandola a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA). “O firmate gli EPA –ha detto la Commissione Europea ai paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) – o sarete sottoposti a un nuovo regime di tassazione delle vostre esportazioni” (e poi ci meravigliamo di Trump!).

In precedenza le materie prime di ACP potevano essere esportate in Europa senza essere tassate; viceversa nei Paesi ACP i prodotti europei erano sottoposti a regime fiscale di tipo protezionistico. Con l’abbattimento di queste barriere, in nome delle politiche neoliberiste di Bruxelles, i prodotti agricoli europei (sostenuti da 50 miliardi di sussidi) invaderanno il mercato africano senza che l’agricoltura africana possa competere con “gli invasori”. Sarà la distruzione dell’agricoltura africana, che costituisce il 70 per cento di tutta l’economia>> (Sebastiano Zenobini, Quotidiano di Puglia, 26 luglio 2018, pagg. 1, 8).

Sono dati eloquenti di per sé, che inquadrano buona parte del problema.

3). Suonano come sintetica conferma le parole di Daniele Perotti: <<In Africa, le grandi multinazionali –in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva- sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà>> (Daniele Perotti, Lo impone il mercato, pag. 43, 2018).

4) Jan Zielonka (professore di Politica europea a Oxford) ci ricorda che <<anche la crescita delle migrazioni è stata causata da nostre scelte sbagliate>>. Come le seguenti: <<Abbiamo tagliato gli aiuti allo sviluppo e non siamo riusciti a stimolare gli investimenti nel Nord Africa e nel Medio Oriente>>. Promuovere lo sviluppo in quei Paesi era nel nostro interesse. Era anche un nostro dovere, almeno per la storia pregressa. Inoltre, <<abbiamo sostenuto dittatori come Gheddafi in Libia o Ben Alì in Tunisia nella speranza che tenessero i migranti lontani dalle nostre coste. Abbiamo bombardato Iraq, Siria e Libia e abbiamo lasciato la gente di quei Paesi ai signori della guerra locali. E poi ci stupiamo se aumenta il flusso di rifugiati?>> (Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2018).

Le responsabilità

Le migrazioni di massa, dunque, non sono un problema che l’Africa “scarica” qui senza responsabilità dei Paesi di approdo (complessivamente considerati). Come abbiamo visto, quelle migrazioni sono in gran parte un problema creato dagli stessi Paesi sviluppati. Più precisamente, è da attribuire alle corte vedute e all’estremo egoismo di quelle che, molto impropriamente, vengono di solito chiamate classi dirigenti. Dette classi non dirigono le sorti dei Paesi, bensì quelle delle proprie fortune mediante la stretta influenza sui governi. Da ciò discende il dominio sui cittadini: un dominio reale, effettivo, ma non avvertito come tale perché camuffato. Viene infatti esercitato tramite la pratica della disinformazione e mediante le politiche economiche mascherate da fatti tecnici, mentre in realtà sono scelte politiche. Disinformazione e politiche economiche costituiscono delle catene metaforiche, ma, quanto ad effetti, funzionano come quelle vere.

Premesso tutto ciò, si comprende benissimo che le migrazioni di massa, se non sono un “problema” generatosi da solo, non costituiscono neanche un fatto inevitabile. Se infatti ci fosse un “governo della società”, come una volta (nei “Trenta gloriosi”), e non solo la cura degli interessi delle élite -contro la società-, come avviene oggi (negli “ anni pietosi”), le cose andrebbero diversamente sia qui sia nei Paesi di provenienza dei migranti.

Che cosa fare?

Dice Luca Ricolfi (Il Messaggero, 21 luglio 2018, pagg. 1, 14): <<Il problema di fondo dell’Europa è che l’Africa vorrebbe trasferirsi nel Vecchio Continente>> a causa di <<guerre, dittature, corruzione, fame, siccità, carestie, traffico di esseri umani>>. È materialmente possibile? No. Se non ci fossero quei problemi –per tanta parte (giova riperlo) responsabilità dei Paesi sviluppati-, si sposterebbero piccoli gruppi e singoli individui, non già masse enormi. E allora? <<Aiutiamoli a casa loro>>, si dice. Ottima soluzione. Ma intanto continuano le politiche che “cacciano” i migranti da casa loro.

Una sorta di Piano Marshall per l’Africa non è in vista. L’Europa –che pur si era autodistrutta e comunque si trovava in condizioni migliori dell’attuale Africa- ne ha beneficiato nel secondo dopoguerra. Un simile Piano non sarebbe da valutare come un puro dare, come una perdita, un costo senza ritorno. Servirebbe all’Africa e nel contempo servirebbe –per mille ragioni- anche all’Occidente.

Per ora, al problema reale –che per tanta parte, come già visto, è figlio di responsabilità esterne all’Africa-, i Paesi sviluppati rispondono semplicemente con le parole. E con gli insulti.

Non c’è razionalità nell’attuale azione dei governi. I poteri economici –ormai da circa quarant’anni- l’hanno cacciata dall’orizzonte del presente. Se non fosse avvenuta questa sciagura, staremmo ancora nella situazione dei “Trenta gloriosi”. Ma è una sciagura altrettanto grande la condizione attuale dei cittadini: si dibattono in mille problemi, ma nulla sanno della loro origine. Proprio come nel caso dei migranti.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>