Di Alberto Benzoni


Son più di trent’anni che il partito di Repubblica lancia profferte amorose, del resto ampiamente ricambiate, nei confronti del Pci e dei suoi eredi, variamente e sempre più vagamente denominati. Ad impedire un matrimonio formale rimane però un ostacolo, a tutt’oggi non superato.
Per coglierne l’esatta natura, possiamo ricorrere ad una metafora tratta dal mondo della pubblicità. Questa è caratterizzata dall’ossessione del “senza”: prodotti solo italiani, cibi senza olio di palma, senza conservanti o additivi, ottantenni senza età e così via.

Allo stesso modo, i Nostri vogliono il Pd al punto di essere disposti a confondersi con esso: purchè questo sia senza identità e, soprattutto, senza comunisti. E cioè senza cultura propria e senza passato, incolore, inodore e insapore; e, soprattutto senza nostalgici e senza rompicoglioni.
Ma come ottenere questo risultato? O, per dirla come uno dei teorici del “soft power” americano, “come far fare agli altri quello che noi vorremmo che facessero”?

Le via maestra era quella di disporre, sull’altra sponda, leader in grado di fare passare la linea per loro spontanea volontà e con il “consenso del popolo”. Poteva esserlo Berlinguer, ma solo per certi aspetti; e aveva il difetto ineliminabile di credere nel comunismo. Poteva esserlo D’Alema, ma anche lui, al dunque, rimaneva un comunista. Poteva esserlo Prodi, ma non aveva la stoffa del leader e, a furia di aspettare di essere scelto come tale da tutti, ha finito per essere il leader di nessuno. Poteva esserlo Veltroni, oltretutto mai comunista fin dalla nascita (dichiarerà di essersi iscritto alla Federazione giovanile comunista, pensando che fosse la Federazione italiana gioco calcio o forse potrebbe averlo fatto…). Lo è stato fino in fondo Renzi (al punto di volere distruggere, e con disprezzo pari alla ferocia, persone, idee, istituzioni che avessero in qualche modo un rapporto con il passato), ma ha trovato l’ostacolo, fastidioso ma insormontabile, del suffragio universale.

A questo punto rimaneva aperta un’altra via. Quella dell’omogeneizzazione dall’esterno. Nello specifico, dell’omogeneizzazione degli eredi del Pci in una specie di grande calderone e in una notte in cui tutte le vacche sono grigie, all’insegna di un impegno comune contro il Nemico esterno.
In questo senso, il calendismo è la riproposizione dell’ulivismo. Tutti insieme, appassionatamente: allora contro Berlusconi in nome della morale (niente di concreto in tutto questo, ma Lorsignori hanno orrore per la materia), oggi contro la barbarie populista, in particolare grillina, in nome di un’Europa, divina e perciò altrettanto impalpabile (gradito il concorso di Berlusconi).


Il guio è però, che la Mummia che si tentava di far scomparire rimane sempre lì. Perchè gira e rigira, tolti i radicali, non ancora disponibili i berlusconiani, del tutto spolpato il centro, a disposizione del nostro Calenda rimane la vecchia truppa fu comunista. Con Renzi, che esige l’esclusione di Leu e di tutti gli altri suoi nemici, e con lo stesso Pd che ha ricostituito la sua unità all’insegna della sua liberazione definitiva dallo stesso Renzi. E con quelli di Leu che, come sempre, attendono notizie dal Pd prima di assumere qualsiasi decisione. E con lo stesso Calenda, nella veste del fu (politicamente parlando s’intende) Pisapia: improbabile leader di un’impalpabile coalizione.

Una trama di cui attendiamo tutti la possibile conclusione, ma che, ora come ora, sembra appassionare solo gli addetti ai lavori.

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