Di Gaetano Colantuomo

Uno degli obiettivi su cui il fascismo creò le proprie fortune presso i ceti possidenti e borghesi fu quello di eliminare, con la violenza e con la conquista del consenso, i biasimati interessi “classisti”, ossia la conflittualità politica e sindacale. Una volta che il regime statale dittatoriale si consolidò, tuttavia, non scomparvero i gravi problemi sociali ed economici che erano alla base di tale conflittualità e che in precedenza lo stato liberale non era stato in grado di risolvere né di governare; che anzi si erano ingigantiti durante e dopo i tremendi anni di trincea per milioni di contadini nella grande guerra.

Mentre nella Sicilia degli anni Venti le classi popolari erano schiacciate dalla duplice violenza delle mafie locali e del nascente regime, che nella repressione attuata dal prefetto Mori salvaguardò e tutelò la classe degli agrari, per Puglia (terra di particolari violenze squadristiche: si vedano i casi dell’eccidio nel comune a guida socialista San Giovanni Rotondo e l’assassinio dell’onorevole socialista Di Vagno) e Lucania la questione principale continuò a riguardare la gestione del lavoro agricolo in una fase segnata da fortissime disuguaglianze fra possidenti terrieri e industriali e la massa dei braccianti e dei lavoratori delle industrie della filiera agroalimentare.

Il regime affrontò tali problemi anche in agricoltura nel quadro della sua impostazione corporativistica. Alle modalità con cui il corporativismo lavorò concretamente nelle “periferie” del mondo agricolo al tempo del potere fascista nel Mezzogiorno è dedicato il recente volume dello studioso barese Francesco Altamura, Sindacalismo in camicia nera. L’organizzazione fascista dei lavoratori dell’agricoltura in Puglia e Lucania (1928 – 1943), Bari, Edizioni dal Sud, 2018, pp. 321.

Basato su notevole lavoro di ricerca, raccolta e selezione dei materiali documentari dispersi, il testo va a colmare una parziale lacuna storiografica, di per sé eloquente, del “ventennio breve” ma intenso del regime nel Meridione, dove modernizzazione non progressiva e dittatura di classe si congiunsero con esiti esiziali di carattere strutturale. Quella del corporativismo agricolo è una storia nient’affatto lineare e uniforme negli sviluppi: l’unico elemento di continuità appare la persistenza subalternità alla parte padronale. L’autore propone una periodizzazione fondata sulle decisioni degli anni 1928-1929 (con la nascita degli uffici di collocamento, che nelle intenzioni originarie dovevano essere anche strumenti di controllo per le migrazioni stagionali delle masse bracciantili), quindi sulla riforme varate negli anni Trenta, poi nella svolta liberista del mercato del lavoro nel 1938-39. La crisi della burocrazia sindacale fascista sarà infine acuita dall’economia di guerra, di fatto sbiadendo prima ancora delle vicende militari dell’autunno 1943 nelle due regioni.    

Il volume si sofferma su ciascuna delle province pugliesi e lucane, seguendo anche, laddove possibile, alcune vicende locali. Sin dalle origini il movimento sindacale fascista appare fortemente disomogeneo, inadeguato a molti dei bisogni dei lavoratori senza terra e al compito di modernizzare l’agricoltura. Le innovazioni che avrebbero potuto recare beneficio alle classi lavoratrici, fra cui l’istituzione degli uffici di collocamento e le forme di welfare (cassa malati e infortuni), furono di fatto boicottate tanto da limiti organizzativi e economici quanto da ostinate e vincenti resistenze della parte padronale (che l’autore efficacemente chiama “renitenze”), così forti gli uni e le altre che ne provocheranno una crisi irreversibile di credibilità e una ripresa della conflittualità sociale prima dell’occupazione alleata.  

Dalla lettura del libro emergono alcune ulteriori linee di ricerca. Ne citiamo alcune.

  1. Sono attestate vicende piccole e grandi di opposizione al farraginoso dispiegarsi delle nuove formule del regime nelle campagne: esposti alle autorità contro angherie locali, volantini anonimi di protesta e entrismo di quadri già socialisti e comunisti nel sindacato, scioperi o occupazione di terre demaniali, fino a manifestazioni di piazza (il cui vertice sono i fatti tragici di Tricase nel maggio 1935). Rovesciando certi assiomi di una diffusa tradizione storiografica, ci si può chiedere se questi fenomeni abbiano avuto solo valore episodico o piuttosto possano configurare una sorta di un “dissenso” di massa al regime presso le classi subalterne meridionali, come sostenuto fra gli altri dagli studi di Giuseppe Aragno (si veda la trilogia dei suoi studi: Antifascismo popolare, Roma 2009; Antifascismo e potere, Foggia 2012; Le Quattro Giornate di Napoli. Storie di antifascisti, Napoli 2017). Si tratta di una traiettoria da proseguire anche in altri territori.
  2. Nel libro ritroveremo il fenomeno già preesistente dell’ingaggio all’alba dei lavoratori della terra nelle piazze delle agro-town.  Nonostante gli obiettivi posti alla burocrazia sindacale di combatterlo, questo fenomeno rimase durante tutto il ventennio ed è sopravvissuto durante i primi decenni della storia repubblicana. Si tratta dell’istituto della “richiesta di permesso” che il lavoratore, singolo o in gruppo, faceva in genere ad un intermediario: qui lavoro nero e caporalato (e residui di subalternità alla parte padronale) si intrecciano in un connubio che solo le organizzazioni sindacali della prima repubblica hanno saputo solo scalfire. È cronaca attuale che tali fenomeni siano ancora endemici, resi più forti proprio dall’indifferenza di molte amministrazioni locali, dalla debolezza delle organizzazioni sindacali e del conflitto sociale.
  3. Un documento datato 1935 su tutti fra quelli riscoperti dall’autore opera nel lettore-attivista un inevitabile cortocircuito con l’attualità politica.

«[…] l’iniziarsi di un movimento migratorio, di nostri braccianti, dalla montagna […] potrà – forse – non solo liberarci dall’invasione clandestina e indisciplinata di mietitori pugliesi, ma permetterà soprattutto di procurare lavoro a centinaia di braccianti che […] erano costretti rimanere disoccupati nelle località di montagna». A scriverlo non è lo staff Twitter di qualche attuale imprenditore del razzismo politico nostrano ma l’ufficio di collocamento di Potenza per la mietitura di quell’anno, eppure vediamo messi in campo quasi tutti gli strumenti della narrazione basata sulla differenziazione, all’interno del mondo dei subalterni, fra i “nostri” (in quel caso, i braccianti lucani) e i “loro” (i tanti braccianti pugliesi, fra cui il nonno dello scrivente, che erano soliti fino a circa 50 anni fa recarsi “oltre il Guaragnone”, ossia in Lucania, per la mietitura: per risparmiare sulla paga ricevuta erano soliti tornare con mezzi di fortuna o a piedi, evitando di prendere il treno). In altre parole, la burocrazia fascista, anche a livello vernacolare, evitava ogni forma di solidarietà attiva fra subalterni, piuttosto insistendo su motivi di risentimento localistico per tenere divisi e reciprocamente invisi i gruppi subalterni. Una lezione attuale, a ogni buon conto.

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