Di Alberto Benzoni

Il congresso socialista di Milano, nei primi mesi del 1989, almeno nella versione dei moralisti da quattro soldi delle seconda repubblica (anche per nostra colpa, l’unica disponibile sul mercato) è rimasto quello di Panseca e dei suoi archi di trionfo, simbolo di un pacchiano culto della personalità e magari anche della Milano da bere. In realtà si trattò della più alta e ultima manifestazione dell’internazionalismo socialista; in Italia e altrove. E all’inizio di un anno magico, dove le sue più rosee previsioni sembravano vicine a realizzarsi.


Presenti a quell’appuntamento: sandinisti e guerriglieri afgani (peraltro di natura imprecisata…), cileni ed eritrei, israeliani e palestinesi (partecipi di un dialogo durato anni) e, soprattutto, esponenti del dissenso nell’Unione sovietica e nei vari paesi dell’Est, assieme a personalità di spicco (in primis ungheresi e polacche) dei regimi al potere già impegnati sulla strada del loro radicale cambiamento.


“Meno ma meglio” rispetto ai congressi del Pcus. Lì più sigle, ma chiamate ad esibire la loro fedeltà, ideologica e politica agli insegnamenti e alle direttive del partito guida. Qui una babele di voci spesso diverse; ma espresse da forze accomunate dal grato riconoscimento nei confronti di un partito e di un leader per quanto aveva fatto o detto per difendere la loro causa.


A loro fu dedicata, caso raro e magari chissà anche unico nella storia, una giornata intera del congresso: e non per “portare il saluto”ma per parlare di sè stessi e dei problemi che erano chiamati ad affrontare; e, per inciso, di ciò che il Psi di Craxi aveva fatto e poteva ancora fare per loro. Era il riconoscimento dovuto ad un grande internazionalista (e, sia detto per inciso, difensore della nostra sovranità nazionale): nel contesto di un disegno che, almeno sui due fronti allora fondamentali – quello israeliano-palestinese e quello europeo- appariva diverso, rispettivamente, da quello espresso dagli Stati uniti e dalla socialdemocrazia tedesca; ma, al tempo stesso, complementare.


Simbolo e coronamento di questa grande visione sarebbe stata, di lì a poco, la cerimonia in onore di Imre Nagy. Un dirigente comunista il cui governo, nella prima metà degli anni cinquanta, era stato una parentesi di ragionevolezza e di umanità nel mare di un feroce stalinismo. E che aveva poi pagato con la vita la sua identificazione con la rivoluzione del 1956 (e senza alcuna abiura…). Intorno alla sua tomba, allora riportata alla luce, ed alla sua modesta piccola statua, si riunirono, assieme al popolo ungheresi, comunisti revisionisti , esponenti del dissenso, e, venuti dall’Italia, Craxi e Occhetto.


Di lì a poco, il primo avrebbe aperto al secondo l’entrata nell’Internazionale socialista. Qualche anno dopo, il secondo nel viaggio in aereo verso il suo Congresso di Berlino, si sarebbe nascosto, nei gabinetti e altrove, pur di non essere visto assieme all’esponente del Psi che viaggiava verso l’identico appuntamento.

Oggi il governo di Orban, in nome di un odio che accomuna il comunismo al socialismo sposta la statua verso nuove destinazioni periferiche e infanga la sua memoria. Una tragedia storica di cui la scomparsa dell’internazionalismo socialista ha svolto un ruolo non marginale.
Rendergli questo piccolo omaggio, ai suoi protagonisti e ai suoi simboli di allora è, dunque, insieme alla dolorosa consapevolezza dei successivi disastri e delle cause che li hanno determinati, un elementare dovere morale.

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