di Mattia Di Gangi

Immaginate un paese in cui un’oligarchia di grandi imprenditori è riuscita in una scalata al potere con giochi di palazzo. La popolazione si è resa conto di un’improvvisa impennata dell’influenza di questi uomini, ma da quel momento sono cambiate così tante cose e così velocemente che la maggioranza delle persone non ha avuto modo di capire cosa è successo.

Cosa è cambiato? Tutti i luoghi del paese sono tappezzati di dispositivi per lo spionaggio di massa, le aziende dell’oligarchia hanno immagini, video, registrazioni audio di chiunque in qualunque posto, con il beneplacito del governo.

Perché è stato accettato? Molti hanno espresso perplessità iniziali ma questa non si è mai tradotta in una resistenza vera e propria, fin quando con il tempo il fenomeno è risultato essere normale per tutti.

Dall’altro lato, l’oligarchia è riuscita a guadagnare consenso condividendo con la popolazione informazioni sui loro legami più stretti.

Per la prima volta è diventato possibile sapere dove va davvero in vacanza il vicino, scoprire se un amico ha festeggiato senza di te e anche sapere in ogni momento dove sono i tuoi figli. La possibilità di curiosare nella vita degli altri è una tentazione irresistibile per porsi problemi relativi alla propria privacy.  

Tutti pensano che un modo per nascondere le cose più imbarazzanti si troverà. E poco importa se l’oligarchia ha accesso a tutte le informazioni su tutti in ogni momento, è il prezzo da pagare per potere godere della tua parte di voyeurismo.

D’altronde, se io non faccio nulla di male, perché mai la mia vita dovrebbe essere rilevante per loro?

Nonostante l’elevato grado di pervasività, il meccanismo non è perfetto. Per l’oligarchia non è facile entrare nelle abitazioni e molte conversazioni importanti avvengono comunque lontane da orecchie indiscrete.

Ecco allora il loro colpo di genio. Spingere la popolazione a fornire volontariamente spezzoni della propria vita da mostrare agli altri.

Cosa si riceve in cambio? Non soldi, l’oligarchia è troppo affezionata al denaro per poterlo condividere. E allora cosa offre?

Un vantaggio sociale.

Il materiale fornito dai volontari sarà l’unico visibile dai loro amici, e se del materiale su di loro viene consegnato da qualcun altro, loro potranno richiedere all’oligarchia di nasconderlo al pubblico. Al pubblico, non all’oligarchia.

Con questo cambiamento la vita dei volontari appare migliore di quanto non sia veramente e la loro reputazione aumenta velocemente nel loro giro di amicizie.

Sempre più persone trovano conveniente diventare dei volontari.

In un tempo molto breve la società muta profondamente. Lo spionaggio di massa porta le persone a competere pubblicamente per migliorare la propria immagine percepita dagli amici.

I principali mezzi per farlo sono una sempre maggiore attività di consegna “volontaria” della propria vita e l’umiliazione dei propri rivali. Ben presto il fenomeno diventa di larga scala e i primi ad essersi lanciati in insulti e provocazioni ottengono molto successo e di conseguenza molti imitatori.

La società si cristallizza in delle sub-culture vecchie e nuove che si odiano a vicenda.

Il funzionamento interno di questi gruppi è molto semplice, all’interno i membri vanno molto d’accordo e continuano a ripetersi le proprie verità, ma i gruppi nemici vanno solo distrutti senza pietà.

Queste sub-culture, più simili a tribù che ad organizzazioni moderne, diventano il nucleo fondante della nuova società e avere successo al loro interno è il più ovvio strumento di gratificazione sociale.

La violenza, verbale ma non solo, dilaga nel web e nelle strade.

Una lenta ma profonda mutazione ha colpito anche l’economia. Il sistema dello spionaggio cataloga la popolazione con complessi algoritmi in base a gusti ed interessi, e il meccanismo delle tribù facilità questo lavoro.

Gruppi di amici molto connessi sono facilmente identificabili con uno stereotipo e hanno comportamenti replicabili. Le ultime ricerche di psicologia e sociologia permettono all’oligarchia di usare degli spot mirati che innescano, con alta probabilità, un comportamento desiderato in un dato gruppo.

Questi spot vengono offerti come servizio ad aziende che in questo modo aumentano di molto l’efficacia della propria pubblicità. Tutti i settori dell’economia sono passati velocemente ad usare i canali dell’oligarchia per poter avere il potere di manipolare potenziali consumatori.

Inoltre, le aziende assoldano gli individui influenti nelle tribù di potenziali consumatori per parlare con i loro amici e convincerli ad acquistare i prodotti dell’azienda stessa.

Lo stesso meccanismo di manipolazione è stato ben presto trasferito dall’economia alla politica per completare la presa dell’oligarchia sulla società. La facciata democratica del paese non è stata intaccata, le istituzioni non sono state cambiate minimamente, ma è cambiato un aspetto fondamentale del gioco democratico: le campagne elettorali devono passare anch’esse per i canali dell’oligarchia.

Le elezioni si vincono convincendo le tribù più grandi, e per farlo bisogna usare un linguaggio che veicola i valori a loro più familiari: solidarietà tra simili, nessuna pietà per il diverso. Le tribù devono sentire l’uomo politico come uno di loro, come il proprio capo.

Il risultato è che ad essere eletti sono gli individui più beceri, che meglio riescono a polarizzare l’opinione pubblica intorno alla propria figura.

Una volta al governo, il linguaggio violento non cambia ma il loro operato va nella direzione di intensificare lo spionaggio di massa e rafforzare quel sistema che li ha portati a cariche di governo. Lo stesso sistema che fa da cassa di risonanza per i discorsi di odio.

Non male come sfondo narrativo di un romanzo distopico, no? O forse ricorda qualcosa di terribilmente familiare?

Molti spunti narrativi li ho presi dal libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier, un ingegnere della Silicon Valley in disaccordo con la piega assunta dall’industria informatica e che considera molte di quelle cose già realizzate.

Gli interessati troveranno nel libro molti riferimenti a notizie e studi scientifici per poter approfondire. Si può essere o non essere d’accordo con l’autore sulle conclusioni e sulle sue idee politiche (lui è un liberal americano), ma per ciascuna dei dieci motivi elencati sono riportate notizie con numerose fonti e articoli di ricerca. Sicuramente si tratta di un’opinione da tenere in considerazione.

L’oligarchia è costituita principalmente (ma non solo) dalle grandi corporazioni della Silicon Valley, che raccolgono continuamente dati su di noi, con il nostro consenso. Sono le stesse grandi corporazioni che possiedono la maggior parte dei siti web più visitati, e sono presenti con le loro app nei nostri computer e soprattutto nei nostri cellulari. Utilizziamo i nostri account sui loro siti per accedere nei servizi più disparati, e qualunque cosa noi facciamo viene tracciata, così da poterci profilare e in seguito manipolare con la pubblicità.

L’utilizzo dei loro servizi nei nostri cellulari rende possibile il loro spionaggio ovunque e in qualunque momento. Prendiamo come esempio su tutti Facebook, che con le sue controllate Whatsapp e Instagram conosce la quasi totalità delle nostre conversazioni online, della nostra vita sotto forma di foto e video, ed è al corrente dei nostri gusti ed opinioni, nonché probabilmente dei nostri pensieri stessi (“Che cosa stai pensando?”).

A breve vedremo arrivare nelle nostre case dispositivi di altre aziende in grado di sentire tutto quello che diciamo a casa.

Nessuno è costretto a caricare contenuti su queste piattaforme, né tanto meno ad utilizzarle affatto, ma miliardi di persone lo fanno lo stesso per il puro piacere di ricevere più “mi piace” dei propri amici e poter guardare nelle vite degli altri.

Le conseguenze in realtà sono ben note. Non c’è garanzia sulla sicurezza di queste informazioni, ci sono malattie mentali collegate all’uso di queste piattaforme (depressione, FOMO, Fear of missing out, paura di perdersi qualcosa), nonché carenza di empatia e aumento dell’odio e della paranoia. E subiamo tutte queste trasformazioni mentre doniamo a queste piattaforme una grande porzione del nostro tempo, energia ed attenzione. Menziono anche l’attenzione perché anche dopo che facciamo il log out dalla piattaforma continuiamo a pensare a conversazioni avute al loro interno.

Sicuramente i social network hanno anche aspetti positivi, e sono i motivi che ci permettono di razionalizzare il loro utilizzo nonostante tutti gli effetti negativi.

Possibilità di creare comunità di interessi, tenersi in contatto con amici lontani, probabilmente in altri paesi, mantenersi informati. Ma siamo davvero sicuri che a questi aspetti debba coincidere una cessione a terze parti della propria vita privata?

Tra l’altro in una forma che richiede il nostro tempo e la nostra attenzione, in modo gratuito per noi, ma che produce guadagni stellari per qualcun altro?

Gli effetti positivi sono per la maggior parte i vantaggi di internet, che esistevano da molto prima dell’invenzione dei social network. Persino la pubblicità veniva usata per mantenere i siti gratuiti prima dell’avvento dei social network, ma per quanto potesse non piacere neanche prima, almeno mancava l’aspetto manipolatorio servito al miglior offerente, qualunque siano le sue intenzioni. E l’equivalenza tra economia e politica in questo campo ci dà molta materia su cui ragionare.

Come avviene la manipolazione?

Prima di tutto, ogni utente viene profilato.

Ogni singola azione svolta dopo aver fatto il log in viene registrata, anche quando non si è sul sito della piattaforma stessa (pensate a tutti quei siti in cui accedete con il vostro profilo Google o Facebook).

Questi dati includono i nostri interessi, cioè le persone che seguiamo, quello che leggiamo o visualizziamo, e quello che cerchiamo. Includono anche i nostri comportamenti, ad esempio quali disposizioni delle immagini preferiamo, a quali parti dello schermo prestiamo maggiore attenzione e in quali casi clicchiamo sui contenuti a pagamento. Il tutto viene analizzato da algoritmi di che si auto-aggiustano continuamente per massimizzare i guadagni, cioè aumentare le probabilità che noi clicchiamo su un contenuto a pagamento. Raccogliendo grandi quantità di dati su di noi riescono a sapere cosa vogliamo, e sapere quali desideri possono innescarci per soddisfare un cliente.

Ovviamente tutto questo funziona tanto meglio quanto più tempo noi spendiamo sulla piattaforma. Quindi una seconda forma di manipolazione è volta a farci spendere molto tempo sulla piattaforma. Per questo motivo ci vengono mostrati contenuti tesi a scatenare in noi emozioni forti, in un senso o nell’altro, in modo da far cadere le nostre barriere del razionale e tenerci incollati allo schermo.

Quante volte vi è capitato di litigare su Facebook con persone che non conoscete e senza che lo volevate? Quante volte vi è comparsa in bacheca qualcosa di uno sconosciuto che non vi è piaciuta e avete iniziato a cercare altre informazioni sulla persona passando molto più tempo del previsto su Facebook? O ancora vi siete persi nel guardare video di “esperti” di un argomento di vostro interesse, che però magari avete trovato “per caso”, cioè senza averli cercati esplicitamente?

Se poi vi siete sentiti in colpa per quanto fatto, sappiate che non è tutta colpa vostra, queste piattaforme sfruttano le debolezze della psicologia umana per il solo scopo di tenervi incollati allo schermo. Ne hanno bisogno, ogni minuto della nostra attenzione per loro è denaro (e anche tanto).

Conoscere i problemi e le sfide offerte dalla rete è oggi fondamentale a causa della sua pervasività in numerose attività umane. L’informazione, la cultura, la socialità, e talvolta anche il lavoro passano per la rete e ad oggi devono seguire le regole imposte dalle grandi multinazionali che le piegano ai propri interessi.

Come individui, l’unico metodo che abbiamo per contrastare queste logiche è rifiutarsi di parteciparvi in prima persona. Ridurre fortemente l’uso dei servizi che si nutrono dei nostri dati, o addirittura cancellare i propri account, è una risposta forte per riprendere il controllo sui nostri dati e uscire dai meccanismi manipolatori.

In quanto socialisti dobbiamo anche creare consapevolezza di questi problemi, in modo da poter proporre soluzioni che vadano nella direzione di un diverso uso di internet, più utile e meno manipolatorio.

Un uso di internet che sia al servizio dell’uomo e della società, e non contro entrambi.

Quello a cui assistiamo oggi è che miliardi di persone scelgono volontariamente ogni giorno di sacrificare parte della propria privacy, della propria salute mentale e del loro tempo, energia, attenzione per produrre gratuitamente dati da regalare alle corporazioni più ricche della storia. In cambio ne ricevono spionaggio e manipolazione.

Costruire una società diversa, che metta al centro l’uomo e non il profitto, richiede oggi un diverso uso di internet in cui l’uomo sia protagonista e non un mero bersaglio passivo di pubblicità mirata.

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