Di Giuseppe Giudice

A suo tempo Minniti ha detto di non essere mai stato comunista. In un primo momento la reazione che viene fuori è questa: “ma tu vedi quest’ipocrita, per giustificare la sua candidatura a segretario del PD (sostenuto da Renzi) se ne viene fuori con questa storiella, essendo lui stato iscritto al PCI ben prima del suo scioglimento. Personalmente credo che nessuno debba abiurare le proprie scelte, ma qui c’è qualcosa di molto più profondo, che va ben oltre Minniti: la scelta di sciogliere il PCI e fondare poi il PDS fu votata dal 75% degli iscritti, ed anche molti di quelli che erano contrari allo scioglimento del PCI rimasero nel PDS (l’unica eccezione fu Ingrao che uscì due o tre anni dopo). Quando invece si trattò di sciogliere i DS, per formare con la Margherita il PD, la stessa percentuale di iscritti (i 3/4) votò a favore della formazione del PD ed almeno la metà di coloro che votarono contro, aderirono poi al PD e non a Sinistra Democratica.

 

Lo stesso Salvi disse (e lui proveniva dal PCI) che seppur necessario, lo scioglimento del PCI doveva andare in una direzione opposta a quella immaginata da Occhetto (e condivisa da Veltroni e D’Alema), cioè quella di un partito con una identità confusa e sospesa, e non verso la ricerca di un nuovo socialismo possibile. Insomma si accettò l’idea famosa della “fine della storia” per cui crollando l’URSS e il socialismo reale non ci fosse spazio per nessun progetto di trasformazione socialista, che dava per scontato il fallimento di quelle esperienze citate, ma alternativo al nuovo capitalismo della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia (capitalismo finanziarizzato piuttosto che finanziario, in quanto la stessa economia reale era comandata dalla finanziarizzazione). Basta vedere chi controlla le grandi multinazionali – fondi di investimento, grandi banche d’affari, grandi magnati – ma su questo Gallino ha scritto pagine illuminanti. Per cui alla fine esisteva solo il pensiero unico liberale declinato nelle forme politiche “progressiste” o “neocon”, ma entrambe sostenitrici del progetto neoliberista.

Ma occorre fare dei passi indietro, che riguardano la natura stessa del PCI e del suo filone dominante: il togliattismo. Nel PCI non tutto era riducibile ad esso, ma restava comunque il filone dominante. Per molti di voi sarà già evidente la mia critica al togliattismo, ma voglio ribadire ancora una volta che la mia è una critica socialista con elementi di analisi marxista, ed ha a che fare con il carattere intrinsecamente idealista del marxismo italiano che il PCI ha pienamente assorbito (Della Volpe è l’unica eccezione). Vale a dire di una visione profondamente “sovrastrutturalista” dell’azione politica. Voglio chiarire che non appartengo ad ortodossie strutturaliste, e so bene che Engels si sforzò nei suoi ultimi anni di riformare il materialismo storico introducendo il concetto di rapporto dialettico (e non lineare) tra struttura e sovrastruttura. Ma questo c’entra poco. Il sovrastrutturalismo togliattiano (che è presente anche in Gramsci) ha teso a privilegiare la centralità del partito rispetto a quella della trasformazione strutturale dell’economia e della società. Il partito non è uno strumento di questo processo di trasformazione sociale, ma un’entità organica la cui forza e capacità di penetrazione nei gangli della società è organica alla sua egemonia nella “democrazia progressiva”.

 

Secondo Riccardo Lombardi prevale ora il momento della “politicizzazione – partitizzazione” della società, rispetto a quello della “socializzazione della politica” che è comunque qualcosa di radicalmente diverso dal direttismo e populismo “elettronico” dei 5s. Di qui la doppiezza togliattiana (che era comunque un capolavoro politico – anche se non condivisibile) tra la funzione nazionale del partito, la fedeltà all’URSS e l’attendismo rivoluzionario (“la rivoluzione resta su uno sfondo di fatto irraggiungibile e solo il gruppo dirigente del partito sa quando sarà il momento – la derivazione tardo leninista è evidente). Di fatto il politicismo è l’elemento portante dell’agire del PCI. Laura Pennacchi, una buona economista che veniva dal PCI (certo con lei sono in dissenso sulla UE che lei vorrebbe riformare dall’interno), metteva in evidenza come sia Togliatti che Amendola fossero contro le partecipazioni statali, che il PSI difendeva e nel PCI ci fosse un forte sospetto verso il keynesismo. La Pennacchi ammette che furono i socialisti con Lombardi e Giolitti che introdussero il keynesismo nella sinistra italiana, nella versione di sinistra della scuola di Cambridge, intrecciata con il marxismo critico.

Per non essere prolisso cerco di andare alle conclusioni. Forse sarò drastico, ma proprio questo sovrastrutturalismo e politicismo ha prodotto la decomposizione del PCI. Nel momento in cui crolla ogni giustificazione per l’attendismo rivoluzionario, viene a mancare una seria lettura dei processi di trasformazione interna del capitalismo e si perdono i punti di riferimento cardinali, diventando subalterni al neoliberismo, questo in concomitanza con la liquidazione della I Repubblica da parte dei poteri forti interni ed internazionali. Ho intenzione di scrivere una altra nota, più meditata sul contributo della cultura socialista vera alla sinistra italiana, ma sarà in una altra puntata. Una breve nota su un futuro possibile in una situazione difficilissima: il problema oggi è quello di rilanciare il progetto di un nuovo socialismo in una nuova sinistra che rompa radicalmente con quella della II Repubblica. In una sinistra azzerata come quella italiana significa avviare un forte ed impegnativo lavoro ricostruttivo, aperto a tutti coloro che vogliono condividere un progetto alternativo al capitalismo liberista nelle sue varie declinazioni: euro o ordolibrista-nazionaliberista. In questo processo credo che Risorgimento Socialista avrà un compito importante da svolgere.

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