Di Santo Prontera

Fascismo sì, fascismo no. Da un po’ di tempo in qua si è scatenata una guerra politico-mediatica a base di siluri pesanti: accuse di fascismo nei confronti di Lega e M5S. L’argomento, in realtà, non è nuovo. Periodicamente è stato usato come arma dialettica, per screditare l’avversario con una forzatura di toni e contenuti. Troppo spesso l’uso di quest’“arma” ha coperto l’assenza di veri argomenti. Nel caso specifico tralasciamo l’analisi del sangue degli accusati –in parte è stato comunque già fatto sulla stampa, direttamente e indirettamente- per parlare degli accusatori, ponendoci una domanda retorica: “Sono consapevoli di quello che dicono?”. Se lo fossero, sarebbero forse più guardinghi nelle polemiche. A giudicare dagli argomenti portati nel dibattito, mostrano di avere un’idea semplicistica della storia, un profilo ampiamente deformato del presente e una propria identità completamente disgiunta dalla ratio dei fatti.

Che sia fondata o pretestuosa, l’accusa non interessa solo i diretti interessati. Riguarda tutti. Nel primo caso dovrebbe sollecitare le forze democratiche ad attivarsi allo scopo di schivare il pericolo; nel secondo serve come spunto di riflessione circa l’ennesima conferma del basso livello in cui è precipitata la nostra vita pubblica. Da un ritorno del fascismo –in qualunque forma- ci si difende innanzi tutto individuandolo. È quindi opportuno e necessario affidare il compito al confronto fra dinamiche dell’oggi e “modello” storico del fascismo. L’esame di questo modello ci dice che, sul piano politico, questo regime si è caratterizzato per il programmatico annientamento dell’ordine democratico, mentre su quello economico-sociale ha avuto come obiettivo la distruzione della forza del mondo del lavoro (distruzione dei sindacati; annientamento della capacità di autonoma contrattazione da parte delle forze del lavoro; riduzione della quota salari ed aumento di quella dei profitti; dominio assoluto del capitale sul lavoro; peggioramento delle condizioni di lavoro, stabilite unilateralmente e poi imposte dalle imprese e quant’altro).

Sono tutte cose di ieri? Sono anche cose di oggi. Se diamo uno sguardo a ciò che è avvenuto in epoca neoliberista, troviamo una certa aria di famiglia con “le cose di ieri”.

 

 

Sul piano politico, infatti, negli “anni pietosi” (i decenni neoliberisti), che hanno fatto seguito ai “Trenta gloriosi” (1945-1975), sono rimaste in piedi, progressivamente e in via generale, poco più che le forme della democrazia, dato che i contenuti sono stati fortemente ridotti o compromessi. Nel nostro Paese, tanto per fare qualche esempio tra i tanti possibili, la sovranità popolare è stata combattuta e depotenziata con una legge elettorale (il Porcellum) che intendeva trasformare –ed in realtà ha trasformato- il Parlamento: da sede di rappresentanti in sede di nominati. Quella ratio è stata trasposta anche in un’altra legge elettorale (l’Italicum), che fortunatamente non ha raccolto i fasti della prima.

Gli assetti di potere sono stati aggrediti mediante proposte di verticalizzazione dei processi decisionali. Il rafforzamento dell’esecutivo rispetto al Parlamento (“perché è più facile intervenire sui governi”) veniva proposto (vedi controriforma della Costituzione bocciata con referendum il 4 dicembre 2016) all’insegna dell’efficienza istituzionale (non si poteva dire apertamente la vera ragione). Su un simile obiettivo (efficienza istituzionale) possono convergere tutti i cittadini animati da buon senso. Ma quell’obiettivo era uno specchietto per le allodole. Era strumentale. In realtà serviva per abbattere anche formalmente la Costituzione del 1948 (vedi precisa richiesta di JP Morgan e soci). In termini di fatto era stata già abbondantemente aggirata e messa da parte da una prassi extra legem, ossia da una Costituzione materiale con funzione opposta a quella voluta dai Costituenti. Ma siccome la Costituzione conteneva ancora elementi operativi che comunque davano fastidio ai manovratori, e dato che in circostanze particolari era suscettibile di pieno ripristino, andava cestinata pressoché in toto per togliersi il pensiero una volta per tutte. Il 4 dicembre 2016 era l’occasione per assestare il colpo definitivo al lavoro dei Costituenti. Nonostante la sonora sconfitta di quel tentativo scellerato, l’obiettivo non è stato abbandonato. Se ne parla ancora. Ritenteranno.

Ci sono anche altre benemerenze di questi ultimi decenni. La Costituzione è stata incatenata con i Trattati Ue, a ratio opposta alla Carta consegnataci dall’Assemblea Costituente. I sacerdoti neoliberisti considerano i Trattati –abusivamente- come fonte giuridica sovraordinata alla Costituzione (insomma, le Carte oligarchiche comandano su quelle democratiche). È un colpo di Stato contro il sistema democratico. Da questo infausto evento discendono l’annientamento della politica, la posizione di dominio dei mercati -ossia dei possessori di capitali sul resto della società-, l’assoggettamento del mondo del lavoro. Da quell’evento discendono altresì l’indipendenza della banca centrale europea (con tutto quel che comporta), la repressione salariale, l’abbattimento della domanda interna, la riduzione degli investimenti, la distruzione dello Stato sociale, il calo demografico, le buie prospettive che hanno di fronte i ceti medi e popolari.

Con il paradigma fondato a Maastricht, al tirar delle somme, si è usciti fuori dalla democrazia economica e, dal punto di vista politico, si vive in una democrazia largamente formale. In definitiva, tutto il periodo neoliberista si è configurato come una via crucis della democrazia sia sul piano politico sia su quello economico-sociale. Nel complesso, si sono ridotti gli spazi di democrazia. Tutto questo non è fascismo, ma ha con esso qualche grado di parentela: il fascismo non tollera né le forme né i contenuti effettivi della democrazia; un apparato istituzionale a ratio neoliberista non tollera i contenuti e vive bene con le sole forme.

 

 

I due sistemi sono certamente due cose diverse, ma –come già accennato- non sono in netto contrasto tra loro. Se infatti collochiamo agli estremi di una linea la democrazia (compiutamente –e quindi correttamente- intesa) e il fascismo, in quanto sistemi contrapposti, e decidiamo di dare una collocazione al sistema sociale che è stato costruito dagli anni Ottanta (un sistema liberista, schiettamente oligarchico e incostituzionale, surrettiziamente imposto), esso deve essere posizionato tra il precedente assetto economico-sociale keynesiano (pienamente democratico) e il modello storico del fascismo. Il modello oligarchico messo in piedi con i Trattati Ue si è infatti allontanato a grandi falcate dal primo per avvicinarsi al secondo, del quale ha assunto tanti aspetti (certamente parziali, ma significativi).

Un esempio ipotetico per meglio chiarire l’involuzione neoliberista: se dai meandri della storia spuntasse un nuovo fascismo, copia conforme del modello storico o giù di lì, dovrebbe semplicemente completare l’opera sul piano politico. Avrebbe pochissimo da fare –quasi nulla- su quello economico-sociale. Ma un simile esito –il ritorno in forma integrale del fascismo o qualcosa di molto simile- è altamente improbabile, perché la storia non ripresenta scene già viste (è un evento improbabile allo stato attuale delle cose, però mai dire mai). È più facile che riproponga funzioni analoghe in forme diverse. È quanto avvenuto con il neoliberismo.

Riproponiamo in termini di “funzioni” il confronto tra i due modelli in questione.

Sul piano politico, come si è visto, il fascismo abolisce sia la sostanza sia le forme della democrazia. Il neoliberismo, invece, lascia vivere le forme, perché non vuole e non può sopprimerle. Non vuole perché il suo modello ideale, l’archetipo che ispira tutta la sua azione, è costituito dal regime liberale basato sul censo: potere economico e potere politico nelle stesse mani. Tutti gli “aggiornamenti” di quel modello (gli avanzamenti democratici) devono essere, possibilmente, solo formali: per quanto possibile, vuote concessioni ai “tempi”. La democrazia di nome deve essere un’oligarchia di fatto. La finzione della democrazia, dunque, fa parte dei suoi modelli culturali e nel contempo è essenziale al suo dominio. Nella democrazia puramente formale, a decidere sulle scelte fondamentali non è il corpo elettorale. Questa funzione, in forma “coperta”, è riservata alle élite. C’è bisogno di esempi?

Il neoliberismo, inoltre, non può sopprimere le suddette forme –neanche nel caso ipotetico di settori delle élite animati da un tale desiderio- perché, se si presentasse come radicalmente e totalmente antidemocratico, in questo momento storico sarebbe spacciato. I suoi adepti sono mascalzoni, ma non stupidi. Questo costrutto ideologico è dunque formalmente democratico per statuto suo proprio e per istinto di conservazione. Per la sua ratio, è la sostanza della democrazia che va eliminata, senza darlo peraltro a intendere. Nel corso dei “Trenta gloriosi”, la riduzione dei contenuti della democrazia era –per i neoliberisti- un’aspirazione. A partire dagli anni Ottanta si è posta come un obiettivo. Ora è un risultato largamente acquisito. Basta guardarsi intorno. Buona parte di quella vecchia aspirazione è diventata un fatto compiuto nel corso degli “anni pietosi”.

 

 

Insomma, sul piano politico la “funzione” comune a fascismo e neoliberismo può essere così riassunta: “il potere sostanziale nelle mani delle élite, nell’interesse delle medesime, tramite l’essenziale ruolo ideologico dei mass media”. Tale funzione comune viene realizzata mediante apparati istituzionali diversi: autoritario-totalitario in un caso, democrazia formale nell’altro. Sul piano economico-sociale, la “funzione” comune ai due regimi consiste nel creare situazioni legislative e di fatto favorevoli al dominio del capitale sul lavoro. L’argomento è stato illustrato succintamente sopra. Eloquenti e inconfutabili testimonianze del fatto vengono peraltro fornite dall’affollato panorama dei disastri registrati negli ultimi decenni.

Chi sono i responsabili degli scempi registrati in questo lasso di tempo? Indubbiamente i poteri economici, con la finanza in posizione di comando. Ma questi poteri, da soli, non avrebbero avuto la possibilità di mandare ad effetto i loro progetti. Hanno avuto dei complici. In questa schiera hanno un posto di primo piano proprio le forze politiche che lanciano le accuse di fascismo contro i giallo-verdi, i quali peraltro solo in parte vengono da passate “collaborazioni” con le forze responsabili dello sfascio (la Lega ha infatti governato per anni con il centro-destra unito). Nel complesso, comunque, i giallo-verdi sono stati generati dalle malefatte neoliberiste. Senza queste malefatte, la Lega non avrebbe avuto argomenti per gonfiarsi tanto e i Cinque Stelle non sarebbero stati neanche sfiorati dall’idea di costituire un movimento. In virtù dei disastri di oltre tre decenni, queste forze hanno raccolto -a torto o a ragione- la protesta delle vittime, ossia dei cittadini privati di diritti, di benessere, di dignità e di prospettive. Un grande risultato delle élite, conseguito –giova ribadirlo- con la complicità decisiva di chi oggi punta il dito accusatore. Senza quella complicità, il liberismo non avrebbe potuto incassare i suoi lusinghieri successi.

Pertanto, l’accusa di fascismo, divenuta la moda politica del momento, è paradossale. Viene avanzata proprio dai responsabili e difensori dell’attuale deriva democratica, che in termini funzionali costituisce già l’attuazione del pericolo paventato.

Con le accuse si vuole forse dire che sono in fase di maturazione tempi ancora più bui, che si andrà verso il peggio?

Noi non abbiamo la sfera di cristallo per leggere nel futuro, ma abbiamo sufficienti elementi per decifrare il presente. Non sappiamo che cosa eventualmente faranno le attuali forze di governo per confezionarci –come si dice- un autentico regime fascista, ma sappiamo chi ha dato inizio all’opera.

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