Di Alberto Benzoni

 

Nello scontro tra ovest ed est, apertosi nel 1947 e che aveva il suo epicentro l’Europa, tutto si giocava sulla possibilità di ancorare stabilmente nel sistema occidentale i paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale. Il che significava massimo sostegno alla nuova Germania e al suo progetto di ricostruzione concreta della propria identità statuale: economia sociale di mercato, collaborazione stretta tra stato, regioni, sindacati e industria, ortodossia finanziaria, identificazione del suo futuro politico nella dimensione europea e atlantica. Era il riconoscimento della sua forza, ma anche l’assoluta necessità di contenerne e disciplinarne le manifestazioni.

 

 

A suscitare, invece, il bisogno di sostenere il nostro paese anche nelle sue oscillazioni e nei suoi traviamenti era la convinzione della sua fragilità. Insomma, diventiamo soci della comunità europea e atlantica perchè lo chiedono le nostre classi dirigenti e per concessione altrui. Perchè la tacita intesa che ci porta ad essere agganciati a qualcosa di solido è, insieme, difesa contro il pericolo comunista e contenimento, ma non soppressione della nostra naturale tendenza a cantare ed essere fuori dal coro: arco costituzionale, economia mista, deficit crescenti, rapporti con il mondo arabo, interpretazione difensiva e geograficamente limitata dell’atlantismo, gestione un pò così dei nostri vincoli europei e via discorrendo. Ora, dopo la caduta del muro, questa tolleranza scompare. Non ci sono più nè l’Unione sovietica nè i comunisti, anzi questi ultimi sono diventati, da subito, da pilastri del vecchio ordine zelanti sostenitori del nuovo. E allora quelli che erano peccati veniali sempre suscettibili di perdono diventano peccati originali e irredimibili, rendendo il nostro paese il sorvegliato speciale per eccellenza, all’interno di un sistema egemonizzato dalla Germania.

 

 

E qui ancora una volta ad essere determinanti non sono i trattati ma il disegno politico che li determina. Leggi la tacita intesa, realizzata, all’indomani della caduta del muro, tra Germania, Europa e Stati uniti: in chiaro la rinuncia della prima ad una politica estera indipendente in cambio del primato riconosciuto sul piano economico. Uno scambio faustiano tra l’oggi e il domani: oggi la possibilità di costruire regole economico-finanziarie comuni a difesa del proprio sistema, domani la riduzione a nano politico in un contesto dominato dagli Stati uniti e dai suoi disegni conflittuali, siano essi quelli del populismo o del complesso militare-industriale. Disegni accomunati dalla convinzione che l’Europa debba essere loro esecutore subalterno e che avranno, come effetto collaterale, la progressiva distruzione di un modello, politico, culturale ma anche economico e sociale costruito nel corso di decenni. Il “redde rationem” è oramai alle nostre porte. E riguarda tutti. Sarebbe allora il caso di fare fronte comune per contrastarlo.

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