Parte tutto con una crisi nata a Wall street, frutto di un capitalismo finanziario irresponsabile, con il conseguente crollo dei prezzi delle materie prime, risorsa esterna di cui tutti i regimi populisti di sinistra d’America si erano avvalsi per avviare i loro programmi di redistribuzione e di promozione sociale.

Poi compare l’odio, l’odio vero dei possidenti e, appresso a loro, dei ceti medi impoveriti: odio che, nella falsa coscienza, ha per bersaglio lo stato, i partiti, la politica, l’impresa pubblica, il disordine, la criminalità e soprattutto l’onnipresente corruzione. Ma che, nella realtà, è l’ antico, violento, esistenziale odio di classe dei ricchi per i poveri, per quelli che alzano la testa e rivendicano i loro diritti. E che diventa, nel nostro caso, sete di rivincita.

 

 

Poi, abbiamo la lotta alla corruzione che diventa subito un operazione a senso unico con annessa caccia alle persone e alle cose. Si destituisce, senza alcun fondamento giuridico, la Rousseff (trattata da “puttana terrorista” dalle folle benvestite di San Paolo, tanto apprezzate dai nostri giornaloni). Si individua poi, nel Pt e in Lula, la radice e l’incarnazione del male, in una via giudiziaria alla restaurazione che porterà all’eliminazione politica del primo e alla pratica liquidazione delle istituzioni sociali nate sotto la sua presidenza.

Poi arriva Bolsonaro, con la rozzezza, la semplificazione e la brutalità estrema dei suoi comportamenti e del suo linguaggio. Per i cultori del politicamente corretto un limite che avrebbe dovuto pregiudicarne l’elezione, nella realtà, tanti punti di forza. Almeno agli occhi della famosa società civile che, guarda caso nelle aree più sviluppate del paese, ha votato in massa per l’uomo forte che porrà fine alle interferenze fastidiose dello stato e del pubblico e che rimetterà con ogni mezzo al loro posto criminali, sindacalisti, populisti di sinistra, indios, contadini poveri, sessualmente deviati e così via. Impegno, per inciso, assunto formalmente nel suo discorso inaugurale. Da ultimo, il progetto internazionale di cui Bolsonaro sarà uno dei protagonisti fondamentali. Progetto che avrà come slogan il populismo. Ma come sostanza una restaurazione dai tratti profondamente reazionari.

 

 

Sarà, dal punto di vista economico, il ripudio del pubblico e il trionfo del privato. Sarà, dal punto di vista sociale, il far west a vantaggio dei potenti. Sarà, sullo scacchiere geopolitico, la fine dei BRICS e del ruolo mediatore del Brasile (primo segnale l’annunciato drastico ridimensionamento dei rapporti con la Cina). Ma sarà, anche e soprattutto, sul piano politico e, aggiungerei, morale il primo vero successo internazionale del progetto Bannon. Per la platea, populismo contro èlites privilegiate, nella realtà “civiltà giudaico-cristiana contro i suoi nemici”: la chiesa cattolica di papa Francesco, l’islam e, infine, l’Europa e il modello inclusivo, dialogante e tollerante che rappresenta.

Siamo qui, nel pieno dell’Antico Testamento. Massa di manovra, almeno in America e in Brasile, i gruppi evangelici. Obbiettivo, il trionfo del Bene sul Male, con la sconfitta e la distruzione del secondo. Un segnale di pericolo per l’Europa delle regole economiche e del politicamente corretto. Ma che, molto probabilmente, non verrà recepito: perchè chi passa il tempo a contemplare sè stesso perde la capacità di vedere quello che succede intorno a lui.

 

 

 

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