Di Santo Prontera

Anche sulla base di quanto precede, è chiaro che, dalla sua fondazione, avvenuta nel dopoguerra, l’Europa unita ha attraversato due fasi: una, che doveva essere sviluppata in forme sempre più complete, è stata quella in cui gli Stati erano soci che operavano nel reciproco interesse, e per questo sono riusciti a generare un crescente sentimento europeistico; l’altra fase è quella attuale, caratterizzata da un impianto che <<esclude, cioè vieta, espressamente ogni effettiva natura solidaristica>> (Luciano Barra Caracciolo, la Costituzione nella palude), ed è perciò costituita da anomali rapporti interni, con Stati dominanti e Stati dominati. Questa Europa si è rivelata una gabbia, in cui alcuni Stati, sottoposti all’aggressività di altri, distruggono gran parte del proprio presente e del proprio futuro. Per questa via si indebolisce lo spirito europeistico, anziché rafforzarlo. È un concetto ben presente in J. E. Stiglitz, il quale –l’abbiamo già visto- correttamente afferma che l’euro ha indebolito la coesione europea, sia in termini di rapporti tra Stati sia in termini di abbassamento del tenore di vita della gran parte dei cittadini.

 

 

Posto che l’Europa unita è una necessità storica (per una serie di ragioni), ci teniamo questa seconda Europa o dobbiamo cambiarla prima che diventi uno spazio di macerie politiche, economiche morali e sociali? L’Europa o è paritetica e solidale o non può essere. Un singolo individuo può anche decidere di essere autolesionista, ma questa possibilità non è concessa alle forze politiche, perché in gioco non ci sono solo prospettive individuali dei dirigenti oppure i voti di questo o quel partito: ci sono le prospettive e la dignità delle nazioni di cui si pretende di rappresentare gli interessi. In democrazia, i popoli devono essere governati con lealtà e trasparenza, non gabbati.

Questa crisi ci ha mostrato a cosa è ridotta la democrazia in questa Ue. I cittadini possono andare a votare, ma con il voto non possono decidere. Le decisioni sono opera di una burocrazia senza responsabilità democratica. È una ben strana forma di democrazia. Se cose distinte devono avere nomi diversi, questa variante della democrazia, tutta forma e niente sostanza, dobbiamo chiamarla con un altro nome: elitocrazia o cose del genere.

 

 

L’Europa attuale, costruita da Maastricht in poi, figlia diretta del neo-liberismo e dell’ordoliberalismo, è un regresso di civiltà. È il frutto malsano della reazione antidemocratica che ha aggredito le conquiste del trentennio post-1945, i “Trenta gloriosi”. È questa una valida etichetta da un punto di vista democratico. Non è così per le élite. Dal loro punto di vista, infatti, quegli anni sarebbero gli ‘orridi Trenta’. Non a caso hanno dichiarato –in termini di fatto, con le ricette neoliberiste- una guerra senza quartiere a quel periodo. Un aspetto decisivo di questa guerra è la narrazione che viene diffusa attraverso l’apparato mediatico, per coprire ideologicamente la realtà dei fatti relativi a questa versione di Europa unita. Una grande idea (l’unione europea) viene messa cinicamente al servizio di interessi ostili alla società nel suo complesso.

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