Di Santo Prontera

Come già detto, il Prof. Savona è un europeista critico, non già un nemico dell’Europa unita, che corrisponde ad una necessità storica. Come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, egli non ha detto che vuole mandare fuori strada il processo di unificazione europea. Ha semplicemente e razionalmente criticato il funzionamento di “questa” Europa unita. Essa non si è rivelata affatto un’istituzione democratica, al servizio degli interessi di tutti i cittadini europei. Al contrario, ha dimostrato di essere in netto contrasto con gli interessi di alcuni Paesi (tra cui il nostro) e con i valori e i diritti garantiti dalla Costituzione del 1948. Se non si dovessero realizzare i necessari cambiamenti, bisognerebbe uscire dall’euro per autodifesa (a tale proposito vale la pena rammentare quanto affermato da Luciano Barra Caracciolo, Luciano Gallino ed ad altri: contrariamente a quanto comunemente affermato, a norma di una corretta lettura dei Trattati europei e di altre norme di diritto internazionale, l’uscita dall’euro non implica l’uscita dall’Ue). Se la stampa spiegasse ai cittadini la natura vera e il funzionamento della zona euro si capirebbe meglio chi sono i veri europeisti e chi, invece, i veri anti-europeisti.

 

 

Il Prof. Savona è il solo a pensarla in un certo modo? No. È in buona e vasta compagnia. Qualche esempio.

Vincenzo Visco (economista; ministro nei governi Prodi, D’Alema, Amato; iscritto al Pd fino a poco tempo fa e poi passato con Liberi e Uguali), Pier Carlo Padoan (ministro dei governi Renzi e Gentiloni) e Barbara Spinelli (giornalista ed europarlamentare; figlia di Altiero, uno dei padri del federalismo europeo).

Un altro esempio è Joseph E. Stiglitz, economista insignito del premio Nobel e classificabile come progressista, il quale ha affermato che l’euro ha indebolito la coesione europea, sia in termini di rapporti tra Stati sia in termini di abbassamento del tenore di vita della gran parte dei cittadini. È questo un fatto evidente sia in teoria sia nella realtà. Con la moneta unica, infatti, le economie deboli (o divenute più deboli) non possono difendersi, perché si elimina alla radice la possibilità di svalutazione della moneta nazionale (decisa dai governi o innescata autonomamente dalle naturali dinamiche di mercato). Il meccanismo di svalutazione/rivalutazione consente di mantenere in equilibrio il sistema economico, favorendo le esportazioni e limitando le importazioni. Che succede con la moneta unica? Se manca la svalutazione monetaria, per competere con gli altri sistemi economici e non finire stritolati si attiva quella che viene chiamata “svalutazione interna”, cioè la riduzione dei salari (che comporta, ovviamente, riduzione dei livelli di benessere per gli occupati, aumento della disoccupazione, riduzione della domanda complessiva, calo degli investimenti e via aggiungendo). In termini di fatto questa “svalutazione” è la strada maestra per favorire sempre di più gli interessi dei ceti forti e stritolare i ceti medio-bassi).

Per i democratici autentici e per i socialisti la “svalutazione interna” è, pertanto, in modo del tutto naturale, una bestemmia sul piano etico-politico. Per gli economisti neoliberisti questa è invece la condizione di base per il funzionamento del loro modello di economia.

L’euro e il neoliberismo, dunque, non creano “unione”, bensì dissociazione tra Stati e tanta sofferenza sociale.

Quelle che precedono sono affermazioni abbastanza eloquenti. Sulla base di un’analisi obiettiva –in un contesto realmente democratico-, si giunge necessariamente a conclusioni estremamente nette e chiare: Europa unita ed euro non solo non coincidono, ma stridono decisamente.

 

     

L’euro è dunque da abolire? Potrebbe <<essere salvato -dice Stiglitz-, ma non a qualsiasi costo. Non a prezzo delle recessioni e depressioni che hanno afflitto l’eurozona, della disoccupazione elevata, delle vite distrutte, né delle aspirazioni infrante. Non deve essere così. Creare un’eurozona che funziona, che promuove la prosperità e sostiene la causa dell’integrazione europea è possibile>>. È un obiettivo che si può raggiungere con opportune <<riforme strutturali e politiche>>. Quell’obiettivo, però, è estraneo alle forze economiche che, in uno con quelle politiche assoggettate, hanno in pugno le sorti attuali dell’Europa.

Essere critici verso l’attuale tipo di unità europea non significa essere ostili, per principio, all’unità europea. Tutt’altro. Per fondamentali ragioni storiche e culturali, occorre creare una valida integrazione dell’Europa, prima che sia troppo tardi. Bisogna però intraprendere la strada giusta. <<Il progetto europeo –aggiunge Stiglitz- è troppo importante per permettere all’euro di distruggerlo>>

C’è bisogno di Europa unita, dunque, ma bisogna rifondarla su nuove basi.

Passando ad un altro autore, Luciano Barra Caracciolo, magistrato con una solidissima preparazione economica, consulente di vari governi e sottosegretario nell’attuale, afferma che Guido Carli (ex governatore della Banca d’Italia, presidente di Confindustria, ex ministro del Tesoro) era consapevole che la costituenda Ue rischiava di prendere una forma ostile alla Costituzione. Vedeva con lucidità il rischio ed espresse la sua posizione contraria. Pur avendo avuto serie responsabilità nella costruzione dell’attuale Europa ed essendo stato firmatario del Trattato di Maastricht, ebbe a dire: <<Se in questo momento la lotta all’inflazione appare l’obiettivo prioritario, l’Unione monetaria europea non può tuttavia essere imperniata su un meccanismo che tenda a relegare verso il fondo della scala gli obiettivi dello sviluppo e della piena occupazione, cioè ad invertire le scelte accettate dalla generalità dei popoli e dei governi in questo dopoguerra>>

Le cose, però, sono andate per altro verso, differente da quello che Carli auspicava, e si è avuto il massacro dei diritti sociali. Barra Caracciolo può ben affermare che i Trattati Ue hanno avuto un’innegabile impostazione pro-élite e contraria agli interessi della società nel suo complesso. È la realtà che abbiamo sotto gli occhi. La crisi che travaglia l’Europa dal 2008 è nata dai comportamenti della finanza a livello internazionale e delle istituzioni comunitarie e nazionali influenzate da quelli che vengono definiti “poteri forti”.

 

 

Barra Caracciolo fa ancora notare che <<i Trattati vietano l’utilizzo dei normali strumenti di politica economico-fiscale che consentirebbero di uscir[e]>> dalla crisi. E ancora: <<Quanto fin qui evidenziato sia sul piano economico che su quello costituzionale […] può far assumere questa conclusione: seguendo la politica economica e fiscale dettata dall’adesione all’euro, la Costituzione viene “integralmente sovvertita”. Come appunto evidenziò Guido Carli>>. Pertanto, la costruzione di “questa” Europa, effettuata secondo il modello neoliberista, costituiva la << restaurazione di un modello sociale che la Costituzione aveva respinto>>.

Luciano Barra Caracciolo, insieme a numerosi autori, ha messo in evidenza la vera natura dei trattati Ue. Anche esaminando il dibattito svoltosi nell’Assemblea costituente, ha dimostrato che Costituzione e Trattati Ue sono incompatibili. Le scelte fatte dai “Padri costituenti” circa il modello di società a cui mirava la Costituzione sono chiare: una società democratica, di impianto keynesiano. Al contrario, il modello di società che è alla base dei Trattati Ue è neoliberista, e quindi di tipo oligarchico anziché democratico. Nella Costituzione si riscontra il pensiero di Keynes, sul quale si sono basate per circa un trentennio (“I Trenta gloriosi”, grosso modo dal 1950 al 1980) le democrazie post-belliche. I Trattati Ue, invece, si fondano sulle idee di von Hayek, il quale peraltro apprezzava il Cile di Pinochet e, per quanto riguarda il voto, lo riteneva come un fenomeno <<accettabile e mantenibile solo a condizione che produca il risultato voluto dalle forze “naturalmente” (darwinisticamente) dominanti>>. Le due cose insieme non possono convivere. L’una esclude l’altra. Le nostre élite, di ogni genere, si sono impegnate non poco nel lavoro di demolizione della Carta costituzionale. L’hanno fatto, per esempio, inserendo all’art. 81 il pareggio di bilancio, senza spiegare nulla al popolo italiano. In quel modo si è paralizzata la Costituzione. Con quella scelta non si può fare nemmeno l’ombra di una politica finalizzata alla realizzazione dei diritti costituzionali.

Inoltre di recente, in un’intervista al Corriere della Sera, il politologo tedesco Claus Offe ha affermato quanto segue in merito all’eurozona: <<L’unione monetaria è divisiva: alcuni Paesi vincono, altri perdono e il divario si allarga. L’euro lega le mani dei Paesi del Sud, che sono costretti ad adattarsi alle sfide della competitività attraverso svalutazioni “interne”, ossia comprimendo i salari e le spese sociali. Ma ciò rischia di essere dannoso per la crescita, l’occupazione e la riduzione del debito pubblico attraverso il cosiddetto dividendo fiscale>>

 

 

Gli autori di cui sopra (un ristretto numero tra i tanti) non la pensano tutti allo stesso modo circa l’auspicabile destino finale dell’Ue, ma sono accomunati dalla posizione critica verso questo modello di Europa unita, plasmato dal mondo della finanza secondo le forme e le misure dei propri desideri e dei propri interessi, che sono in radicale antitesi con quelli della società. Lo strumento che ha concesso questo potere alla grande finanza è costituito dalla liberalizzazione dei movimenti dei capitali, ottenuta mediante la demolizione della normativa varata dopo il 1929 per evitare il ripetersi di altre immani crisi. Quella normativa poteva essere etichettata come “repressione finanziaria”. Gli economisti sanno bene quali sono, inevitabilmente, le conseguenze della finanza lasciata libera di agire secondo il proprio appetito: la distruzione dei diritti sociali e la compromissione della funzionalità democratica. Essere al servizio dell’economia reale è la funzione della finanza in un sistema economico “normale”. Per mantenere la predetta funzione, la finanza deve essere controllata mediante una stretta e precisa normativa. Se saltano i controlli, la finanza si impadronisce dell’economia reale e delle istituzioni, svuotando di fatto i diritti sociali e il normale funzionamento della democrazia. Dunque, come sanno bene gli economisti, delle due l’una: o la società “reprime” la finanza oppure la finanza “reprime” la società.

L’attuale modello di unione europea è stato voluto e costruito dalla finanza “liberalizzata” (che è giunta a dominare e reprimere la società) e costituisce una deviazione rispetto al progetto originario.

Tra le libertà previste dal Trattato di Roma, affermano Aldo Barba e Massimo Pivetti, <<quella dei movimenti dei capitali fu l’ultima ad affermarsi>> . E per buone ragioni. Infatti, in quel periodo <<l’incompatibilità tra un regime valutario completamente liberalizzato e la possibilità di utilizzare le leve della politica monetaria e fiscale al fine di conseguire alti livelli occupazionali era un fatto fuori discussione>> . Non erano ancora arrivati i tempi dell’Ue, che assegna alla Bce un unico scopo, ossia la stabilità dei prezzi e non anche la tutela dell’occupazione (come invece avviene con la Federal Reserve negli Usa, che pure sono il tempio del capitalismo moderno). L’occupazione era un ovvio e fondamentale obiettivo della politica, non ancora assoggettata dalla finanza, ma non sarebbe mai stato l’obiettivo naturale della finanza (la cui ratio va invece in direzione contraria).

 

 

È per questo che, con riferimento all’attuazione del Trattato di Roma, <<le disposizioni relative alla liberalizzazione valutaria abbondavano di cautele -assenti per le altre libertà- che di fatto finirono per rimandarla alla realizzazione di forme di integrazione economica e politica molto più avanzate di quello poi attuate dal Trattato di Maastricht>>. Quelle “cautele” erano necessarie perché <<i controlli valutari e il potere dello Stato [sono] intimamente connessi>>. Il punto è chiaro: o il bastone del comando sta nelle mani dello Stato, che se ne serve a vantaggio della società, oppure è nelle mani della finanza, che assoggetta lo Stato e cancella i fini di quest’ultimo (in questo caso, giova specificarlo, si tratta dello Stato democratico). La cooperazione tra Stati sovrani, senza cedimenti verso la finanza, aveva come obiettivo la creazione di uno Stato federale, anch’esso nella pienezza delle sue funzioni. Quello Stato federale –veramente tale- avrebbe potuto avere un funzionamento paragonabile a quello degli Stati Uniti d’America, con tanto di moneta unica non malata. Questa direzione di marcia è stata interrotta dagli atti che sono alla base dell’Ue, una giungla dominata dalla finanza ed alla mercé di egoismi nazionali degli Stati forti che sottomettono quelli più deboli, facendo ovunque scempio degli interessi sociali e –per difendersi dalle ovvie reazioni dell’elettorato “impoverito” di reddito e diritti– anche del normale funzionamento del sistema democratico (Parlamento europeo con poteri ridotti; potere effettivo consegnato ad un organismo nominato e non eletto, come la Commissione Europea; leggi elettorali che riducono la sovranità popolare mediante parlamentari nominati e non eletti, …). Il Trattato di Maastricht non ha rappresentato il logico sviluppo dell’originario progetto di unione europea (dal Mec alla Cee), bensì un suo affossamento. L’Unione Europea nata a Maastricht rappresenta una brusca sterzata in direzione degli interessi dei poteri economici. L’attuale Europa unita è frutto di una scalata effettuata dai predetti poteri economici (anche tramite i loro “think tank”/“pensatoi”) ai danni della sinistra. Uno dei documenti della “svolta” è stato il Rapporto Delors, emblema della sinistra assoggettata. Da più di un trentennio, la gran parte delle dirigenze dei partiti di sinistra agisce come un insieme di forze serventi di interessi ostili ai ceti popolari. Si tratta di un colossale evento politico-culturale avvenuto sulla base di un immane fallimento morale.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>