di Santo Prontera,

Risorgimento Socialista Puglia

      Dal 31 maggio è in carica il nuovo governo, presieduto dal Prof. Giuseppe Conte. È il frutto di un’intensa e prolungata protesta sociale, che è culminata nel responso elettorale del 4 marzo scorso. Se c’è una protesta tanto forte vuol dire che c’è stata, nel corso degli anni, una delusione altrettanto forte, soprattutto sul terreno dei diritti economico-sociali. E ciò chiama necessariamente in causa le politiche del passato.

      I precedenti governi hanno infatti realizzato politiche che, per tanti e fondamentali aspetti, erano tipicamente di destra pur se –sfidando la logica- alcuni di quei governi si definivano “di sinistra” (abolizione dell’art. 18, controriforma della Costituzione, controriforma della scuola, vessazione dei risparmiatori e benefici per le banche, limiti alla libertà di stampa –in linea con le mire dei governi Berlusconi-, attacco ai diritti sociali garantiti dalla Costituzione e dalla coscienza civile, …). Il dibattito pubblico non potrà andare molto avanti se non si chiariscono queste ed altre fondamentali questioni. Tuttavia, le analisi che vengono effettuate sul voto e sulle cause che l’hanno generato sono oltremodo deludenti: non sono obiettive e razionali, bensì emotivo-giustificazioniste, faziose, intenzionalmente fuorvianti.

 

 

      Questo governo è per tanti aspetti anomalo, visto che è nato dall’incontro di due forze assai diverse per fisionomia politico-culturale: una forza di destra (la Lega), che non può fare a meno di adottare qualcuno come nemico (passato in secondo piano il meridionale, la scena è ora occupata dal migrante) e una (Movimento Cinque Stelle) che, per molti aspetti, oggettivamente si caratterizza come un surrogato della “sinistra” la quale, in termini di fatto, è svanita ormai da lungo tempo, perché ha cambiato pelle, diventando altro da sé. Di quello che era, ha conservato quasi soltanto il nome, che ormai si è ridotto alla stregua di una martellante pretesa, una sorta di vuoto mantra.

      È dunque un governo caratterizzato da una fisionomia anomala, perché ibrida. È un governo-miscuglio, con destra e un surrogato di sinistra, che probabilmente farà ai cittadini tante non gradite docce scozzesi. Avrà comportamenti contraddittori. Pertanto, è e resterà fortemente divisivo, destinato ad essere ora lodato o biasimato. È nella natura delle cose che lo riguardano.

      Per questa sua natura, fin dalla nascita è caratterizzato, in modo inevitabile, da luci ed ombre. Esse sono evidenti nel programma-contratto che le due forze politiche hanno sottoscritto. Alcuni punti, infatti, sono decisamente apprezzabili sul piano sociale e in linea con il dettato costituzionale. Tanto per fare alcuni esempi, in tema di diritti economici, istruzione e libertà di stampa (va in quest’ultima direzione l’impegno a cancellare le norme restrittive in materia di intercettazioni) si inverte la negativa rotta assunta dai precedenti governi. Altri punti, invece, sono estranei alla lettera ed allo spirito della Costituzione e destano serie perplessità e preoccupazioni.

      La flat tax è un colossale esempio di questo tipo: apporterà chiari e massicci benefici ai redditi più alti a scapito -ora in modo chiaro ed ora ambiguo- delle posizioni medio-basse. Sono inoltre serie e fondate le preoccupazioni circa i diritti civili e le modalità di gestione dell’ordine pubblico, nonché quelle relative ad importanti nodi economici (vedi ILVA ed altro) ed alle politiche umanitarie. L’Europa ha preso per secoli dagli altri continenti ed ora nega addirittura l’acqua –letteralmente- ai migranti, che in parte scappano dalle loro terre anche per le attuali politiche delle multinazionali –ma questo si evita di dirlo-.

      La presenza di una forza di una certa destra nel governo si porta dietro, inevitabilmente, punti programmatici di destra e comportamenti che non si conciliano con i valori costituzionali, come mostrano i primi passi del nuovo ministro dell’interno. Salvini ha calpestato da subito alcuni valori fondamentali della nostra civiltà, tuttavia, Salvini è il prodotto presente di un nefasto passato della politica. Molte cose vengono egregiamente sintetizzate dal titolo di un articolo di Antonio Padellaro: “Salvini ci fa orrore, ma chi l’ha creato?” (Il Fatto Quotidiano, 23.06.2018). Salvini si è mostrato addirittura aberrante fino all’inverosimile con la minaccia di togliere la scorta a Roberto Saviano, da anni nel mirino della camorra. La colpa dello scrittore? La sua posizione critica verso le politiche del ministro. Quanto affermato da quest’ultimo è semplicemente assurdo, inaccettabile. Ma la sua “aberrazione” costituisce una svolta rispetto al passato? Purtroppo no. Il governo Gentiloni ha fatto di peggio. Non ha minacciato nessuno, ma ha direttamente “punito” in silenzio un presunto “nemico”, calpestando fondamentali principi di civiltà democratica.

 

 

      Quello presieduto da Giuseppe Conte, si diceva sopra, è un governo ibrido, un governo scaturito dalla necessità, ma non è un buon governo. C’erano alternative? Alcuni sostengono che il PD abbia sciupato una grande occasione e non abbia reso un buon servizio al Paese nel respingere la proposta di governo congiunto avanzata dal movimento Cinque Stelle. È vero solo in termini molto teorici. Sarebbe vero, cioè, se il PD avesse voluto e potuto rovesciare la sua prassi per dare un seguito coerente e concreto alla sua costante rivendicazione di un’identità di sinistra. Ma può un partito fare una profonda revisione delle proprie posizioni in poco tempo? Non è nell’ordine naturale delle cose. E non era neanche nelle intenzioni della dirigenza del PD, come la stessa ha più volte affermato e ribadito: niente revisione delle politiche sociali, che sono state, a tutti gli effetti, politiche di destra.

      Sarebbe stato meglio se si fosse andati ad elezioni anticipate? I dati di fatto dicono di no. L’attuale governo genera serie preoccupazioni sotto tanti aspetti, ma ancora di più ne avrebbe generate il previsto esito di nuove elezioni in tempi brevi. Tutti i sondaggi concordano sulla fortissima crescita elettorale della Lega (un dato confermato dal recente turno delle elezioni amministrative). Ciò vuol dire che, guardando i numeri usciti dalle urne il 4 marzo 2918, le elezioni anticipate avrebbero condotto ad un governo tutto di destra: Salvini-Berlusconi-Giorgia Meloni. Il Paese ha già fatto simili esperienze e certamente non ne serba un buon ricordo. L’approccio della destra nei confronti dei ceti popolari, al fine di ottenerne i voti, da usare a beneficio di altri ceti, è sempre stato lo stesso: promesse a base di banchetti di briciole e illusioni.

      Dunque, nell’attuale governo la destra è presente solo in parte (la Lega). Farà sicuramente tanti danni, ma in questa formula –innaturale e assurda per tanti versi- trova il Movimento Cinque Stelle come argine interno. È ciò che passa oggi il convento.

 

 

      La situazione post-elettorale è stata caratterizzata non solo da troppa confusione, ma anche da polemiche che hanno avuto come oggetto il Movimento Cinque Stelle. Si tratta, in genere, di condanne preventive, di polemiche capziose, animate da pregiudizio, senza costrutto, sganciate dalla realtà dei fatti. Viene da chiedersi dove siano stati i loro autori in questi anni e che cosa abbiano visto. Gli autori di quelle condanne si limitano a mettere in evidenza i limiti di questo soggetto politico e a fulminarlo con l’accusa di populismo, ma in genere hanno mostrato atteggiamenti corrivi, da cortigiani, nei confronti di populisti e demagoghi che hanno governato negli anni precedenti, svuotando di significato la vita democratica. Con faziosità e incoerenza, da commentatori vari e da protagonisti della vita politica vengono espressi commenti e giudizi malevoli che, nella loro essenza, costituiscono un’inspiegabile pretesa: licenza di manomettere i connotati della politica, assoggettandola apertamente o subdolamente all’interesse esclusivo di chi domina i mercati, ed avere, ciò nonostante, masse docili, a capo chino, credule all’infinito, autolesioniste, servili, passive. Non è razionale e intellettualmente onesto censurare, negare e alterare la realtà effettiva inventando una narrazione ritenuta di comodo.

      Quel movimento, pur se inadeguato per i suoi tanti limiti e difetti, ha già scritto una bella pagina della democrazia. Ha infatti dato voce e speranza ad un poderoso e sacrosanto moto di ribellione dei ceti popolari, che sono stati abbandonati da chi li doveva rappresentare. Questi ceti hanno subito enormi torti e tradimenti da “amici” e “nemici”. Sono infatti stati governati contro i loro interessi anche quando le redini del governo sono state nelle mani di chi aveva la specifica funzione di rappresentarli. Una volta maturata la consapevolezza di un simile stato di cose, milioni di cittadini hanno riversato i loro voti su un simbolo che ai loro occhi aveva alzato la bandiera della ribellione. Per un buon lasso di tempo, il movimento Cinque Stelle è stata la sola forza palesatasi come “alternativa” agli occhi di tanta parte degli elettori delusi. È stata la sola dagli stessi trovata o quella resasi più visibile. In un secondo momento, sul versante opposto, è arrivata anche la Lega ripensata da Salvini. Senza i Cinque Stelle, ora la protesta sarebbe divisa tra una Lega ancora più forte ed un astensionismo ancora più consistente. La ribellione è stata così massiccia che, in un decennio, il movimento di Grillo, partito dal nulla, è giunto alla condizione di primo partito e poi è assurto a responsabilità di governo. Tirandosi dietro la “ribellione”, ha impedito che milioni di voti andassero altrove o venissero congelati nel non-voto. L’astensionismo va benissimo alle élite (vedi quanto sostenuto ne “La crisi della democrazia” commissionato dalla Commissione Trilaterale) e sotto certi aspetti andrebbe bene anche all’ex sinistra satellizzata dal pensiero neoliberista.

      I commenti e i giudizi espressi sul conto del movimento Cinque Stelle non tengono conto di tutti questi fondamentali dati di fatto.

      La realtà effettiva ci dice che il dito accusatore viene puntato nella direzione sbagliata: verso l’effetto, non già verso la causa. Se la sinistra non avesse cambiato natura, se avesse sempre fatto la sinistra, i Cinque Stelle non sarebbero nati. Sarebbe mancata la loro ragion d’essere. Che piaccia o no, pur con i loro obiettivi e valori ora chiari ora ambigui oppure decisamente inaccettabili da un punto di vista della democrazia liberale, ora sono, come formazione di massa, il surrogato della sinistra (giova ribadirlo, anche se questa terminologia non fa parte delle loro abitudini). Se, per la loro parte, con l’azione diretta dei propri ministri, falliranno alla prova del governo, le responsabilità andranno addebitate a loro solo in parte, perché la ragione prima del presente stato di cose, come già detto, è da attribuire all’indebita trasformazione della sinistra in una destra di fatto.

      Non si costruisce il futuro con i responsabili del disastro attuale. In che direzione andare, dunque? Per i suoi evidenti limiti, il Movimento Cinque Stelle è una risposta d’emergenza ai problemi della società italiana. Raccoglie umori sociali fortemente irritati e interessi feriti e prova a rappresentarli con buona volontà, ma è politicamente vago e debole, non attrezzato per un’incisiva azione di riforme profonde e sistematiche, discendenti da un disegno programmatico ampio e intrinsecamente coerente, finalizzato ad un preciso assetto di società democratica, come quello previsto dalla Costituzione del 1948. Una risposta veramente funzionale potrebbe venire dalla costruzione di un’altra sinistra, antitetica a quella che ha abdicato al proprio ruolo. Da dove cominciare? Dai milioni di voti che hanno dato vita al massiccio astensionismo attuale, perché non convinti dalle proposte scese in campo finora; dai milioni di elettori del Movimento Cinque Stelle che un tempo facevano parte del “popolo della sinistra”; da quella parte di dirigenza pentastellata disponibile ad una rigorosa analisi circa la concatenazione di problemi che ci ha condotto nella situazione attuale.

      Questo vale come orientamento di massima, come primo e generale approccio al problema del consenso. Il secondo passo, che qui necessariamente manca, è costituito da una precisa analisi della società di oggi per individuare quali sono i soggetti sociali interessati in modo specifico ad una proposta politica di sinistra effettiva.

 

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