Da qualche giorno, impazza sulla stampa e sui social network il dibattito sulle nazionalizzazioni, paragonando il nostro diritto-dovere di riprenderci le autostrade e altri asset strategici al “populismo sudamericano” : da Maurizio Lupi (“Le nazionalizzazioni si fanno in Venezuela“), a un’immagine realizzata da +Europa, già Partito Radicale, strana forza di destra liberale le cui peculiarità sono l’avere un elettorato che in larga parte si identifica come centrosinistra e l’essere orgogliosamente finanziata dallo squalo della finanza George Soros.

In questa immagine il leader del MoVimento 5 Stelle, nonché ministro dello sviluppo economico, Luigi Di Maio viene dipinto come un novello Chavez in salsa italiana: in un un post su facebook ci spiegano che sono state le proposte di nazionalizzazione di Alitalia e Ilva, aziende che, aggiungiamo noi, dopo la loro privatizzazione hanno trascorso lunghi periodi in perdita e hanno comunque avuto bisogno dell’interesse statale per non essere chiuse. Oltre a questo, l’Ilva continua a seminare morte per il suo devastante impatto ambientale.

Il post di +Europa continua dicendo che Chavez sperperava i proventi del petrolio, finché ha potuto, mentre Di Maio, sulla stessa onda, sprecherebbe i nostri soldi. Ma è davvero così?

Il governo socialista di Chavez ha introdotto fin da subito delle misiones per istruire il popolo. I primi anni di governo sono stati caratterizzati da milioni di persone povere in tutto il paese che hanno deciso di liberarsi dall’analfabetismo storico perché il governo finalmente glielo permetteva. Gratuitamente. Il considerare questo uno spreco di denaro, oppure un investimento sulla popolazione per far crescere il paese è una questione di punti di vista.

Altro sperpero di denaro è stato riempire il Venezuela di medici cubani, professionisti che hanno già provato le proprie capacità anche in situazioni emergenziali, in cui sono sempre tra i primi ad arrivare, anche negli Stati Uniti. Prima di Chavez le cure mediche erano solo per pochi e, ad esempio, i settori più poveri di Caracas non erano nemmeno coperti da un presidio medico. Grazie all’accordo Venezuela-Cuba possibile solo con Chavez e non certo con i vecchi partiti tutti filo-statunistensi, la maggioranza dei venezuelani ha potuto avere cure mediche gratuite per la prima volta nella storia, scatenando l’odio di classe della destra.

Per non parlare poi di luce, gas, telefono e benzina quasi gratuiti, e le persone sotto la soglia di povertà che erano state portate in 14 anni di governo Chavez dal 48.7 al 31.9 del totale.

Questo è stato il governo socialista di Chavez, e per questo è stato indicato dalla stampa occidentale e dalla stampa di destra pan-americana con la parola maledetta: “populista.

Come è avvenuto anche con altre forze politiche di sinistra in America Latina e in Europa, i mass media indicano conpopulista” chiunque propone di mettere le esigenze popolari davanti a quelle della grande finanza transnazionale. Se poi con la stessa parola si riescono ad identificare anche le destre neo- e post-fasciste tanto meglio. Screditare gli avversari con accuse infondate è il modo più facile per mantenere lo status quo.

Alla morte del presidente Chavez è iniziata la sporca guerra economica, in corso tuttora, delle élite economiche che, in accordo con Stati Uniti e i governi di destra di paesi vicini, specialmente la Colombia, sottraggono i generi alimentari al mercato interno e li rivendono al mercato nero. In questo modo hanno fatto lievitare i prezzi di molti generi alimentari, e sono quindi i maggiori responsabili della crisi in corso. Al contrario, i prezzi dei prodotti dei settori nazionalizzati, soprattutto i prodotti del petrolio, rimangono bassi e accessibili a tutti.

Prima di parlare di fallimento del modello socialista, vorremmo poter vedere il Venezuela vivere senza sabotatori interni ed esterni.

Quindi, si tranquillizzino Lupi, la signora Bonino, i militanti di +Europa e i loro amici liberisti.

Di Maio non è un novello Chavez.

Bisogna tuttavia riconoscere che quando si parla della possibilità di nazionalizzazione di aziende strategiche, e le timide proposte del decreto dignità che darebbero poche garanzie in più ai lavoratori del nostro paese, hanno sollevato uno scalpore che ci permette di riconoscere i suoi critici per quello che sono.

Ora sappiamo per certo che sono molte le forze, anche all’interno del centrosinistra, che si opporranno anche con maggiore furore a qualunque progetto di inversione di rotta dai guasti della Seconda Repubblica.

Noi preferiamo continuare, in nome del socialismo, a cercare di realizzare un modello economico che dia la priorità ai diritti di molti e non ai grandi profitti di pochissimi.

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