Certuni pensano che il FSM di Salvador de Bahia, in Brasile, abbia confermato la tendenza di questi ultimi anni verso la fine «politica» del Forum. Se si guarda al clima di gioia nel quale si svolge il forum, si nota subito che chi afferma cose simili ha torto. A Salvador, il Forum è stato ancora una volta una grande festa popolare, per i partecipanti e per le popolazioni del Brasile, in particolare per i popoli indigeni, afrobrasiliani. Questi hanno potuto rincontrarsi e riaffermare con forza la loro lotta per un mondo più giusto, rispettoso dei diritti alla vita di tutti i popoli. Hanno gridato nuovamente la loro dura opposizione al capitalismo predatore, all’arroganza dei dominanti negatori dei diritti dei popoli e della democrazia tout court, alla devastazione della Madre Terra, al dovere della società di superare ideologie discriminatorie ed assassine.

I temi affrontati nel FSM sono stati tanti e tutti riguardanti l’impegno nella trasformazione della realtà e nel rispetto dei diritti dei popoli e della natura. I laboratori presentati sono stati più di 1.300, esperienze e riflessioni legate alla vita dei popoli e dei territori.  Sono emerse diverse sfide:

  • Rafforzare l’incidenza della società civile planetaria di fronte alla nuova offensiva neoliberista
  • Avvicinarsi alle lotte dei movimenti di resistenza promuovendo una possibile convergenza in azioni collettive e complementari
  • Dare visibilità alle lotte degli invisibili, degli impoveriti e delle comunità tradizionali tra cui gli indigeni
  • Contribuire a una maggiore resistenza e incidenza politica nella promozione di nuovi paradigmi di sviluppo sulla base della giustizia sociale e ambientale
  • Reinventare le forme di fare politica dentro del proprio processo metodologico del FSM e delle azioni collettive

Ripercorriamo il senso di questo forum attraverso il suo motto: ‘Resistir è criar, resistir è transformar’.

 

 

Resistere

Viviamo un tempo in cui la parola “distruzione” è parte e conseguenza del sistema economico-politico imperante. Il tema della disuguaglianza è diventato cruciale. La ricchezza è nelle mani di poche famiglie che non producono, ma rubano attraverso meccanismi finanziari (28 grandi gruppi finanziari). Le politiche di devastazione ambientale e conflitti geopolitici ed economici, abbinati alle politiche antisociali dell’austerità e della privatizzazione dei beni e dei servizi, stanno impoverendo milioni di persone che vivono in situazioni inumane o sono costrette ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese.

Seguendo la logica capitalista, si diffonde una cultura dell’esclusione. Le persone si sentono liberate da ogni dovere sociale, da ogni vincolo con gli altri e le altre, da ogni prospettiva comune. È evidente che questa logica non permette di avere un sistema di valori morali condivisi. Valorizzando il contesto dove siamo immersi, resistere significa allora ripensare radicalmente la realtà non solo nel suo stato emergenziale, ma soprattutto nella sua dimensione più profonda. La resistenza ha una profonda relazione con la coscientizzazionee la sensibilizzazione. In un mondo dove tutto ha un valore economico, bisogna demonetizzare i diritti e deistituzionalizzare la coscienza. Dobbiamo imparare a “non andare”. Siamo parte di questo sistema e solo riconoscendolo possiamo intraprendere il non facile cammino di “ritorno” alla realtà.

Creare

Resistere è “creare”. Il potere che ciascuno/a di noi ha va vissuto come creazione e non come conquista. Creare non significa partire da zero, dal nulla, ma rimettere in gioco le risorse che abbiamo e già sperimentate, in modo diverso attraverso l’articolazione. Creare significa saper riconoscere la parte mancante delle nostre proposte per poter cercare e vivere la “complementarietà” con altre organizzazioni e movimenti impegnati sul territorio. Creare significa soprattutto saper imparare dai nostri errori attraverso un processo di autocritica. Non c’è cosa peggiore del silenzio sui nostri errori. Creare è l’azione di “decolonizzare” i nostri pensieri e le nostre azioni.

Uno degli obiettivi del creare non è la crescita, ma il raggiungimento dell’armonia, del “buon vivere”. Creare non vuol dire “produrre”, ma preoccuparsi e prendersi cura della Vita. Creare relazioni di potere ugualitarie perché solo uno sguardo orizzontale tra le persone permette la nascita di proposte alternative ed evitare le soluzioni solo tecniche.

Trasformare

Resistere è trasformare. Chi si illude di poter risolvere i problemi del nostro tempo ritornando al passato, anziché tentare il futuro, rischia di non capire nulla di quanto sta accadendo.

Ecco qui alcuni elementi per verificare le nostre azioni quotidiane facendole diventare buone pratiche:

  • Trasformare i gesti quotidiani in gesti politici. Essere attenti alla quotidianità come luogo dell’azione economica e politica. Le scelte e le relazioni vanno vissute come parte di un progetto più ampio di costruzione sociale. Passare dall’impegno etico a quello politico.
  • Vivere la speranza legandola all’esperienza. La speranza nasce dalla nostra esperienza, da ciò che viviamo e facciamo e che riteniamo utile nella realizzazione del sogno comune.
  • Nelle nostre esperienze quotidiane non trasformare il denaro in capitale. Il denaro esiste solo per essere condiviso, non per l’accumulo o l’aumento degli interessi.
  • Avere l’audacia di parlare in nome dell’umanità. Un potere frammentato si muove sulla base dei propri interessi. Questo può succedere anche ai gruppi e movimenti impegnati nel sociale. C’è un terzo settore frammentato che rischia di essere assimilato dalla filosofia dell’individualismo progettuale.
  • Pensare sempre partendo dagli impoveriti e dalle impoverite di questo sistema. Loro restano sempre il centro delle nostre azioni, non solo come destinatari ma anche co-partecipi nella fase della progettazione.
  • Uscire dalle “relazioni mercantiliste”. Pensare e vivere nella dimensione del “bene comune”.

 

 

La famiglia dei Comboniani/ne al Forum

Dal 2007 la famiglia comboniana prende parte a questi mega-raduni per mettersi all’ascolto dei movimenti popolari, che hanno a cuore la costruzione di un mondo possibile e vivibile per tutti e tutte, in modo particolare dei poveri; scambiarsi le esperienze; studiare approcci efficaci e metodi adeguati; mantenere viva l’utopia della fraternità tra i popoli, mettendo in evidenza i valori spirituali e trascendenti, perché la speranza della lotta non si affievolisca. Tre i workshop presentati dalla famiglia comboniana: il primo centrato sul problema dell’accaparramento di terre; il secondo sulla problematica della sofferenza e della lotta per la giustizia della Chiesa in Congo e nel Sud Sudan e un terzo sul tema della Tratta di Esseri Umani. Più una collaborazione nella presentazione del workshop su “I costi umani e ambientali dell’estrazione mineraria. Alternative e resistenze”.

Una nota critica

Non è tutto oro quello che luccica. C’è un dato critico: il social forum sembra essersi rimpicciolito e sfiaccato. Quel che ha colpito di più l’immagine del Forum è stata la scarsa presenza della società civile e dei movimenti sociali degli altri continenti: Asia praticamente assente, sparuta presenza dell’Africa, le centinaia e centinaia di Europei che per anni hanno riempito le varie edizioni del Forum si sono ridotte a piccoli gruppi di alcuni paesi fra i quali ha dominato il gruppo svizzero (50 partecipanti !!) rispetto alla dozzina di tedeschi e, meno, di francesi e di italiani. Assente l’Europa del Nord e dell’Est. Pochi i rappresentanti dell’America del Nord. I rappresentanti degli altri paesi latino-americani avrebbero potuto essere più numerosi. Altro dato significativo: le figure «mondiali» dell’altermondialismo hanno praticamente disertato il Forum.

Si può dire che a Salvador il FSM ha dimostrato di non essere più, nella misura di origine, il luogo d’incontro delle forze mondiali impegnate nelle lotte di resistenza, opposizione e costruzione delle alternative al mondo attuale. Il Forum è stato fiacco riguardo le alternative al disastro climatico, gentilmente definito dai dominanti «il cambio climatico» come se ciò fosse del tutto naturale. Lo è anche stato rispetto alla guerra.

Il Foro è stato segnato dall’uccisione di Marielle Franco e di Paulo Sérgio de Almeida Nascimento, noto ambientalista dell’Amazzonia brasiliana, figura di spicco di Caboclos, Indigenas e Quilombolas da Amazônia (Cainquilama), un’associazione che si batte per i diritti delle popolazioni indigene locali. Il ricordo di Marielle nelle parole di Patrick Viveret, filosofo francese, presente al Foro Sociale Mondiale: “Possiamo ancor più constatare la posta in gioco del conflitto tra la logica delle forze per la vita e quella delle forze della morte, quando una giovane donna appena eletta è uccisa a Rio, probabilmente da elementi di estrema destra della polizia. L’amicizia e l’amore diventano quindi elementi essenziali di questa forza per la vita, che è tanto personale quanto una questione sociale e politica”.

Il FSM di Salvador non resterà, purtroppo, nella storia della mobilitazione politica e sociale alternativa mondiale come un momento importante ed incisivo.

 

 

Perché? Cause interne e cause esterne.

Interne:i fondatori e dirigenti del Forum, in particolare brasiliani, hanno posto a qualsiasi tentativo di modificare quello che loro pensano essere la natura sostanziale del Forum, e la sua finalità. Per loro, il FSM deve essere e restare una grande piattaforma d’incontro e di scambio di idee, di esperienze e di progetti. Non può e non deve promuovere, assumendone la responsabilità politica, la concezione e messa in opera di piani o d’iniziative politiche mondiali.

Esterne: Il FSM è nato in un contesto politico molto favorevole alle realtà sociali brasiliane, latine e mondiali (spiccava la vittoria nel 1998 degli altermondialisti sull’AMI-Accordo Multilaterale sugli Investimenti, padre dell’attuale TTIP e trattati similari, e quella nel 1999 sull’OMC a Seattle). A seguito di queste vittorie, la credibilità e la pretesa inevitabilità della globalizzazione economica imposta dai poteri forti globali (privati e pubblici) presero una forte batosta.

In pochi anni Chavez, Lugo, Correa, Morales trasformarono i loro paesi e le forze conservatrici locali statunitensi ed europee furono impauriti. In Brasile, le lotte dei contadini e degli operai riuscirono a far sperare che il cambiamento era vicino. La vittoria di Lula, primo operaio a diventare presidente, fu certamente facilitata dal primo FSM di Porto Alegre nel 2001. A sua volta Lula al potere dette forza e credibilità al Forum.

Diciassette anni dopo, e già da cinque anni circa, il contesto è profondamente cambiato. Lula (e Dilma) non sono più al potere in Brasile. Essi sono stati «buttati fuori» dalle forze reazionarie che hanno ripreso il potere. Lo stesso dicasi di Lugo in Paraguay. Chavez è morto e i conservatori hanno fatto andare in tilt il Venezuela, fomentando una guerra civile pilotata dall’estero. Gli stessi Correa e Morales sembrano non resistere più alle strategie produttiviste, estrattiviste e consumatrici della crescita economica.

E che dire del contesto mondiale massacrato dalle politiche economiche e sociali delle oligarchie finanziarie e tecnocratiche la cui predazione del mondo e della vita dei suoi abitanti ha raggiungo livelli d’ineguaglianza e di esclusione elevatissimi?

Le forze di sinistra del mondo occidentale sono state le prime a mollare la presa, allineandosi sulle tesi della «terza via» dei socialdemocratici alla Blair, alla Schroeder, alla Clinton, alla Bersani, alla Merkel, alla Hollande. Esse hanno applicato con entusiasmo le politiche di mercificazione della vita, liberalizzazione, monetizzazione, deregolazione, privatizzazione e finanziarizzazione dei beni e servizi un tempo pubblici.

Far restare il FSM arroccato sulla sua funzione unica di piattaforma d’incontro e di scambio, invece di allargare la sua funzione storica anche a quella di facilitatore e di mobilitatore politico mondiale delle forze di resistenza, opposizione e di costruzione di alternative, è stato un errore strategico pesante.

  1. Domenica Guarino MCCJ e P. Arturo MCCJ

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