Di Alberto Benzoni

 

Immagini dagli Stati Uniti. Da una parte Trump. Così come lo vediamo in Europa: rissoso, aggressivo, mutevole, in costante contrasto con qualcuno della sua èquipe, irrispettoso se non contestatore ostile di regole, trattati, alleanze, in naturale sintonia con despoti di ogni risma e nel contempo, sordo sino alla villania nei confronti delle esigenze dei governanti; e, infine, costantemente all’attacco delle èlites al governo del paese e in particolare di Obama e delle sue riforme. Per tacere dell’avventurismo alquanto sguaiato della sua politica estera.

 

 

 

Ora, se il principio della fisica (per cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria) si applicasse anche alla politica una presidenza siffatta dovrebbe alimentare una opposizione insieme ampia e sempre più radicale (se non nei toni, almeno nei contenuti).
Ma non è così. Certo la società civile (che in America esiste e come: ambientalisti, difensori dei diritti civili e umani, soprattutto in relazione ai migranti, sindacalisti del pubblico impiego, femministe, studenti vittime e testimoni della violenza omicida nelle scuole) si mobilita e in una misura senza precedenti. Ma non in una dimensione tale da rovesciare o almeno da bloccare l’ondata reazionaria. E questo perchè manca ai movimenti la necessaria sponda politica; o per dirla in parole povere, perchè il partito democratico è ossessivamente impegnato nel Russiagate (un’operazione politica, per inciso non solo estremamente discutibile ma anche probabilmente destinata a non trovare alcuno sbocco, nè politico nè istituzionale) da porre in secondo piano tutto il resto; e perchè Obama (spirito cristiano o superbia intellettuale?), pur oggetto di provocazioni continue, ha deciso di porsi al di sopra della mischia, dedicandosi alle conferenze e alla sua Fondazione.

 

In apparenza, siamo di fronte alla strategia del “minimo sindacale” già adottata da Hillary nel 2016 (“io non sono Trump, votate per me”) e con esiti disastrosi. Ma che viene riproposta in base a due considerazioni, entrambe molto discutibili: la prima è che le elezioni del 2016 siano state in qualche modo falsate (d’intesa con Putin, ovviamente…); la seconda è che il fenomeno Trump sua un’anomalia passeggera destinata ad essere superata già nei prossimi appuntamenti. E da un partito, come da un candidato rigorosamente collocati su posizioni centriste, rispettabili e atlantiche.

 

 

 

Ora, tutti i sondaggi ci dicono il contrario. Ci dicono che Trump ha progressivamente fidelizzato e mobilitato la sua base elettorale (che non è soltanto composta da bianchi sfigati ma include anche quel mondo imprenditoriale che è stato il massimo beneficiario della sua politica insieme all’ampio ventaglio della destra religiosa); cosa assai più ardua per un’esponente democratico centrista. E ci dicono anche che Sanders, il pazzo estremista Sanders per il quale l’establishment democratico nutre un’ostilità incoercibile è non solo in grado di battere Trump ma anche di vincere la nomination democratica.

 

Ma Sanders è e rimane tabù. Segno della totale incapacità, intellettuale prima ancora che politica del gruppo dirigente democratico non solo di guardare al fenomeno populista nella sua realtà ma anche di porre in campo un’alternativa credibile al dilagare della destra.
Naturalmente qualsiasi riferimento a vicende più vicine a noi è puramente casuale.

 

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