Di Alberto Benzoni

 

Ovvero, perchè si diventa sovranisti.
Da svariati secoli, il mondo e, nel caso specifico, il mondo occidentale, è un mondo di stati sovrani. Una realtà che nessuno si è mai sognato di rimettere in discussione. Dopo è venuta la nazione. E, insieme alla nazione, la democrazia con la sovranità che apparteneva al popolo, anzi derivava da lui. In tutta questa storia, che è la nostra storia, la parola “sovranista” non esisteva proprio: nessuno che se ne facesse una bandiera; nessuno che fosse criminalizzato per dichiararsi tale.

Si parlava, certo e di continuo, di autodeterminazione e di indipendenza. Ma se ne parlava in relazione a popoli o ad etnie che non disponevano di tali diritti; nessuno che si dichiarasse indipendentista una volta che questo diritto fosse stato conseguito. Non a caso, allora, l’aggettivo, nella sua accezione positiva e, soprattutto, negativa compare quando lo stato nazionale è attaccato dall’alto e dal basso: dalla globalizzazione e dai suoi corifei (tra i quali gli europeisti senza se e senza ma alla Emma Bonino) da una parte; e dai vari indipendentismi etnoregionali dall’altra. Ed esattamente come marchio di fabbrica e, al tempo stesso, stigma dei francesi, cultori dell’indipendenza del Quebec. Per poi scomparire e ricomparire a seconda delle opportunità politiche.

 

 

E accade il contrario perchè l’Europa, contrariamente a quanto ci viene raccontato, si basa sull’accordo permanente tra stati sovrani e, quindi, sulla loro perpetuazione nel tempo.
Stati, aggiungiamolo subito, che nella loro generalità, la praticano sino in fondo e, qualche volta sino all’esasperazione senza gridarlo sui tetti e magari in nome dell’Europa e che a nessuno venga in mente di accusarli di sovranismo.

Poi ci sono gli altri, rei o cultori di “sovranismo” che, però, a loro volta si dividono in due categorie. La prima, affollatissima, comprende quasi tutti i paesi dell’Europa centrorientale e balcanica. Paesi da sempre caratterizzati da un virulento nazionalismo, risorto con maggiore forza dopo essere stato negato anzi violentemente compresso da quarant’anni di pseudointernazionalismo in salsa sovietica. Un nazionalismo etnico identitario che, ancora contrariamente a quanto ci viene raccontato, non ha affatto come bersaglio l’Europa di Bruxelles e le sue regole economiche, ma l’internazionalismo e i suoi vincoli. Il che spiega come l’Europa di Bruxelles, con annessi spread e mercati sia del tutto impotente nei suoi richiami all’ordine.

 

 

E poi viene, sola e derelitta e perciò meritevole di compassione, l’Italia. Un paese, signori della corte, immune da ogni nazionalismo, identitario o di altro tipo; anzi, per vocazione, antisovranista ed esterofilo. Un paese che, tuttora, si identifica in toto nella immortale frase “Che figura ci facciamo all’estero!” (la dice Aldo Fabrizi per indurre Totò a fermarsi in Guardie e ladri; tra gli inseguitori un americano truffato dal Nostro; ma ognuno di noi l’ha pronunciata almeno una volta nella sua vita). Un paese che tuttora, almeno a sinistra ma non solo, ha ancora paura a dichiararsi sovranista. E che, se ha votato in maggioranza per i populisti lo ha fatto perchè non solo è stato bistrattato in ogni modo e in ogni campo dall’Europa così com’è ma anche e soprattutto perchè gli si nega in linea di principio il diritto che dico il dovere di gestire i suoi affari a sostegno degli interessi e dei bisogni del popolo sovrano.

E dunque, signori della corte (o di Bruxelles o di Berlino o di Parigi o della Nato, fate voi) noi non eravamo sovranisti, anzi, ma ci siamo diventati. Perchè il sistema internazionale che ci circonda (e per favore non tirate in ballo un’Europa che o è politica o non esiste): ha delle regole che ci danneggiano; non ci consente di modificarle; e ci mette costantemente sotto sorveglianza come se fossimo sempre in condizioni di libertà condizionata. Per non dire più semplicemente che siamo sovranisti perche non siamo o non ci sentiamo più sovrani. Una malattia (se vogliamo chiamarla così…) che naturalmente ha in sè la sua cura….

 

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