Di Alberto Benzoni

 

Ricordate i G7 di una volta? No? Buon segno: vuol dire che questi adempivano perfettamente alla loro funzione. Che non era quella di risolvere i problemi del mondo o anche solo quelli interni a quello occidentale, ma di rassicurarci sul fatto che i Grandi della terra – in cui c’eravamo anche noi, qualche volta facendosi notare, qualche volta no – stavano riflettendo sul come risolverli per il meglio e nel consenso generale. Simbolo di questa felice predisposizione i comunicati conclusivi (sempre gli stessi, a dimostrazione del fatto che i problemi erano sempre quelli e che tutto era sotto controllo) e soprattutto le foto conclusive. Tutti allineati e in modo casual, tutti sorridenti e ci rivediamo l’anno prossimo.

 

 

Questa volta invece niente comunicati conclusivi nè con Trump nè senza di lui. Trudeau proponeva qualcosa sui diritti delle donne e già che ci siamo sull’ambiente ma qualcun altro gli avrà spiegato che la cosa sarebbe apparsa controproducente. Per il resto, tante fotografie, diverse tra loro, ma con unico protagonista, Trump: Trump seduto al centro della scena con aria seccata e assente mentre gli altri convergono verso di lui bisognosi di rassicurazione e di conforto. La Merkel ridotta a statua di sale, Macron in attesa di una salvifica e vigorosa stretta di mano, Conte illuminato d’immenso dall’incontro a due.

 

 

Non stiamo ridendo. Non c’è niente da ridere. Perchè il mondo in cui abbiamo vissuto per decenni e ci sembrava definitivamente vittorioso all’indomani dalla caduta del Muro e dell’Urss ci sta invece franando addosso. Niente più lo zio Sam come nostra guida e garante di ultima istanza. Niente più regole da rispettare e principi da condividere. Un’Europa che ha definitivamente abbandonata anche la minima parvenza di quella dimensione politica che, per la verità, non ha mai avuta. E che appare per quella che è: il luogo dove si misurano, per non dire che si scontrano apertamente, vari stati, alcuni molto sovrani o che aspirano ad esserlo e altri che lo sono molto meno, di più rinunciano ad esserlo.

E tutto questo in un mondo che assomiglia moltissimo a quello che esisteva prima della prima guerra mondiale; un mondo che non è più quello delle regole e non è ancora quello del concerto delle nazioni. E che, quindi, ha nel suo Dna il rischio di guerra, anzi di una serie di conflitti, condotti in tutti i campi e con ogni mezzo, ad esclusione dello scontro miliatere aperto e generalizzato. Non è un mondo più giusto o più sicuro. Tutt’altro. Ma è il mondo reale. Un mondo che va maneggiato con cura: meno crociate e più accordi, meno ideologie e più geopolitica, meno divisione del mondo tra buoni e cattivi e più mediazioni tra portatori di interessi diversi.

E, infine, un mondo in cui la distinzione, anzi la contrapposizione tra europeisti, buoni, e sovranisti, cattivi, non ha proprio più senso. Da un lato è giusto chiedere all’Italia di promuovere, in condizioni di parità con altre nazioni, la formazioni di organismi sovranazionali, in grado di assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni (art.11 della Costituzione). Dall’altro pare francamente eccessivo pretendere il nostro automatico allineamento con Trump sull’Iran, con gli avversari di Trump sulla Russia, con l’asse Usa/Uk/Polonia sulla politica estera e militare, con tedeschi e baltici sulla politica economica, con i francesi sulla politica libica e miliare e con tutti gli altri sulla politica migratoria. Quando ci saranno organismi internazionali del tipo previsto dall’art.11 (leggi quell’Europa politica che attualmente non esiste) se ne riparlerà. oggi come oggi abbiamo già dato.

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