Di Alberto Benzoni

 

Certo di fare cosa gradita a tutti e soprattutto a me stesso, mi ero ripromesso di non scrivere più di cose socialiste (nel senso di cose che abbiano a che fare con la nostra misera storia presente). Ma mi vedo costretto a rompere, spero per l’ultima volta, il mio silenzio. Per commentare l’ultimo post di Mauro Del Bue.

 

 

Il Nostro è, in tutti i sensi, un galantuomo e una persona intellettualmente rispettabile; ma rappresenta, in sommo grado, quella malattia sociale tipica dei socialisti, che porta a scambiare i propri desideri con la realtà; o, più esattamente, a dare corpo ai fantasmi.

Così ci annuncia (già vediamo i tasti del computer tremare per l’emozione) il prossimo lieto evento, tappa decisiva della nostra immancabile rinascita. Il 27 giugno, a Napoli, “approderemo al riformismo”: ad assisterci sulla riva, pronubi e garanti del lieto evento, non solo illustri personalità locali come Caldoro e Maraio ma antiche vestali del riformismo socialista, quali Stefania Craxi e Alessandro Battilocchio. Presente, non sappiamo bene se nella veste di capitano della nave o di cpo del comitato di accoglienza, Riccardo Nencini.

E qui sorgono spontanee alcune domande:

La prima riguarda l'”approdo”. Se siamo approdati al riformismo dove eravamo prima? Socialisti e basta? Estremisti senza saperlo? Un quesito che, giratela come volete, ha una sola risposta: che “riformismo” è una parola vuota, una chiave universale che apre la porta sul nulla; tanto da poter essere usata da tutti senza che ne nessuno se ne accorga. Da questo punto i dubbio sulla collocazione di Nencini (a terra per accogliere i naufraghi o capitano coraggioso del percorso verso il riformismo) si risolve da sè: quando sei tu stesso ad incarnare il principio di realtà, puoi essere tutto e il contrario di tutto (oppure niente e il contrario di niente).

 

 

Rimangono da capire il ruolo o meglio i titoli dei due padrini: Stefania Craxi sarà sicuramente riformista (se “todos caballeros”, anche lei “caballera”) ma ha posto, indefettibilmente, la sua intelligenza e il suo grande temperamento a contrastare duramente ed aspramente, qualsiasi tentativo di ricostruzione di una forza socialista all’interno della sinistra. In quanto a Battilocchio, uomo di “forte radicamento territoriale”, questo ha avuto il merito, indubbio, di essere transitato in liste che vanno da Fi alla sinistra radicale; ma anche di avere ferito a morte, facendosi eleggere da De Michelis per sconfiggere Signorile nel 2004, l’unico tentativo serio di costruire una forza socialista indipendente dai due blocchi.

Ecco, allora, ecco il senso dell’approdo: dal socialismo al riformismo. E cioè da una parola che obbliga e imbarazza chi la porta verso un nulla indistinto chiamato “riformismo”. Liberi noi di piangerci o di riderci sopra; ma scambiare questo miserevole evento come l’approdo verso luminosi destini, questo proprio no.

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