1991, 2003, 2018: OVVERO LA TRASFORMAZIONE DEGLI STATI UNITI DA GARANTE AD EVERSORE DELL’ORDINE MONDIALE

Di Alberto Benzoni

 

1990 luglio, l’Iraq di Saddam Hussein invade ed occupa il Kuwait. Segue condanna unanime della collettività internazionale. Segue l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza all’uso della forza, una volta accertato il mancato rispetto della sua risoluzione ma nei limiti del ripristino dell’ordine precedente. Segue un dibattito al Congresso in cui l’intervento è approvato a maggioranza. Accompagna e segue la formazione di una vasta coalizione internazionale, in prima fila i paesi arabi, Siria compresa, a sostegno dell’intervento. Non segue la partecipazione di Israele, a cui si richiede espressamente di “starne fuori”, anzi, di non reagire ad eventuali provocazioni, anche militari, dell’Iraq (poi avvenute, ma senza recare danni). Di più, di guardare dall’altra parte, quando all’improvviso Arafat si schiererà con lo stesso Iraq. Seguirà un disegno di risistemazione dell’area che premierà proprio siriani e palestinesi: i primi saranno autorizzati a “rimettere ordine” in Libano ponendo fine ad una guerra civile che era durata per 15 anni e aveva causata la morte di 150.000 persone.

 

 

Marzo 2003. Gli Stati Uniti, con il concorso attivo di alcuni governi europei (in primis Gran Bretagna e Polonia; l’Italia, in una specie di mediazione tra Bush e Woytila, interverrà nel dopoguerra), ma con l’ostilità di altri (Francia e Germania), invadono l’Iraq. Pretesto, l’appoggio di Saddam Hussein al terrorismo di al Qaeda e la disponibilità di armi di distruzione di massa. Accuse chiaramente false, tanto da non convincere, in primis, la stessa Onu che non autorizza l’intervento. Intervento che gli Stati Uniti effettueranno, in qualche modo, in nome e per conto della collettività internazionale in nome della lotta al terrorismo e della democrazia. Omaggio ipocrita e fasullo; ma pur sempre omaggio.

Maggio 2018. Dopo aver firmato, appena due anni prima, un accordo con l’Iran sul nucleare, accordo firmato o comunque avallato da Russia, Cina, Europa e Onu (per inciso l’Iran, ansioso di rientrare, a pieno titolo, nell'”ordine mondiale”, aveva proposto un’intesa politica globale, registrando il no degli stessi Stati Uniti), l’amministrazione Trump lo straccia platealmente. E non perchè l’Iran l’abbia violato al contrario, tutti gli esperti internazionali ma anche americani e israeliani concordano su questo punto. Ma perchè l’Iran è tornato ad essere il Nemico, l’impero del Male, lo stato che è nel mirino di Israele e dell’Arabia saudita, i due paesi che, per Washington, dettano la linea in Medio oriente.

 

 

E la linea è questa. Niente intervento militare, almeno per ora. Perchè comporterebbe molte perdite di vite umane (intendendo per tali quelle americane) e creerebbe qualche problemino. Ma, al suo posto, “sanzioni devastanti”: per l’Iran che vedrebbe ridotta la popolazione alla fame e la sua economia in ginocchio, ma anche, in qualche modo, anche per l’Europa e l’ordine mondiale.

Sentiamo in proposito il “pragmatico” ( almeno secondo alcuni giornali italiani) Mike Pompeo. “Siamo pronti a colpire l’Iran con sanzioni devastanti” dice “a meno che il regime cambi il suo corso”. E cioè che rinunci al suo programma di nucleare civile, che riconosca Israele e che abbandoni il suo programma missilistico (questo mentre l’Arabia saudita spende in armamenti dieci volte tanto), che si ritiri dalla Siria, che tolga il sostegno a Hezbollah e che cessi di appoggiare il terrorismo.

Non è una proposta di negoziato, non si offre in cambio nulla, siamo di fronte ad un ultimatum, costruito espressamente per essere rifiutato. Qui non c’è più lo sceriffo, anche perchè non c’è più un ordine mondiale cui fare riferimento. Dell’Onu è scomparsa, e non a caso, qualsiasi traccia (nell’ottica di Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, l’Onu è “il nemico in casa nostra”). Di alleanze da costruire non se ne parla (“sono d’accordo con noi Giappone, India, Australia e Giordania”, dice Pompeo, si attendono ancora dichiarazioni in tal senso da parte degli interessati), di quello che poi potrà fare o non fare l’Europa a Washington non gliene importa chiaramente nulla. Se staranno con noi bene, se no, se continueranno, rispettando gli accordi sottoscritti, saranno colpiti anche loro dalle nostre sanzioni, questo il succo del Pompeo pensiero.

 

 

Tre brevi considerazioni conclusive. La prima è contenuta nel titolo: qui non c’è più, almeno nell’ottica Usa, alcun ordine mondiale cui fare riferimento; siamo in un Far West senza legge in cui lo sceriffo è diventato bandito e in cui è perfino scomparsa la cittadinanza.
La seconda riguarda la “ratio” della strategia illustrata da Pompeo. Una strategia che non recherà alcun danno ma infiniti e immeritati danni al popolo iraniano. Trump e la masnada di reazionari fanatici che lo circonda, questo lo sanno o almeno dovrebbero saperlo. Ma il loro obbiettivo è esattamente questo. Ed è inverso a quello conclamato dalle Brigate rosse ma in proporzioni più grandi. Quelli dicevano: “colpirne uno per educarne cento”. Oggi abbiamo “colpirne milioni per educarne qualcuno”.
La terza e ultima chiama in causa l’Europa. Anzi, con il vostro permesso, la nostra Europa. L’Europa come spazio di libertà, di diritti e di pace. Quella costruita, anche da noi, nel corso di decenni e che rischia di diventare spettatore passivo e vittima collaterale del ritorno alla legge della giungla cui stiamo assistendo in questi giorni.

E allora, quello che vi chiediamo, classi dirigenti europee è di diventare, politicamente, Europa. Insomma, di reagire. Insomma di occuparvi un pò meno di noi, poveri italiani, e un pò più di voi e del destino del vostro e nostro continente.

PER CHIARA

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