Di Mattia di Gangi

Il socialismo si è manifestato in Europa sotto varie vesti, anche in contraddizione tra loro. Alcune di queste sono riuscite a raggiungere il governo, altre a farsi partiti al potere,  ma ciò che hanno tutte in comune è che prima o dopo sono state sconfitte.

 

Sicuramente il caso più clamoroso è quello delle Repubbliche Popolari dell’est Europa, che proponevano un modello economico radicalmente alternativo al capitalismo proprio al confine con paesi come Italia, Austria e Repubblica Federale Tedesca. Purtroppo, varie cause hanno portato al loro fallimento. Sicuramente in un articolo come questo si può solo ridurre all’osso, e vorrei menzionare una presenza sovietica ben più visibile rispetto a quella statunitense in Europa occidentale, e dei modelli economico-sociali che, per varie ragioni, non riuscivano ad essere dinamici come quelli occidentali.

 

 

Il caso dell’URSS è ovviamente quello più pesante, viste le speranze che erano state riposte in essa da milioni di lavoratori di tutto il mondo. Quello che però non può essere ignorato è che ben poco è stato fatto dai lavoratori per difendere il sistema dalle riforme di Gorbacev volte a liberalizzare l’economia e indebolire il potere del PCUS. Evidentemente il potere politico sovietico non era percepito davvero come il potere operaio. Le rivolte vere e proprie si sono avute in occasione del colpo di Stato con cui Eltzin ha messo fine al PCUS e all’esperienza sovietica, ma a quel punto era ormai tardi. In quest’occasione ci tengo a sottolineare come l’URSS non fosse un altro nome per la Russia, o per l’Impero Russo, ma una vera federazione di stati che nel ‘91 aveva votato di nuovo per stare insieme. Il crollo dell’URSS causò un dramma umano per milioni di persone, soprattutto per coloro nelle repubbliche dell’Asia centrale che si trovarono all’improvviso in paesi con sistemi politici guidati dalla religione o in vere e proprie guerre civili e cacce alle streghe anti-comuniste.

E tutto questo avvenne nonostante le politiche sociali concrete dell’URSS e delle Repubbliche Popolari che garantivano a tutti una casa, istruzione fino ai massimi gradi gratuita, sanità gratuita, trasporti quasi gratuiti e tanto altro.

 

In Europa occidentale, dove il socialismo e anche il marxismo sono nati, troviamo un quadro più variegato, quindi per brevità mi limiterei a fare un quadro riduttivo della situazione italiana. La sinistra italiana, dagli anni 70 in poi, era divisa principalmente tra il PCI e il PSI, nonché numerose formazioni extra-parlamentari composte principalmente da giovani militanti.

Il PCI era stato di tutto, da partito principale della Resistenza, a sostenitore della svolta kruscioviana  sul ruolo centrale dell’URSS con la “via italiana al Socialismo” di Togliatti, fino al “partito laico” di Berlinguer. Alcune di queste fasi erano dovute a necessità storiche di adeguamento ai tempi, mentre quelle finali forse erano più che altro dovute alla voglia di legittimarsi come partito di governo in un sistema politico che prevedeva una conventio ad-exclundendum anticomunista. Il risultato? Dopo la segreteria Berlinguer il partito durò solo pochi anni e i dirigenti traghettarono il partito verso sponde liberali, cambiando anche il nome per motivi di chiarezza.

 

Anche il PSI attraversò varie fasi, da quella filo-sovietica durante e dopo la resistenza, fino a quella liberal-patriottica degli anni di Craxi. Ciò che lo distingueva principalmente dal suo ingombrante alleato-rivale comunista era una cultura politica “plurale” che prevedeva correnti al suo interno, contrariamente al centralismo democratico di leniniana memoria. Ciò significache c’è sempre stato un confronto tra varie anime del partito che rappresentavano diverse sensibilità all’interno del mondo dei lavoratori e della piccola borghesia italiana. Tutto questo è più o meno finito con Craxi, che ha dato una svolta dirigista e leaderista, abbandonando persino i simboli storici e i riferimenti all’eredità culturale marxista, sostituendolo con un più modesto (dal punto di vista teorico) Rosselli.

Con questo non voglio dire che Craxi fu solo negativo, anzi, ma ha avuto pesanti responsabilità in quello che successe. Infatti, con lui il PSI entrò pienamente nel campo di quelle socialdemocrazie occidentali non marxiste, che di lì a poco abbracciarono completamente l’ideologia liberale, anche nella sua variante unioneuropeista e quindi neoliberale. Questi partiti oggi quasi non li troviamo più, alcuni screditati agli occhi degli elettori dopo anni di governo proprio a causa delle loro politiche, vedi PASOK greco o PS francese, altri come il PSOE spagnolo sconvolti da scandali di corruzione.

Al contrario dei paesi dell’est, i paesi governati da questi partiti esistono ancora, ma il loro fallimento è non di meno evidente.

E stendiamo un velo pietoso sulla situazione italiana, con il PD che non ha avuto bisogno di un Macron per trasformarsi velocemente in un partito di centro liberale e liberista.

 

 

In Italia ci sono anche stati delle formazioni extra-parlamentari che, prese dall’entusiasmo giovanile e convinti di poter applicare un’ortodossia leninista o maoista, potevano fare una rivoluzione armata in Italia. Purtroppo i loro entusiasmi erano del tutto infondati e si sono avuti numerosi morti tra le loro fila.

 

Questa lunga premessa è per dire che nel nostro paese si è davvero tutto e il contrario di tutto, ma lo scontro tra posizioni a sinistra, e la modifica radicale della società capitalista negli anni del nascente consumismo, hanno impedito un’analisi accurata della situazione da affrontare. Il risultato è quello che vediamo sotto i nostri occhi. Di quei partiti non è rimasta nemmeno l’ombra, eppure ci sono ancora militanti che, in buona fede, pensano che la soluzione sia quella del partito, o della corrente in cui militavano oltre 30 anni fa. Si tratta solo di riunire chi militava in quell’area nuovamente sotto un’unica bandiera.

 

Quello che vorrei dire io è che, se c’è una cosa che ci insegnano le nuove ed originali esperienze di sinitra in Europa, la France Insoumise, Podemos, Corbyn, è che bisogna staccarsi dai simulacri del passato. Non abbandonare la grande quantità di culture ed esperienze legate al movimento operaio dalla seconda metà dell’800 ad oggi, anzi riuscire a ripescare il meglio tra le varie correnti che l’hanno animato. Però, non bisogna credere che l’area di cui si faceva parte aveva ragione e tutti gli altri torto, perché qualunque fosse quest’area non era così.

Agli italiani non interessa riesumare fantasmi del passato per far ritrovare vecchi amici che facevano politica. L’Italia non ha bisogno di partiti che siano case per chi faceva parte di una data corrente negli anni ‘70. L’Italia ha bisogno della sua nuova variante originale di socialismo, che sappia guardare al futuro e coinvolgere molti mostrando di avere ragione sull’oggi, non su ieri.

 

Siamo pronti per costruire questa sinistra?

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